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Trasporto pubblico siciliano, costa troppo e poco finanziato dalla Regione

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Trasporto pubblico siciliano, costa troppo e poco finanziato dalla Regione

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sabato 18 Dicembre 2021 - 09:10

A spiegarci l’importanza di questa tematica è Giuseppe Inturri, docente di trasporti all’Università di Catania e vice-coordinatore nazionale del Gdl mobilità rus

La mobilità sostenibile è imprescindibile da una pianificazione urbanistica che tenga conto delle problematiche ambientali, specialmente per il contrasto al cambiamento climatico. Purtroppo, in Sicilia, nonostante i grossi passi in avanti fatti a Palermo e quelli un po’ più timidi fatti a Catania, la mobilità è ancora basata su un modello altamente inquinante per l’aria e non solo.

“La Regione siciliana non finanzia sufficientemente il trasporto pubblico”. Dichiara Giuseppe Inturri, professore all’Università di Catania: “In Piemonte il doppio dei chilometri percorsi dai treni nell’Isola. La chiusura al traffico delle città? Si può fare a ‘cipolla’, partendo dai centri storici”

Quanto costa ai cittadini la scarsa sostenibilità della mobilità?

“Le auto che abbiamo in questo momento, che emettono oltre alla CO2 tutta un’altra serie di inquinanti, sono responsabili di una quantità di morti premature ogni anno impressionante: 80.000 mila morti all’anno in Italia e 500.000 mila in Europa secondo i dati dell’Oms”.

Quali interventi servirebbero per avere una mobilità realmente sostenibile?

“I fattori su cui agire sono tre. bisogna da una parte ridurre il numero di spostamenti, fare meno spostamenti lunghi, fare meno spostamenti che avvengono con modi di trasporto ad alto impatto. Per contraltare bisogna aumentare gli spostamenti che si fanno con il mezzo pubblico, che si fanno in bicicletta, che si fanno a piedi. Tra l’altro, molti spostamenti che si fanno in ambito urbano sono per loro natura molto modesti, circa il 33% degli spostamenti urbani ha una distanza inferiore ai due chilometri. E solo il 20% di questi spostamenti viene fatto a piedi, il resto viene fatto in auto. Le tre leve strategiche sono quindi: ridurre, cambiare e migliorare. Ridurre gli spostamenti: con la pandemia abbiamo scoperto che ci sono mille modi per fare le cose da casa e rinunciare a fare uno spostamento. Nel lungo periodo però si possono ridurre gli spostamenti con una migliore organizzazione del territorio.

Con una pianificazione territoriale. In questo momento è in corso di studio a Catania il Pug, il piano urbanistico generale: se concentrassimo le residenze e le attività commerciali attorno alle stazioni della metropolitana che stiamo costruendo, è chiaro che se molte persone abitano a poche centinaia di metri da una stazione è facile che il loro spostamento sarà fatto in metropolitana. Se noi invece consentiamo nei paesi pedemontani limitrofi il crescere di nuova edilizia in luoghi accessibili solo con l’auto è chiaro che noi stiamo generando nuovi flussi di traffico che poi affliggeranno la città.

Poi bisogna puntare anche sul cambiamento del comportamento delle persone. Naturalmente le persone devono essere indotte al cambiamento perché bisogna dargli delle opzioni convenienti: il trasporto pubblico efficiente e più economico rispetto al privato. Se noi non abbiamo spazi di sosta sufficienti è perché le tariffe della sosta sono troppo basse, oltre al fatto che viene consentita la sosta illegale e l’irregolarità. Se il trasporto pubblico è inefficiente è perché vive nella congestione di una città in cui ci sono troppe auto richiamate anche dal basso prezzo della sosta. Noi dovremmo per esempio riportare lo standard del trasporto pubblico ad almeno 250 autobus che escono nell’ora di punta. Oggi a malapena siamo a 100 autobus. Nel 2000 i bus della Amt facevano a Catania 15 milioni di chilometri in un anno. Oggi ne fanno 7,5. Esattamente la metà”.

Questo dimezzamento da cosa è causato? Di chi è la responsabilità?

“La Regione non finanzia sufficientemente il trasporto pubblico. Tutte le città dovrebbero fare pressione presso la Regione per ritornare almeno ai limiti di fine anni 90’ dei chilometri percorsi dal servizio. Lo scarso utilizzo non è solo legato alla scarsa qualità, ma anche alla scarsa quantità. La Regione su questo punto gode della sua autonomia, che usa molto male. Molte Regioni hanno uno stanziamento fissato dallo Stato su quanti soldi devono spendere sul trasporto pubblico. La Regione Sicilia, invece, riceve soldi senza etichetta su queste cose e quindi, di volta in volta, decide se vuole spenderli sul trasporto pubblico o sugli altri capitoli di spesa e il Tpl è stato sempre penalizzato. Sul sottofinanziamento del Tpl la Regione è il responsabile principale e questo vale anche per il trasporto ferroviario e per il trasporto su autolinee. In Sicilia siamo cinque milioni di perone e i treni regionali fanno complessivamente in un anno circa 10 milioni di chilometri. Quindi sono due chilometri per abitante all’anno. È un modo per indicare la dotazione di trasporto ferroviario per abitante. In Piemonte, che ha meno abitanti della Sicilia, ci sono esattamente il doppio di chilometri percorsi dalla ferrovia. Questa è una responsabilità tutta regionale. Così come a Catania i bus di Amt fanno 7,5 km piuttosto che 16 milioni: è una responsabilità tutta regionale. Il Tpl, per almeno due terzi è coperto dalla fiscalità generale delle Pubbliche amministrazioni, in questo caso il responsabile è la Regione. Se un Comune fosse particolarmente florido potrebbe decidere di mettere le sue risorse per finanziare ulteriormente il Tpl per sopperire alla mancanza di finanziamenti della Regione. Ma i comuni non hanno questo tipo di possibilità. Se la recente unione di Amt e Sostare lavorasse in questa direzione sarebbe interessante”.

La chiusura al traffico dei centri storici delle città è una misura efficace per rendere la mobilità più sostenibile?

“Per quanto riguarda la chiusura al traffico delle città si può cominciare a partire a cipolla, quindi partendo dal centro e via via provare ad estendere man mano che cambiano i comportamenti. Naturalmente sono fenomeni che vanno controllati attentamente. Perché bisogna di volta in volta verificare quale sia l’impatto sull’assetto della circolazione di queste chiusure. Un nocciolo molto ristretto potrebbe essere pedonalizzato interamente. Una parte abbastanza estesa della città potrebbe diventare una zona 30 (con limite di velocità a 30). Questa è una cosa che sembra inutile ma non è così. Innanziutto, è una cosa che non costa nulla se non la segnaletica e la capacità di reprimere chi non rispetta questo vincolo. Quando si va a 30 Km/h succede che la probabilità di decesso per una persona investita diminuirebbe di due terzi. Inoltre, anche i consumi delle auto si riducono se non si esagera con le accelerazioni e le decelerazioni. E poi la vivibilità di un quartiere cresce enormemente. Un altro aspetto importantissimo è che le bici potrebbero circolare senza bisogno di piste ciclabili. Improvvisamente con una semplice misura del genere la qualità urbana decolla. Naturalmente, più le scelte costano poco e sono facili più sono impopolari dal punto di vista politico. Ci vuole una buona capacità politica di creare consenso, una buona dose di coraggio e la consapevolezza che ogni anno in Italia muoiono 80 mila persone prematuramente per patologie causate dall’inquinamento delle auto. Non c’è dubbio che la classe politica di altre città si è mostrata più pronte in questo campo”.

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