Maurizio Ortolan ricorda Giovanni Falcone - QdS

Maurizio Ortolan ricorda Giovanni Falcone

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Maurizio Ortolan ricorda Giovanni Falcone

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domenica 23 Maggio 2021 - 11:05

Maurizio Ortolan è stato ispettore di polizia dal 1987 al 2013, ha lavorato nella squadra “Catturandi” di Palermo. Nella sua carriera ha avuto modo di conoscere Giovanni Falcone

Maurizio Ortolan è entrato in Polizia nel 1983. In quell’anno partecipò al primo corso per Ispettori, a Nettuno poi, il 1° gennaio 1984, prese servizio presso il Commissariato di San Basilio, a Roma. Nel mese di febbraio del 1985 fino alla fine del 1986 è stato alle Volanti, sempre a Roma.

Poi per lui arrivò la sala Operativa. In quel periodo alcuni colleghi che erano alla Criminalpol gli dissero che Gianni De Gennaro stava costituendo un’unità di Pronto Intervento nazionale. Un mese dopo fu trasferito alla Criminalpol.

“Al di là dei cambiamenti amministrativi che si sono succeduti negli anni – racconta Ortolan – da quel momento in poi sono sempre rimasto in quell’ufficio. Prima era una divisione del Servizio Anticrimine poi diventò un servizio, il Servizio centrale Operativo sempre inserito nella Direzione Centrale della Polizia criminale. Successivamente fu creata la Direzione Centrale Anticrimine e il mio ufficio ne entrò a far parte. Di fatto il mio ufficio e il mio ruolo sono sempre rimasti gli stessi”.

Quindi, dottor Ortolan, dalla sua entrata nella Criminalpol ha iniziato a occuparsi d’indagini che riguardavano tutta l’Italia.
“Sì, all’epoca c’era il Nucleo Antisequestri, diretto dal dottor Manganelli. Con l’arrivo del dottor De Gennaro iniziammo ad occuparci di criminalità organizzata di stampo mafioso, compresa la gestione dei primi collaboratori di giustizia, da Buscetta in poi. Era la IV sezione, nella quale entrai formalmente nel 1987.

Ci occupavamo, inoltre, di crimini eclatanti. In quegli anni mi occupai del furto delle ossa di Celestino V°, di una serie di rapine agli uffici postali in provincia di Caserta a causa del particolare allarme sociale che avevano scatenato”.

Quando si è occupato per la prima volta d’indagini che riguardavano la Sicilia e Cosa nostra?
“La mia prima missione la feci, in collaborazione con la locale Squadra Mobile, a Ragusa. Si trattava di una grossa indagine che riguardava il traffico di sostanze stupefacenti poi, nel mese di settembre del 1988, fui mandato a Trapani, per le indagini sull’omicidio del dottor Giacomelli, un magistrato che era da poco in pensione. Inoltre, in collaborazione con la Squadra Mobile di Trapani avrei dovuto occuparmi delle indagini relative allaLoggiaScontrino, una loggia massonica che era stata costituita in quella città. Di fatto, appena arrivato a Trapani, il dottor De Gennaro chiamò e mi disse di andare subito a Caltanissetta. La sera prima erano stati uccisi il giudice Saetta e il figlio. Rimasi a Caltanissetta per il periodo delle indagini, circa quaranta giorni. Fu quello il mio primo incontro, anzi impatto, con la mafia siciliana”.

Quando incontra il dottor Giovanni Falcone?
“Le cose nascono per caso. Capita che ci chiediamo il perché e il per come ma spesso è il caso che governa gli eventi. Verso la fine dell’estate del 1989 fui convocato, con altri colleghi, dal dottor Manganelli che c’informò che avremmo dovuto occuparci di un importante collaboratore di giustizia corleonese.La sua detenzione sarebbe stata a Roma ed era quindi necessario organizzare i suoi trasferimenti per gli interrogatori che avrebbe tenuto il dottor Falcone. Si trattava di Francesco Marino Mannoia. Vista la mia precedente esperienza nelle Volanti, fui destinato alla scorta personale del Mannoia e ai suoi trasferimenti con l’auto blindata, in quanto conoscevo bene il territorio anche in termini di viabilità. In quel contesto ebbi un ruolo, per così dire, marginale.

Vedevo arrivare il dottor Falcone la mattina e poi lo vedevo la sera, quando se ne andava. Le cose cambiarono nel mese di ottobre di quel 1989.

Il 24 ottobre, se ben ricordo, entrò in vigore il nuovo codice di Procedura penale. Fino a quel momento era presente un collaboratore giudiziario che si occupava della redazione dei verbali dattiloscritti degli interrogatori. Da quel momento fu possibile, per i magistrati, di avvalersi per questo ruolo della Polizia Giudiziaria, anche nell’ottica di un risparmio generalizzato. Fino a quel momento il dottor Falcone era accompagnato da una persona di sua fiducia che veniva con lui da Palermo.

