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Stato-mafia, Silvio Berlusconi non risponde ai giudici

redazione

Stato-mafia, Silvio Berlusconi non risponde ai giudici

lunedì 11 Novembre 2019 - 17:22
Stato-mafia, Silvio Berlusconi non risponde ai giudici

Nel processo di Palermo l'ex premier, citato come teste assistito, si chiude nel mutismo. Secondo alcuni avrebbe così "mollato" Dell'Utri. Tra le reazioni, quella del presidente dell'Antimafia Morra, che ha parlato di "un silenzio che fa rumore"

L’ex premier Silvio Berlusconi, citato come teste assistito davanti alla Corte d’Assise d’Appello che celebra il processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

L’ex presidente del Consiglio ha negato anche il permesso di farsi riprendere e fotografare in aula.

“Su indicazione dei miei legali, mi avvalgo della facoltà di non rispondere”, ha detto l’ex premier alla Corte.

Secondo gli analisti ha “mollato” Dell’Utri

Secondo alcuni analisti Berlusconi Ha seguito le indicazioni dei suoi legali e, di fatto, ha voltato le spalle all’amico di una vita. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo è finito oggi un sodalizio lungo oltre 40 anni: affari, amicizia, il progetto politico che portò a Forza Italia, successi, denaro, potere e segreti. Tutto cancellato quando Silvio Berlusconi, ascoltando il consiglio dei suoi avvocati, ha comunicato ai giudici di non volere testimoniare a favore del collaboratore di sempre, Marcello Dell’Utri.

La scelta degli avvocati Coppi e Ghedini

Una scelta dei suoi legali, gli avvocati Coppi e Ghedini, entrambi in aula, probabilmente dettata dal timore che all’ex premier fossero fatte domande “scomode”.

Dalla conoscenza dei rapporti tra Cosa nostra e Dell’Utri, alle tante vicende giudiziarie che l’hanno visto protagonista e che sarebbero potute saltar fuori nel tentativo dell’accusa di minare la sua credibilità come teste. E allora meglio il silenzio, anche se in ballo c’era l’amico.

Anche se in fondo avrebbe dovuto dire “soltanto” di non essere mai stato minacciato dalla mafia tramite l’ex manager di Publitalia, “messaggero”, secondo l’accusa, dell’intimidazione mafiosa mentre era capo del Governo.

Il riconoscimento dello status di teste assistito

Anche se il riconoscimento dello status di teste assistito e la conseguente possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere, sono passati attraverso l’ufficializzazione di una notizia fino ad allora rimasta un’indiscrezione: e cioè che Silvio Berlusconi è indagato a Firenze per le stragi mafiose del ’93.

“Fatti probatoriamente connessi a quelli del processo”, ha detto la corte quando ha deciso di ascoltarlo come testimone assistito. Per i giudici di primo grado, che hanno condannato Dell’Utri a 12 anni per minaccia a Corpo politico dello Stato, l’ex senatore azzurro avrebbe “informato Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo il premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”.

Dell’Utri collegamento tra Berlusconi e la mafia?

L’ex parlamentare sarebbe stato, dunque, la cinghia di trasmissione tra la mafia e il capo del Governo, condizionandone l’azione nella lotta ai clan. L’ex premier dal banco dei testi avrebbe dovuto smentire le conclusioni dei magistrati, confermando quanto da anni ripete e quanto disse a ridosso della sentenza di primo grado in una intervista acquisita agli atti del processo. E cioè che da presidente del Consiglio varò importanti misure contro la mafia come la stabilizzazione del carcere duro per i mafiosi, altro che “sconti”.

Troppo rischioso evidentemente per i suoi legali. Mentre la difesa di dell’Utri minimizza: agli atti, ci sono già tutti gli elementi per dimostrare che l’accusa non sta in piedi.

Il rifiuto di rispondere appena entrato in aula

Appena entrato in aula i giudici gli avevano illustrato le prerogative garantitegli dallo status di teste assistito, status determinato dal fatto che a suo carico pende una inchiesta a Firenze sulle stragi del ’93, quindi su fatti “probatoriamente collegati” a quelli oggetto del processo “trattativa”.

La Corte, dunque, ha preliminarmente avvertito l’ex premier della possibilità di non rispondere precisando, inoltre, che qualora avesse risposto avrebbe assunto “l’ufficio di testimone”, quindi avrebbe dovuto dire la verità. In aula c’erano anche i legali dell’ex premier, gli avvocati Franco Coppi e Nicolò Ghedini.

Aveva dichiarato “nessuna minaccia dalla mafia”

“Non abbiamo ricevuto nel 1994, né successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti. Vorrei ricordare che i miei Governi hanno sempre operato nella direzione di un contrasto fortissimo nei confronti della mafia, abbiamo incrementato la pena del 41 bis rendendola più dura e l’abbiamo anche spostata sino alla fine della detenzione invece che per un certo più stretto periodo. Abbiamo individuato nuovi strumenti giuridici tra cui il codice antimafia che ha consentito da un lato la cattura di 32 dei più pericolosi latitanti capimafia, 32 su 34”.

E’ uno stralcio delle dichiarazioni rese dall’ex premier Silvio Berlusconi in una intervista video rilasciata il 20 aprile del 2018, dopo la sentenza di primo grado del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. I legali di Marcello Dell’Utri, Francesco Centonze e Francesco Bertorotta, che avevano citato a deporre Berlusconi nel processo d’appello in corso a Palermo, avrebbero voluto far sentire in aula, prima della deposizione dell’ex premier, l’intervista, ma la corte d’assise ha rigettato l’istanza.

Il tentativo di smontare la prima sentenza

Una testimonianza mancata, quella dell’ex premier, che sarebbe servita ai legali per smontare quanto stabilito nella prima sentenza: cioè che Dell’Utri, già condannato a 12 anni, sarebbe stato “tramite” per far arrivare all’ex premier la minaccia di Cosa nostra negli anni delle stragi e condizionare l’azione dello Stato contro i clan.

I legali di Dell’Utri, comunque, ritengono che, a prescindere dal contributo dichiarativo di Berlusconi, siano presenti agli atti tutti gli elementi per dimostrare l’inconsistenza dell’ipotesi d’accusa.

Morra, il silenzio di Berlusconi fa rumore

“Rimango colpito – ha commentato il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra – dal silenzio di Berlusconi in aula. È un suo diritto e lo ha esercitato. Mi domando che senso abbia il silenzio di un ex premier in un aula di tribunale. Se ci si definisce uomini dello Stato, bisogna avere il coraggio della parola, soprattutto in un tribunale. Questo è un silenzio che fa rumore e che di certo non impedisce la ricerca della verità sulla stagione delle stragi”.

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