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Mafia nigeriana, smantellata confraternita nel Catanese

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Mafia nigeriana, smantellata confraternita nel Catanese

sabato 25 Luglio 2020 - 07:52
Mafia nigeriana, smantellata confraternita nel Catanese

Ma agiva in tutta la Sicilia e anche fuori occupandosi di narcotraffico. Tutti i nomi degli arrestati, italiani compresi. La storia dell'organizzazione criminale transnazionale dei "Maphite", nata nelle Università. La "Bibbia verde" sul modello di Cosa nostra: il boss era chiamato "Don"

La Polizia di Stato di Catania, su delega della Dda etnea, ha eseguito un decreto di fermo di indiziato di delitto nei confronti di ventotto persone, prevalentemente nigeriane, appartenenti alla confraternita cultista dei “Maphite”, organizzazione criminale transnazionale con sede in Nigeria e basi nei Paesi europei e in diverse regioni italiane.

In particolare è stata decapitata la cellula operativa siciliana “Family Light house of Sicily”.

Gli investigatori hanno il capo dell’organizzazione, i suoi responsabili di zona e altri affiliati rintracciati nel resto della penisola.

Nel corso delle indagini è stato possibile documentare diversi summit svolti tra i vertici dell’organizzazione. Ulteriori dettagli sull’operazione verranno illustrati alle ore 10.15 nella Sala riunioni della Questura di Catania.

Cosa significa “Maphite”

“Maphite” è un acronimo e sta per Maximum, Academic, Performance, Highly, Intellectuals, Train, Executioner. La sua storia è curiosa perché nasce dalle università nigeriane.

In quegli atenei, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso vennero create confraternite universitarie, dichiarate però fuori legge da un decreto del 2001 del Governo nigeriano noto come “Secret cult and Secret Society Prohibition Bill”. Fu allora che si cominciò a utilizzare l’acronimo “Maphite” per definire queste organizzazioni.

L’arrivo in Italia

“Maphite” arrivò in Italia nel 2011, quando venne costituita la “Green Circuit Association” in provincia di Bologna.
Le altre tre organizzazioni presenti sul territorio italiano sono la “Vaticana e Latina” che opera in Piemonte, la “Rome Empire” con sede a Roma e quella “Light Sicily” che è stata colpita dall’operazione della Polizia.

Cosa nostra come esempio

Un’altra operazione contro la mafia nigeriana della Polizia di Stato, denominata “Disconnection zone”, era stata condotta a Palermo nel luglio dello scorso anno.

I “Maphite” seguono i dettami della “Bibbia verde”, un insieme di regole da rispettare per entrare a far parte dell’organizzazione, dalla quale si esce solo con la morte.
Nella “Bibbia verde” viene anche citata Cosa nostra, indicata come modello. Tra le regole c’è quella di non entrare mai in conflitto con l’organizzazione criminale italiana.

Tra gli arrestati anche italiani

Ecco l’elenco degli arrestati nel corso dell’Operazione “Lighthouse of Sicily” della squadra mobile di Catania contro la mafia nigeriana: a Catania sono stati arrestati Godwin Evbobuin, 37 anni, Osaretin Idehen, 44 anni, Ernest Igbineweka, 27 anni, Antonio Mannino, 56 anni, Domenico Mannino, 31 anni, Salvatore Mannino, 30 anni.

A Messina sono stati arrestati Benedict John, 29 anni, Oscar Akhuams, 36 anni.

A Caltanissetta sono stati arrestati Ede Osagiede, 35 anni, Lamin Njie, 36 anni, Eorhbor Edith 25 anni, Victor Omon Inegbenekhian 49 anni, Joseph Uvwo, 43 anni, Cristian Monday 21 anni, Hope Sylvester hope 30 anni, Odion Omondiagbe, 21 anni, Prince Gyamfi Kosi 45 anni, Insua, Murana, 22 anni.

A Palermo sono stati arrestati Nosa Omoragbon, 38 anni, Ibrahim Alhassan 33 anni, Lucky Rueben lucky, 31 anni.

A Schiavone (Cosenza) sono stati arrestati Joy Payos, 38 anni e Godday Osas 25 anni.

Ci sono poi Stanley Kelechi Ozuigbo, 38 anni arrestato a Roma, Wisdom Monday, 22 anni arrestato a Firenze e Godstime Abumen, 24 anni arrestato a Vicenza.

I cult controllavano il narcotraffico

L’inchiesta scaturisce dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che apparteneva a un’altra associazione “The Supreme Eiye Confraternity (Sec)”.

Le indagini, durate poco più di un anno, coordinate dalla Procura distrettuale etnea e condotte dalla Squadra mobile si sono avvalse delle intercettazioni telefoniche su un centinaio di utenze.

Grazie alla collaborazione di interpreti esperti si è ricostruita l’organizzazione mafiosa fortemente gerarchica che consentiva l’ingresso solo dopo un rito di affiliazione.

Gli appartenenti al Cult “Maphiste” della famiglia Lighthouse of Sicily controllavano un importante traffico di stupefacenti.

Le riunioni segrete sono proseguite anche nel periodo del lockdown durante l’emergenza Covid.

L’organizzazione che si era radicata in Sicilia nel 2016 poteva contare su ramificazioni di altri affiliati in diverse parti d’Europa.

A novembre del 2016 ci fu uno scontro avvenuto proprio Catana tra i massimi esponenti dei “Maphiste” siciliani, Ede Osagiede detto Babanè e Godwin Evbobuin detto Volte, e i massimi esponenti del “Cult Black Axe”, determinato dalla esigenza delle due organizzazioni rivali di affermare il proprio predominio sul territorio.

L’articolazione siciliana dei “Maphiste” non risultava tuttavia presente solo a Catania, ma in diverse zone della Regione, precisamente a Caltanissetta, Palermo e Messina.

Il capo organizzazione veniva chiamato “Don”

Per tutti era il “Don”. Il capo dell’articolazione in Sicilia della mafia nigeriana, Ede Osagiede detto Babanè, veniva chiamato proprio con l’appellativo dei vecchi padrini di Cosa Nostra, al cui nome veniva sempre anteposto la qualifica di “Don”.

Se la Sicilia era il regno della famiglia Lighthouse of Sicily governata da Babanè, Caltanissetta era sicuramente la sua reggia, potendo contare su uomini e donne, alle sue ossequiose dipendenze, impiegati nello svolgimento di incombenze di qualsiasi tipo, dall’acquisto di generi alimentari al trasporto di stupefacente). Allo stesso modo Godwin Evbobuin, detto Volte, leader indiscusso a Catania, era dotato – sostengono gli investigatori – di un particolare ecclettismo criminale.

Pur avendo una rilevante esperienza nel settore degli stupefacenti era capace di dedicarsi anche ai falsi, alla ricettazione di apparecchi cellulari, ai recuperi di crediti utilizzando il timore ingenerato nei connazionali dalla sua carica cultista, fino alla fornitura di false documentazioni ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per connazionali. Evabobuin ed Ede, sempre secondo gli inquirenti, avrebbero gestito in questi anni una intensa attività di narcotraffico tra la Sicilia e altre regioni italiane.

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