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Sistema Siracusa ed Eni, i giudici parlano di “falso complotto”

redazione web

Sistema Siracusa ed Eni, i giudici parlano di “falso complotto”

sabato 25 Gennaio 2020 - 00:00
Sistema Siracusa ed Eni, i giudici parlano di “falso complotto”

Per i pm, il fine era quello di proteggere Descalzi dalle indagini per corruzione internazionale. L'Azienda, "parole di pregiudicati, noi parte lesa". L'avvocato Amara, Verdini mi scrisse cosa dovevo dire nel processo a suo carico

Erano “tutti interessati a vario titolo a proteggere Descalzi” l’ad di Eni “dalle indagini per corruzione internazionale”, l’ex legale esterno del gruppo Piero Amara e “i suoi complici”, ossia Alessandro Ferraro, un collaboratore di Amara, il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi, l’avvocato Giuseppe Calafiore, l’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo e, “per conto di Eni”, l’avvocato Michele Bianco e Claudio Granata, capo del personale del cane a sei zampe.

Lo si legge nel decreto di perquisizione eseguito ieri dalla Gdf di Milano nell’inchiesta sul falso complotto-depistaggio.

Nelle Procure di Trani e Siracusa il “falso complotto”

Dalle indagini, si legge nel decreto firmato dal procuratore aggiunto Laura Pedio e dal pm Paolo Storari, è emerso che nelle “Procure di Trani e Siracusa” dal “gennaio 2015 sono stati incardinati procedimenti penali nei quali si accreditava la tesi (falsa) di un complotto organizzato ai danni di Claudio Descalzi da vari soggetti italiani e stranieri”.

Procedimenti avviati e coltivati da Piero Amara

Questi procedimenti, scrivono i pm, “sono stati avviati e coltivati da Piero Amara” e dai “suoi complici” tutti “interessati a vario titolo a proteggere Descalzi”, indagato e poi imputato nel processo in corso sul caso Eni-Shell/Nigeria.
In più, scrive la Procura, “il cambiamento di linea e l’attenuazione delle dichiarazioni accusatorie” nei confronti di Descalzi da parte di Vincenzo Armanna, ex manager Eni (licenziato nel 2013), nel “processo Eni Nigeria è stata determinata da promesse di utilità effettuate da Claudio Granata e Michele Bianco, attraverso Piero Amara: in particolare ad Armanna è stata promessa la riassunzione in Eni e lo sblocco di alcuni appalti affidati dal gruppo Eni alla azienda nigeriana Fenog, di cui Armanna era consulente”.

Il ruolo e la figura di Vincenzo Armanna

Armanna, scrivono i pm, “aderiva alla richiesta” di ritrattare “con una memoria depositata” nel 2016, con “l’interrogatorio del 13 luglio 2016, il confronto con Claudio Descalzi” sempre di luglio, “le dichiarazioni spontanee rese al Gup” nel 2017 e ancora con una memoria, ma “non si avvaleva della facoltà di non rispondere in dibattimento” e rivelava, invece, “le pressioni subite per non rendere interrogatorio”.

Inoltre, dal canto suo, Amara, arrestato nel 2018 in un’indagine congiunta Roma-Messina, “ha ricevuto denaro al fine di serbare il silenzio sul coinvolgimento di Michele Bianco e Claudio Granata nelle iniziative giudiziarie di Trani e Siracusa”.

E gli sarebbero stati promessi “compensi professionali non inferiori ai 150.000 euro all’anno”.

Per la Procura, dalle complesse indagini, con al centro le accuse di associazione per delinquere (dal 2014 fino allo scorso luglio), induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, corruzione tra privati e altri reati, “sono emersi elementi gravi e concreti che consentono di ritenere che un gruppo di persone unite tra loro da stretti legami personali e/o di affari”, tra cui “dirigenti e avvocati interni ed esterni della società Eni”, abbia “dato vita ad una associazione a delinquere” per “intralciare l’attività giudiziaria”, “depistare e delegittimare, attraverso false denunce e la costruzione ad hoc di un complotto sorretto da missive anonime e documenti falsi” le inchieste milanesi.

Procedimenti “che vedono coinvolta, fra gli altri, la società Eni”, Descalzi “e l’ex ad Scaroni, con il particolare intento di far risultare falsamente che quanto emerso” fosse “il frutto di una macchinazione ai loro danni”. (ANSA).

La Società risponde, le accuse da parole pregiudicati

“Eni, in merito ai provvedimenti emessi giovedì dalla Procura della Repubblica di Milano, desidera confermare la propria stima nei confronti degli attuali dirigenti interessati” scrive in una nota la compagnia petrolifera italiana, ribadendo “la fermissima convinzione di essere parte lesa” e di continuare a voler tutelare “la propria reputazione”.

