Migranti, torturavano profughi, due nigeriani condannati a 26 anni - QdS

Migranti, torturavano profughi, due nigeriani condannati a 26 anni

redazione

Migranti, torturavano profughi, due nigeriani condannati a 26 anni

sabato 16 Novembre 2019 - 16:00

La corte d’assise di Agrigento ha condannato a 26 anni di carcere ciascuno i nigeriani Godwin Nnodum e Goodness Uzor, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, sequestro di persona e violenza sessuale.
Assolto il terzo imputato, il connazionale nigeriano Bright Oghiator.

L’accusa in giudizio era sostenuta dai pm Gery Ferrara e Claudio Camilleri. Ai tre africani, sbarcati in Italia il 16 aprile del 2017 i pm hanno contestato le aggravanti della transnazionalità, della disponibilità di armi e l’aver agito con crudeltà e sevizie.

Godwin Nnodum e Goodness Uzor, interrogati dal gip dopo il fermo, hanno ammesso di essere stati in Libia nella “casa bianca”, un centro di prigionia dove i migranti venivano trattenuti prima del viaggio verso l’Italia e spesso sottoposti a torture e sevizie.

Davanti al giudice però negarono di aver partecipato alle violenze. Le vittime del lager vennero sentite in incidente probatorio.

Tra i testimoni anche il fratello di un migrante morto l’1 novembre del 2016 dopo tre giorni di agonia. Uno dei fermati lo avrebbe picchiato, mentre un trafficante libico lo teneva fermo a terra.

“Solo dopo tre giorni di suppliche – ha raccontato il teste – ci fu concesso di poterlo seppellire”.

“Il giovane africano che ha ucciso mio fratello – ha messo a verbale dopo lo sbarco a Lampedusa – l’ho riconosciuto nel centro di accoglienza”.

Un altro testimone ha raccontato che uno degli africani fermati gli “ha versato della benzina addosso e appiccato il fuoco”.

Storie di ferocia e violenza: altre 5 persone sarebbero state picchiate a morte. I migranti in partenza per l’Italia, minacciati con i kalashnikov, venivano sequestrati e costretti a stare all’interno di una ex base militare, a Sabratha, chiamata “Casa bianca”.

Solo dopo il pagamento di un riscatto potevano partire dalla Libia per raggiungere le coste siciliane.

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