Il mio capo, che allora era il dottor Francesco Gratteri, mi assegnò alla verbalizzazione avendo io dimestichezza con la macchina per scrivere. Nello stesso tempo, però, continuavo a occuparmi dei trasferimenti e della tutela del Mannoia.

Questa attività durò sino al giugno del 1990, quando il collaboratore fu trasferito negli Stati Uniti”.

Com’era il dottor Falcone durante gli interrogatori?
“Posso parlare esclusivamente di quanto ho potuto notare nel corso degli interrogatori del Mannoia. Sicuramente molto particolare, ma preciso e puntale. Erano entrambi palermitani. Tra loro c’era un modo di capirsi che andava al di là delle parole. Quando, per esempio, c’era qualche passaggio che necessitava di un maggiore approfondimento, il dottor Falcone parlava con il Mannoia in dialetto e questo gli ha permesso di sfruttare al meglio il collaboratore. Penso che, se gli interrogatori li avesse condotti un magistrato proveniente da altri parti dell’Italia, forse non sarebbero stati raggiunti gli stessi risultati. So che il dottor Falcone era molto soddisfatto dell’evoluzione della collaborazione.

Conosceva bene i fatti di cui Mannoia parlava e fu in grado di portare a termine riscontri e approfondimenti che si rivelarono poi fondamentali. Ebbe inoltre la possibilità di veder confermate molte delle sue intuizioni, in lui c’era l’entusiasmo di poter verificare quelle che, fino ad allora, erano solo tesi o ipotesi”.

Come funzionava la verbalizzazione?
“Avveniva in tempo reale. Era affrontato un episodio, Mannoia raccontava e il dottor Falcone prendeva appunti sul suo blocco. Ogni 5-10 minuti, quando aveva acquisito l’insieme delle notizie, il dottor Falcone mi dettava quanto c’era da verbalizzare e nello stesso tempo, spuntava dai suoi appunti ciò che m’indicava. Molto spesso il dottor Falcone arrivava con una scaletta già pronta, che conteneva gli argomenti che avrebbe trattato nel corso della giornata. Era evidente che aveva molto chiaro quello che voleva sapere dal collaboratore”.

Le vostre strade si divisero, a un certo punto. Quando vide per l’ultima volta il dottor Falcone?
“Il 6 maggio del ’92 chiudemmo l’indagine con il dottor Borsellino relativa alle dichiarazioni di Rosario Spatola e di Vincenzo Calcara. Si trattava dell’operazione “Concorde”, che portò a una quarantina di arresti in parte anche in Germania. Tra la metà di aprile e la fine dello stesso mese, del 1992 fui mandato, prima della chiusura dell’indagine, dal dottor Falcone, che era al ministero. Si sarebbe dovuto occupare lui della richiesta di rogatoria internazionale per effettuare ricerca, cattura e eventuale estradizione dei soggetti oggetto dell’indagine da effettuare in Germania.

Mi chiese se fumassi ancora le stesse sigarette. In un paio di circostanze, durante gli interrogatori al Mannoia, il dottor Falcone era rimasto senza sigarette e le chiedeva a me.Nel nostro ultimo incontro ricordò che mi doveva ancora un pacchetto di sigarette. Non fece in tempo a restituirmelo”.

Dottor Ortolan, dov’era il 23 maggio?
“Ero a casa. Appresi la notizia tramite il televideo. Chiamai subito in ufficio ma le notizie erano ancora frammentarie”.

Vi occupaste della prima fase delle indagini come Servizio Centrale Operativo?
“Non personalmente. Il mio ufficio fece una serie d’indagini preliminari relative alle celle telefoniche ma era già stata costituita la Direzione Investigativa Antimafia, cui furono demandate le indagini. In quel periodo noi ci occupavamo della gestione di Leonardo Messina, che aveva appena iniziare a collaborare.

Realizzammo due operazioni molto importanti, a Palermo e a Caltanissetta che richiesero un’intensa attività di riscontro. Seppi poi che, nello specifico, sarebbe statocostituitoun gruppodi lavoro ad hoc che si sarebbe occupato delle indagini”.

Dal 2005 al 2014 ha vissuto a Palermo, lavorando con la Sezione Catturandi della Squadra Mobile. Il suo curriculum include poi diverse missioni in Germania, in Spagna, negli Stati Uniti, in Australia e due promozioni per merito straordinario per l’arresto di Bernardo Provenzano e Domenico Raccuglia, oltre a numerosi encomi.Maurizio Ortolan è stato insignito dell’onoreficenza di Cavaliere della Repubblica Italiana il 2 giugno 2010.

Nel 2018 ha dato alle stampe “Io, sbirro a Palermo”, edito da Melampo, cui ha affidato le sue memorie.

Roberto Greco

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