Quelle falsità sul cuneo fiscale - QdS

Quelle falsità sul cuneo fiscale

Carlo Alberto Tregua

Quelle falsità sul cuneo fiscale

martedì 13 Agosto 2019 - 00:00

Un dipendente che percepisca 1000 euro netti in busta paga costa al datore di lavoro, pubblico o privato, 2200 euro, cioè incassa poco più del 40% del costo del lavoro. Si tratta di una assurdità italiana, perché negli altri Paesi questa enorme differenza tra costo del lavoro e importo percepito dal dipendente non esiste.
La prima anomalia che si riscontra nelle buste paga riguarda le mensilità aggiuntive a dodici che in alcuni settori è pari a una, in altri a due mensilità e in Banca d’Italia, per esempio, è di quattro mensilità. Cosicché le comparazioni relative agli importi degli stipendi sono falsate, proprio dal differente numero di mensilità percepite.
Poi, vi è un certo numero di falsità relative al cosiddetto cuneo fiscale. Di che si tratta? La differenza tra il costo del lavoro e il netto percepito in busta paga. Vi sono menzogne relative allo stesso e riguardano l’attenzione posta da alcuni politici, ignoranti o in malafede, i quali dicono che esso è formato esclusivamente dalle imposte e dai contributi previdenziali. Non è vero.

Vi sono altri elementi di costo che sono contenuti nel cuneo fiscale. Si tratta del trattamento di fine rapporto (Tfr), cioè della mensilità accantonata che verrà liquidata alla fine del rapporto stesso. Si tratta del periodo di ferie regolarmente remunerato, che ormai è di circa 30 giorni per quasi tutti i contratti di lavoro pubblici e privati; si tratta delle assenze per malattia che vengono regolarmente remunerate, quasi tutte a carico del datore di lavoro. È chiaro che Tfr, ferie e malattie non sono elementi che dipendono dalle parti, ma fanno parte dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Ormai costituiscono addendi fissi.
Dunque, il Governo e le parti sociali possono discutere sulla diminuzione delle aliquote fiscali e contributi previdenziali che gravano sul costo del lavoro. Per quanto concerne i contributi previdenziali, si ritiene quasi impossibile una loro riduzione, che oggi incide per il 35/40% sulle retribuzioni, in quanto l’Inps presenta bilanci in chiaroscuro anche con perdite e con la riserva matematica che non assicura l’erogazione delle pensioni da qui a venti anni.
Al riguardo, ricordiamo, che il rapporto tra pensionati e lavoratori attivi, i cui contributi pagano i primi, era fino a qualche tempo fa di uno a quattro, mentre via via che la platea dei pensionati è aumentata, anche per il prolungamento della vita, tale rapporto è sceso a due a quattro e forse fra un decennio arriverà al pareggio. Cosicché è impensabile ritoccare i contributi previdenziali.
Restano per conseguenza nel mirino le aliquote fiscali. Ma anche qui il terreno è tortuoso e pieno di asperità, perché non si può eludere l’articolo 53 della Costituzione, che prevede la progressività delle imposte, con la conseguenza che è necessario un insieme di aliquote per differenziare l’imposizione sulle diverse fasce di reddito.
In atto esse sono cinque: 23, 27, 38, 41, 43 per cento. Ad esse devono essere aggiunte le aliquote regionali e comunali che le fanno ovviamente lievitare.
Non crediamo che l’impianto possa essere strutturalmente modificato e vi spieghiamo perché.

Qualora il Governo volesse diminuire l’incidenza delle imposte sul cuneo fiscale, ha due mezzi a disposizione: la diminuzione delle aliquote e l’aumento delle detrazioni. Nel primo caso non potrebbe diminuirle solo a favore dei dipendenti, perché violerebbe l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini. Pertanto non avrebbe altra strada che diminuire le aliquote basse (per esempio quelle del 23 e 27 per cento) su tutti i percettori di reddito.
L’altro strumento, cioè le detrazioni, deve essere maneggiato con grande ragionevolezza e proporzionalità secondo i dettati della Costituzione per evitare, anche in questo caso, un trattamento disuguale per i cittadini.
E proprio le detrazioni sono state oggetto di dibattito in capo al Governo, che ha discusso della loro abolizione.
Probabilmente siamo noi a non vedere altre soluzioni alla crisi, ma come una sorta di novello Mandrake, il ministro dell’Economia dovrà fare “abracadabra” per risolvere l’annoso problema.

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