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Peppino Impastato, le testimonianze di Filippone e Bartolotta

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Peppino Impastato, le testimonianze di Filippone e Bartolotta

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domenica 09 Maggio 2021 - 11:50

"Era cambiato il modo di rapportarsi con la realtà e Peppino fu artefice di questo cambiamento", Maria Rosa Filippone e Andrea Bartolotta raccontano il "riscatto sociale" a cui contribuì Impastato

Peppino Impastato fu assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale in cui si era candidato nella lista di “Democrazia Proletaria”. Fu ritrovato sui binari della ferrovia con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato. Il delitto passò quasi inosservato, poiché quella mattina del 9 maggio 1978 fu ritrovato il corpo senza vita del presidente della “Democrazia Cristiana” Aldo Moro in via Caetani a Roma.

I PRIMI DEPISTAGGI

La verità sulla sua morte fu immediatamente oggetto di un depistaggio perché forze dell’ordine, magistratura e stampa parlarono di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima. Nello specifico il procuratore capo Gaetano Martorana scrisse: “Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978 persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore“. 

La battaglia per la verità fu lunga e faticosa e vide in prima linea Felicia, sua madre. Solo nel maggio 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del consigliere istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal consigliere istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però a ignoti. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e l’ha condannato a 30 anni di reclusione. Solo l’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

LE TESTIMONIANZE DI MARIA ROSA FILIPPONE E ANDREA BARTOLOTTA

Il ricordo di Peppino e di quello che successe in quegli anni è affidato alle parole di Maria Rosa Filippone e Andrea Bartolotta, che con lui hanno vissuto l’esperienza di riscatto sociale avvenuta grazie alla cultura e condiviso le sue passioni civili:

“In quel periodo era cambiato il modo di rapportarsi con la realtà e Peppino fu artefice di questo cambiamento. 

Grazie a lui eravamo più critici e osservatori della realtà che ci circondava. Non volevamo più vivere passivamente il territorio cui avevamo capito di appartenere. Ecco, il senso di appartenenza, questa è stata una delle grandi lezioni di Peppino. Riuscì a instillare in noi il sentimento di partecipazione, questo modo di vederci dentro la nostra terra e quindi ci accorgemmo del vuoto che ci circondava in paese, un vuoto culturale abissale e drammatico. La nostra spinta diventa allora comunione di intenti e bisogni, poi diventa addirittura ‘Progetto’.

C’era anche qualcosa di non tangibile ma presente e forte dentro di me, dentro ognuno di noi. Il mare, un’unica energia, una comunione naturale di tante energie che sentono allo stesso modo. E da questo mare partiva un sempre più forte bisogno di aggregazione. A Cala Rossa ci siamo cresciuti. A quattro, cinque anni, con tutta la famiglia ci trascorrevamo giornate intere, Con gli ombrelloni e i panini con la cotoletta portati da casa e quando stavamo fino a sera ci portavamo anche le teglie di pasta. C’eravamo ritrovati tutti in quel pezzetto di mare e, a poco a poco, crescendo, con le stesse idee di cambiamento nacque la necessità di comunicarle e agire per la loro realizzazione. Si trattava di un luogo autentico, anche alternativo, che si avvicinava meglio alle intenzioni di naturalezza ed veracità. Faceva da sfondo alle nostre coscienze. Era il luogo in cui ci si ritrovava per pomeriggi interi. A poco a poco, c’eravamo messi ad affrontare temi politici ma non solo e non in prevalenza. Discutevamo temi sociali: la donna, la famiglia, La donna nella famiglia.

Dopo tutto, si può dire che questa zona era un microcosmo. In sé racchiudeva e inglobava le realtà e le contraddizioni del mondo intero: le comunità di figli dei fiori con villa Fassini, il gruppo OM, l’esperienza della Comuna Baires, la contestazione politica già in fermento a Cinisi. Dall’altra parte il male tutto della mafia, la popolazione inerme e omertosa, se non accondiscendente.

