Mafia, un maxiblitz contro la "Dinastia" peloritana - QdS

Mafia, un maxiblitz contro la “Dinastia” peloritana

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Mafia, un maxiblitz contro la “Dinastia” peloritana

venerdì 28 Febbraio 2020 - 06:59
Mafia, un maxiblitz contro la “Dinastia” peloritana

I Carabinieri sgominano la "famiglia" Barcellona Pozzo di Gotto: 59 arresti per associazione mafiosa, spaccio, estorsione, armi. I figli dei boss ai vertici dei clan. Pizzo sulle vincite con le slot machine. I clan tornano alla droga

In provincia di Messina e in altre località italiane, i Carabinieri del Comando Provinciale della città dello Stretto e del Ros hanno arrestato 59 persone accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di droga, spaccio, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, violenza e minaccia, reati aggravati dal metodo mafioso.

L’operazione, denominata “Dinastia”, nasce da un’inchiesta della Dda di Messina, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, sulla “famiglia” mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, clan storicamente legato a Cosa nostra palermitana.
L’indagine ha portato all’arresto di affiliati e gregari della cosca barcellonese che negli ultimi anni ha investito massicciamente nel settore del traffico di sostanze stupefacenti per integrare i guadagni illeciti delle estorsioni.

I particolari dell’operazione saranno resi noti nel corso di un incontro con i giornalisti fissato per la tarda mattinata nella sede del Comando Interregionale Carabinieri “Culqualber” di Messina con la partecipazione del procuratore Maurizio De Lucia.

I figli dei boss ai vertici dei clan

Dall’inchiesta è emerso che ai vertici dei clan di Barcellona Pozzo di Gotto c’erano i figli degli storici capimafia della zona.

I rampolli dei boss di Cosa nostra detenuti, erano a capo di una struttura criminale che operava con metodo mafioso, nel traffico e nella distribuzione di fiumi di cocaina, hashish e marijuana, nell’area tirrenica della provincia di Messina e nelle isole Eolie, anche rifornendo ulteriori gruppi criminali satelliti, attivi nello spaccio minore.

L’operazione ha inoltre fatto luce su numerose estorsioni messe a segno da anni da esponenti della famiglia mafiosa a commercianti e imprese del territorio barcellonese.

Il pizzo sulle vincite delle slot machine

Commercianti, imprenditori, agenzie di pompe funebri, ma anche chi vinceva alle le slot machine finiva nel mirino del racket nel messinese.

I clan di Barcellona Pozzo di Gotto chiedevano soldi a tappeto.

A raccontare i particolari delle attività illegali delle cosche sono diversi pentiti come Carmelo D’Amico, Aurelio Micale e Nunziato Siracusa.

I collaboratori di giustizia hanno riferito che due ragazzi, avevano vinto mezzo milione di euro giocando con una slot-machine installata nel centro scommesse Snai di Barcellona Pozzo di Gotto.

La vincita aveva suscitato l’interesse dell’organizzazione mafiosa barcellonese che si è subito attivata per chiedere il pizzo sull’incasso, riuscendo a ottenere con le minacce cinquemila euro.

Pochi soldi dal pizzo, i clan tornano a droga

Gli incassi del racket non erano più sufficienti e le vittime delle estorsioni, in difficoltà per la crisi economica che attanaglia il Sud del Paese dopo il federalismo fiscale voluto dalla Lega Nord, reagivano denunciando.

Per questo la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto era tornata a puntare al vecchio business della droga.

A rivelare agli inquirenti il rinnovato interesse della mafia per il traffico di stupefacenti sono diversi pentiti come l’ex mafioso Alessio Alesci.

“Con le estorsioni non si guadagnava più- ha raccontato agli investigatori – le persone denunciavano e volevano fare con la droga. C’era la crisi e le persone soldi non ne avevano e si è parlato di prendere la droga. La prendeva uno e valeva per tutti, il ricavato andava a tutti”.

Dalle intercettazioni – nei dialoghi gli affiliati usavano un linguaggio in codice per indicare lo stupefacente – emerge che la cosca si riforniva di droga in Calabria dalla ‘ndrangheta.

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