Ragusa – Trivelle, società pronte all’azione

RAGUSA – “Vega B” a Pozzallo e “Irminio” a Scicli sono tra i giacimenti di gas e petrolio che le società Eni ed Edison potranno sfruttare grazie a un accordo sottoscritto, qualche giorno fa, con la Regione siciliana. Il presidente Rosario Crocetta e l’assessore regionale alle Attività produttive Linda Vancheri hanno siglato un investimento complessivo di 2 miliardi e 400 milioni in quattro anni, con un’occupazione stimata intorno alle 7.000 unità, ma che proprio non piace ad associazioni ambientaliste e ai cittadini. Le attività delle società che hanno sottoscritto l’accordo, oltre a interessare l’agrigentino, saranno realizzate nel ragusano: qui si prevede soprattutto la perforazione di un secondo pozzo, il Vega B, che sarà collegato al Vega A, già funzionante a 20 km al largo di Pozzallo.
Il progetto, che è già stato oggetto di numerose polemiche, prevede una piattaforma ancorata a circa 130 metri di profondità e di due condotti di sei km che collegheranno le due basi, oltre allo sfruttamento del giacimento petrolifero e un deposito galleggiante da 110.000 tonnellate ricavato dalla trasformazione della ex-petroliera Leonis.
Un altro intervento riguarda il progetto di sviluppo del giacimento a olio e gas “Irminio” che prevede, come si legge nello stesso accordo, interventi di manutenzione per l’ottimizzazione della produzione dai tre pozzi esistenti; perforazione di almeno nove pozzi di accertamento e sviluppo del giacimento; costruzione degli impianti di produzione e trasporto del greggio; potenziamento delle strutture di cogenerazione adeguate all’aumento della produzione di gas; infrastrutture per la consegna dell’energia termica a imprenditori locali per l’utilizzo in campo agricolo.
Se per il presidente Crocetta l’accordo serve per rilanciare l’economia della Sicilia e per il “miglioramento della situazione finanziaria per effetto dell’incremento delle entrate relative alle royalties, alla fiscalità”, non la pensano allo stesso modo gli esponenti di Legambiente.
“L’ambiente ibleo – fanno sapere dall’associazione – non ha certo bisogno di questa spada di Damocle, né l’economia potrà avere positive ripercussioni da un comparto che, grazie a una politica collusa e corrotta, paga le royalties più basse al mondo e non paga imposte allo Stato per le prime 50.000 tonnellate estratte. Alla luce di questi fatti è logico – dicono gli esponenti di Legambiente – mettere a rischio il mare, il turismo e la pesca per estrarre una quantità di petrolio che servirà a fare girare i nostri camion per neanche due mesi?”.