Quelli sono gli anni in cui la speculazione edilizia comincia a essere più evidente, troppo pesante e devastante ai nostri occhi.

Ricordo che già da qualche tempo era iniziata la costruzione di case e villette, che però erano ancora lontane dal paese e quindi innocue. Lentamente però l’edificazione si avvicina al paese fino a raggiungere il golfo di Cala Rossa che ci sequestrarono. C’era già una casa, preesistente, antica, pertanto non invasiva. Il danno grosso lo fece l’Opus Dei quando accanto a questa casa fece costruire un casermone, a poche decine di metri dal mare. Poi vennero le prime villette, poi la terza e così via. Davanti alla speculazione selvaggia a Cala Rossa non abbiamo più sopportato. Qui ha inizio davvero la nostra protesta. Scritte sui muri e anche sulle pietre ma la situazione su quella costa divenne irreversibile.

Eravamo tutti d’accordo anche per lottare direttamente contro la costruzione della terza pista. Organizzammo due manifestazioni poi si arrivò l’attacco armato da parte dello Stato. I contadini avevano predisposto un sistema d’allarme con bombole a gas vuote sparse per i terreni. Quando sentimmo “fischiare” le bombole ci precipitammo subito sul posto. Sulla pista dell’aeroporto vedevamo arrivare soldati, carabinieri, motopale e attrezzi vari. Ci guardavamo chiedendoci: “è allora tutto deciso?”. Ricordo l’arroganza del tenente che ci intimò di tornare a casa ma protestammo e restammo fermi lì. Il baldo tenente allora perse proprio la pazienza e ordinò di procedere. C’eravamo messi tutti fermi, seduti per terra, davanti alle ruspe che cosi non potevano avanzare ma ordinò la carica. Fummo massacrati di botte. Donne, vecchi, bambini, senza discriminazione. Ricordo che Zù Luigi Rizzo, di 70 anni, dovette essere ricoverato per i colpi alla testa e alle costole e che Franco Maniaci, che poi fu vicesindaco, fu arrestato per aver oltraggiato un ufficiale. No, quel giorno non riuscirono a smuoverci.

Il giorno dopo eravamo rimasti in pochi. Ci trovammo davanti un vero e proprio esercito di militari, carabinieri, agenti in borghese con macchine fotografiche, cani poliziotto, elicotteri. Sembrava di essere all’interno di un film di guerra e iniziò la fine.

Ci fu un silenzio strano, ai primi rumori di ruspa. Tutti, proprio tutti, anche i carabinieri erano turbati e sconvolti a sentire l’odore acre dei limoni divelti, nell’assistere allo scempio di case, nel vedere la sofferenza di chi da quel momento non aveva più casa né terra né tantomeno risarcimento.

L’esperienza fu talmente grande e unica che a volte mi chiedo come abbiamo potuto fare.

Io lo conoscevo bene Peppino. Lo ricordo…

quando si fece imbalsamare come una mummia egiziana e attraversò il corso di Cinisi;

quando organizzò una mangiata “a tavolino” in piazza, tutti in vestito e cravatta, tra lo sguardo stupito della gente;

quando, tutti noi del circolo partecipammo ad un carnevale alternativo a Cinisi, e lui si bruciò la faccia per fare il lanciatore di fiamme con la bocca piena di petrolio;

quando andava a registrare l’abbaiare del cane dell’onorevole per riproporlo nella trasmissione di “Onda Pazza”;

quando faceva impazzire di maresciallo di Cinisi, ridendogli in faccia;

quando aveva occupato “Radio Aut” per protesta contro i “creativi”, ovvero i “‘ricreativi’ che non creano un cazzo”;

quando diceva al fascista compaesano, che aveva strappato i nostri manifesti: “inginocchiati e chiedi perdono”;

quando andammo a Ballarò, a piazza Santa Chiara, per vedere il Living theater;

quando ripercorreva il suo non compreso amore per Anna, parafrasandone le iniziali: Amore Non Ne Avremo.

Roberto Greco

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