“Eni tiene a evidenziare con grande sconcerto – prosegue la nota del gruppo – che le accuse alla base dei provvedimenti sono state formulate dai signori Piero Amara e Giuseppe Calafiore, soggetti pluripregiudicati e Vincenzo Armanna indagato sia nel procedimento relativo all’Opl245, sia in quello relativo al cosiddetto “depistaggio”.

L’azienda ha tenuto a ricordare “come, a luglio dello scorso anno, nell’ambito del procedimento Nigeria, sia stato depositato dal difensore di uno degli imputati un documento della Polizia giudiziaria di Torino in cui Vincenzo Armanna, in una conversazione con Piero Amara, al fine di volere estromettere alcuni manager di Eni dalla gestione delle attività nigeriane, rispetto alle quali nutriva interessi economici personali, prometteva di adoperarsi per causare l’emissione di avvisi di garanzia a loro carico da parte della Procura di Milano nell’ambito delle indagini su Opl245”.

“È nei fatti che Armanna, – prosegue la nota – immediatamente dopo, si recò alla Procura di Milano per rendere delle dichiarazioni, e tre giorni successivi alla data di tale incontro, e il giorno seguente alla deposizione di Armanna, furono emessi gli avvisi di garanzia nei confronti dell’ad e dell’ex ad di Eni. Fatto di estrema gravità, che conferma e va letto anche in relazione ai ripetuti tentativi di destabilizzazione della società perpetrati da Amara e Armanna, già querelati e denunciati dall’AD di Eni e dal Chief Services & Stakeholder Relations Officer della società per calunnia e diffamazione aggravata. Eni ha altresì accertato e denunciato per ogni verifica in giudizio il compimento di atti lesivi del proprio patrimonio da parte degli stessi soggetti oggi dichiaranti e di ulteriori partecipanti”.

L’Eni si dice certa che le indagini “consentiranno di chiarire l’estraneità della società e degli attuali manager interessati dal provvedimento”.

“Per quanto riguarda l’ipotesi relativa al cosiddetto depistaggio” la compagnia petrolifera “ribadisce di essere parte lesa” e di voler continuare a perseguire “la tutela propria reputazione nei confronti di chiunque abbia già confessato un proprio coinvolgimento o che altrimenti risulti responsabile di eventuali ulteriori condotte censurabili in danno sia alla reputazione sia al patrimonio nella assoluta convinzione che le attività di indagine in corso non potranno che convergere sugli accertamenti interni svolti e sulle azioni di Eni già in essere”.

Amara, Verdini mi scrisse cosa dovevo dire

“Denis Verdini mi scrisse le dichiarazioni che avrei dovuto rendere nel processo a suo carico a Messina per finanziamenti illeciti”.

Sono le parole messe a verbale nello scorso dicembre nell’ambito dell’indagine della Procura di Milano sul falso complotto-depistaggio Eni da Pietro Amara, l’ex avvocato esterno del gruppo arrestato nel 2018 e che ha patteggiato tre anni. Parole riportate nel decreto di perquisizione eseguito ieri dalla Gdf e che si riferiscono a un “appunto manoscritto in originale redatto” da Verdini, esponente di Ala e consegnato ai pm milanesi dal legale siciliano.

Nell’atto del procuratore aggiunto Laura Pedio e del pm Paolo Storari, si legge non solo che “nell’attività di depistaggio è stata strumentalizzata anche l’attività parlamentare”, ma pure che “Amara ha aggiunto che molto di recente, attraverso Denis Verdini, gli è stato nuovamente proposto di scaricare la responsabilità del finto complotto su Massimo Mantovani”, l’ex capo dell’ufficio legale del gruppo, “e Vella” (Antonio, ndr), l’ex numero due tra gli indagati per corruzione tra privati.

Infatti in uno dei tre interrogatori dello scorso mese (12 dicembre) Amara ha affermato che Verdini gli avrebbe ribadito “che qualora avessi parlato della vicenda Eni avrei dovuto sostanzialmente dire che Vella e Mantovani volevano salvare Descalzi ed erano i reali ispiratori delle manovre”.

Quanto all’ipotizzata strumentalizzazione dell’attività parlamentare il decreto riporta uno stralcio dell’interrogatorio di Amara (6 dicembre): “ho incaricato un senatore di Ala, Lucio Barani, presidente del gruppo di Ala, di depositare un’interrogazione parlamentare diretta a costituire una commissione di inchiesta per far luce sul complotto ai danni dei vertici Eni.(..) Ribadisco che l’interrogazione parlamentare”, acquisita dalla magistratura, “era funzionale a far istituire una commissione di inchiesta che si occupasse delle vicende di Milano e di Siracusa”.

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