Rosario Livatino, martire della mafia, diventa Beato - La diretta - QdS

Rosario Livatino, martire della mafia, diventa Beato – La diretta

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Rosario Livatino, martire della mafia, diventa Beato – La diretta

domenica 09 Maggio 2021 - 09:43

A ventun anni dall'uccisione la solenne celebrazione nella Cattedrale di Agrigento. L'urlo di Woytila contro la Cosa nostra e la decisione di Papa Francesco. GUARDA I FILMATI

“Eminenza Reverendissima, la Chiesa di Agrigento ha umilmente chiesto al Sommo Pontefice Francesco di voler iscrivere nel numero dei Beati il Venerabile Servo di Dio Rosario Angelo Livatino”.

Con questa formula pronunciata dal Vescovo di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro, prende il via alle dieci nella Cattedrale di San Gerlando la cerimonia di beatificazione del “Giudice ragazzino”, ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990 mentre da solo, con la sua auto stava andando da Canicattì, doveva viveva con i genitori, al Tribunale di Agrigento.

Senza scorta, nonostante le minacce, perché, diceva, “non voglio che altri padri di famiglia debbano pagare per causa mia”.

Tutto il cerimoniale è contenuto in un Libretto, a cura dell’Ufficio Liturgico dell’Arcidiocesi di Agrigento, con il testo della celebrazione, che potrete scaricare cliccando qui.

Papa Woytila contro la mafia

La scelta di far svolgere il nove maggio la cerimonia di beatificazione si deve al fatto che oggi ricorre l’anniversario della visita nel 1993 di San Giovanni Paolo II ad Agrigento.

Papa Woytila, dopo aver incontrato i genitori di Livatino, aveva tuonato contro Cosa Nostra affermando: “Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”.

La mafia e il “santocchio”

Un altro Papa, Francesco, propose la sua beatificazione per “la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede”.

Durante il processo penale, si legge su documenti ufficiali del Vaticano, “emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso stabile, lo definiva con spregio ‘santocchio’ per la sua frequentazione della Chiesa. Dai persecutori era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante”.

Lenzuoli bianchi ai balconi

Fin da ieri lenzuoli ai balconi e immagini del giudice Livatino nelle finestre a Canicattì (Agrigento) e nel resto della diocesi per la cerimonia di beatificazione che si svolge oggi a partire dalle dieci in Cattedrale ad Agrigento.

E proprio ieri a Canicattì è stata una giornata intensa di visite e avvenimenti riguardo al “Giudice ragazzino”, come tutti chiamano Livatino anche per la popolarità del film omonimo, incentrato sulla sua figura e che risale al 1994.

La “Cappella Livatino Corbo” nel cimitero di via Nazionale è stata visitata in maniera ordinata e con distanziamento da centinaia di persone.

Tutti per lasciare un fiore e raccogliersi in meditazione.

Sono passati per una visita pure il vescovo emerito di Cefalù (Palermo), Vincenzo Manzella, e il cappellano militare Salvatore Falzone che proprio nelle mani di Livatino prestò il giuramento di rito quale guardia carceraria nel 1990, per poi decidere di tornare agli studi in seminario e farsi prete.

La veglia in preparazione della beatificazione

Dopo la chiusura serale della cappella a San Domenico veglia di preghiera anche questa a numero chiuso, a presiedere il vescovo coadiutore don Alessandro Damiano che a fine mese assumerà la piena titolarità alla guida dell’Arcidiocesi di Agrigento.

L’ultimo docu-video su Livatino

In preparazione della beatificazione del magistrato martire, su iniziativa dell’Arcidiocesi di Agrigento sono stati pubblicati tre docu-video realizzati e prodotti da Tv2000 con testimonianze di persone che hanno conosciuto il Giudice.
L’ultimo, “Il credente”, uscito domenica scorsa, è quello che vi proponiamo.

I messaggi della Politica, delle associazioni, degli ex colleghi di Livatino

“Si è sforzato di giudicare non per condannare ma per redimere. Il suo lavoro lo poneva sempre sotto la tutela di Dio, per questo è diventato testimone del Vangelo, fino alla morte eroica. Il suo esempio sia per tutti, specialmente per i magistrati, stimolo a essere leali difensori della legalità e della libertà”. Lo ha detto il Papa al Regina Caeli.

“Il miglior modo per ricordarlo è imitarlo nel suo luminoso esempio di virtù civili e cristiane. Ora che è beato, dobbiamo stare attenti a non farne un ‘santino’ da invocare o da celebrare. Il miglior modo per ricordarlo è invece imitarlo nel suo luminoso esempio di virtù civili e cristiane. Oggi più che mai, Rosario Livatino vive”. Lo afferma don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele.

“Questa non è la festa – dice Giuseppe Palilla, presidente dell’Associazione intitolata al Magistrato e suo compagno – che meritava ed avrebbe gradito Rosario. Anche chi ha supportato con me e le Associazioni e Postulazione diocesana di questa causa è stato tenuto lontano da questa festa. Ci scusiamo per colpe non nostre e cercheremo di rimediare”

La sua figura è importante perché abbiamo bisogno di modelli come lui che testimonino la grande dedizione di tanti magistrati in un momento in cui la magistratura non gode della fiducia dei cittadini. rappresenta i tanti magistrati che fanno in fondo il loro dovere”. Lo ha detto il senatore di Leu ed ex procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.

“Ci accomunavano la fede e la formazione. Eravamo cresciuti nell’entusiasmo del Concilio Vaticano II e del principio della fede operosa. Ci capimmo, si creò una grande affinità e io posso testimoniare il suo grande impegno culturale”. Lo ha detto l’ex presidente del tribunale di Agrigento Luigi D’Angelo, ex collega del giudice ucciso dalla mafia. “Era riservatissimo, mai rilasciato un’intervista. Scrisse un libricino che ora sarebbe fondamentale come codice etico della magistratura”, ha aggiunto D’Angelo. “Da una fattura falsa – ha ricordato – arrivò a provare il rapporto tra mafia, imprenditoria e politica e intuì l’importanza del lavoro in pool”.

“Rosario Livatino è stato un modello di giustizia coniugata al dono della fede. Ha saputo conciliare la parola del Cristo e il dovere di obbedire alle leggi del diritto e la mafia per questo lo ha ucciso, perché era simbolo e testimonianza”. Lo ha detto il presidente della Regione, Nello Musumeci.

“Credibilità fu per lui la coerenza piena e invincibile tra fede cristiana e vita. Livatino rivendicò, infatti, l’unità fondamentale della persona; una unità che vale e si fa valere in ogni sfera della vita: personale e sociale. – ha dichiarato il cardinale Marcello Semeraro -. Questa unità Livatino la visse in quanto cristiano, al punto da convincere i suoi avversari che l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano. Per questo la Chiesa oggi lo onora come Martire”.

“La beatificazione del giudice Rosario Livatino è un segno di speranza per tutti gli italiani che credono nella giustizia. Tutto nell’esperienza umana del giovane Livatino parla di un impegno coerente, infaticabile e rigoroso nel perseguimento della verità e della giustizia”. Lo afferma in una nota l’esponente dem, Rosy Bindi.

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