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Mafia, un’inchiesta che sembra il soggetto di un film

redazione

Mafia, un’inchiesta che sembra il soggetto di un film

mercoledì 17 Luglio 2019 - 09:30
Mafia, un’inchiesta che sembra il soggetto di un film

Vi si potrebbe trarre il sequel de "Il traditore" di Bellocchio. Ricostruita la storia degli "scappati" negli Stati Uniti dopo i mille morti della guerra di mafia palermitana scatenata da Riina negli anni Ottanta

A leggere le carte dell’inchiesta sembra di scorrere il soggetto di un sequel de “Il traditore”, film di straordinario successo girato da Marco Bellocchio e con protagonista, nel ruolo di Tommaso Buscetta, di Pierfrancesco Favino.

Tra “New Connection” e “Il traditore”

Il blitz condotto oggi a Palermo e a New York da Polizia e Fbi e denominato “New connection”, oltre a svelare il forte legame tra la mafia palermitana e la Gambino Crime Family di New York, ha fatto emergere infatti nuovi particolari sulla grande “mattanza” che fece mille morti – di cui trecento lupare bianche – che fu la seconda guerra di mafia di Palermo.

Ma soprattutto ha svelato cosa avvenne negli Usa e in Italia ai cosiddetti “scappati”.

La ferocia della mafia dei “viddani”

Erano gli anni ’80 e la mafia dei “viddani” corleonesi di Totò Riina conquistò Palermo.

Con la ferocia e il sangue.

Caddero tutti i nemici: da Stefano Bontade a Totuccio, Pietro e Antonio Inzerillo.

E di pari passo con la scalata al potere mafioso, Riina lanciò la sua sfida allo Stato e agli uomini delle istituzioni che rappresentavano una minaccia per Cosa nostra.

I superstiti del clan Inzerillo negli Usa

I superstiti del clan Inzerillo, che avevano nel quartiere di Passo di Rigano la loro storica roccaforte, furono messi al bando dalla Commissione provinciale di Cosa Nostra e cercarono scampo negli Stati Uniti, sotto l’ala protettiva dei mafiosi Gambino.

Sono vecchie storie quelle riemerse con il blitz della Dda che oggi ha portato all’arresto di 19 persone.

Anni di esilio seguito dal tentativo di tornare in Sicilia grazie alla mediazione del boss Salvatore Lo Piccolo che cercò di perorare la causa degli “scappati” riammettendoli negli affari dei boss palermitani, in particolare nel traffico di droga. Un ritorno osteggiato dal capomafia Nino Rotolo “fedele” al diktat di Riina.

Della questione delicata venne investito anche il padrino Bernardo Provenzano che non prese mai una posizione netta.

Il ritorno degli “scappati” in Italia

Di sicuro gli “scappati”, alla spicciolata, a partire dai primi anni 2000 sono tornati e hanno ripreso i contatti con la mafia siciliana.

Francesco Inzerillo, soprannominato “Franco ‘u truttaturi” e Tommaso Inzerillo, forti di un tesoro accumulato, entrambi arrestati oggi, si erano ripresi il potere.

E dialogavano coi vecchi nemici: come Settimo Mineo, fedelissimo di quel Rotolo pronto alla guerra pur di tenere gli scappati lontano dalla Sicilia finito in cella mesi fa nel tentativo di ricostituire la Cupola di Cosa nostra.

Rotolo era una furia: “Questi Inzerillo erano bambini e poi sono cresciuti, questi ora hanno trent’anni. Come possiamo, noi, stare sereni… Se ne devono andare. Devono starsene in America. Si devono rivolgere a Saruzzo (Naimo) e se vengono in Italia li ammazziamo tutti”.

Lo Piccolo, barone di San Lorenzo, e gli scappati

Gli scappati, invece, avevano un potente alleato: Salvatore Lo Piccolo, il barone di San Lorenzo.

Rotolo non riuscirà a tirare dalla sua parte Provenzano, che prendeva tempo e cercava di mediare: “Ormai di quelli che hanno deciso queste cose non c’è più nessuno – scriveva nelle sue lettere – a decidere siamo rimasti io, tu e Lo Piccolo”.

La verità è che i soldi degli Inzerillo facevano e fanno gola.

Soldi a palate accumulati grazie agli affari con le famiglie americane Gambino e i Calì.

Il viaggio in America degli “inviati”

Per toccare con mano cosa accadeva oltreoceano, su volere di Provenzano, partirono degli “inviati”, Nicola Mandalà, del clan bagherese che proteggeva la latitanza del padrino, e Gianni Nicchi, enfant prodige della mafia palermitana e figlioccio di Rotolo (sarebbe stato arrestato anni dopo dopo una breve latitanza).

Ora i nuovi incontri con Settimo Mineo, il capomafia di Pagliarelli e “presidente” della nuova Cupola che si è riunita lo scorso maggio prima di essere decapitata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo. Mineo, un rotoliano di ferro che, però, ha smesso di odiare gli scappati.

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