Messina – Ricostruire: l’ipotesi “new town”, delocalizzazione tutta da valutare

MESSINA – Le New Town, o anche Città Giardino, sono sorte in Inghilterra a partire dal 1947 per controllare la preoccupante espansione della capitale. Autosufficienti, ecosostenibili, a misura d’uomo. Attualmente, ci vivono oltre un milione di persone, e il modello è stato esportato in tutto il mondo. Anche in Italia? Non certo con successo, ma si è tentato, e pure in Sicilia. Per esempio a Librino, a sud-ovest di Catania. Il risultato? Un’autostrada con le case attorno, un quartiere simbolo di degrado e criminalità che solo negli ultimi anni sta riuscendo a ricostruire una propria identità. E’ questo il futuro che si vuole prospettare agli oltre mille alluvionati di Messina e Scaletta?
“Che l’indirizzo politico oggi sia questo mi sembra chiaro”, ci dice l’ing. Salvatore Cocina, dirigente generale della Protezione Civile Regionale, “ma onestamente non si può condividere, da un punto di vista sociale, lo spostamento di così tante persone da un quartiere ad un altro di nuova costruzione. A Giampilieri sarebbe forse meglio demolire le prime file di case, quelle a ridosso della montagna, e riqualificare il borgo”.
“Se ci saranno aree che non si potranno mettere in sicurezza o per cui costerebbe troppo farlo – dice invece l’ass. Comunale alla Protezione Civile Fortunato Romano – saremo costretti a valutare una delocalizzazione. Credo che in questo senso un prezzo si dovrà pagare quasi inevitabilmente”.
Delocalizzare, diceva l’assessore, ma dove?
“I luoghi possibili ci sono”, afferma con convinzione Francesco D’Urso, consigliere della prima circoscrizione, abitante di Giampilieri. “Innanzitutto Marchesana, una frazione collinare a ridosso del paese, un grande appezzamento di terreno che, però, attualmente non risulta edificabile. E poi Santa Margherita, sul litorale, su cui insistono già numerosi progetti per nuovi insediamenti. Ed entrambe le soluzioni potrebbero garantire che non avvenga un ulteriore frazionamento della comunità, e che un domani, dopo la messa in sicurezza dell’antico abitato, chi vuole possa ritornare alle proprie abitazioni”.
Edificare e recuperare. Traduzione? “Modello Aquila”. Che è poi, in sostanza, la linea prefigurata sin da subito dalle istituzioni nazionali, e che il  Governatore regionale Lombardo, il Presidente della Provincia Ricevuto e il Sindaco Buzzanca, pur con dei piccoli distinguo, non hanno mai smentito.
E il parere degli alluvionati? Qualcuno è interessato a sapere cosa vogliono per il proprio futuro? “Di certo non vogliamo un nuovo paese”, replica seccamente sull’ipotesi new town il sig. Giuseppe Oliva, camera 115, portavoce involontario dei 170 sfollati raggruppati al Capo Peloro Resort di Torre Faro. “Abbiamo lasciato case, terreni, beni tramandati da tante generazioni, conquistati con tanti sacrifici. Come ci possono chiedere adesso di abbandonare tutto?”.

 


 
Gli abitanti. Tornare a casa solo con la giusta sicurezza
 
“Sai cosa dovremmo fare? Prendere le carte d‘identità e i certificati elettorali e spedirli al Presidente della Repubblica, che non si è nemmeno degnato di venire ai funerali. Ma non lo possiamo neanche fare, perché li abbiamo lasciati nelle nostre case e qui siamo senza alcun titolo di riconoscimento. Non siamo niente”.
A parlare è il sig. Stefano D’urso, sfollato, la cui casa non ha avuto danni, ma che già il 25 ottobre 2007 aveva visto la valanga scendere giù dalla montagna, e in questo momento di ripartire per il paese non ci pensa proprio. “Noi tutti vogliamo tornare alle nostre vecchie case ma solo quando saranno messe davvero in sicurezza. Prima di allora, se qualcuno mi proporrà, come due anni fa, di rimettere piede dentro casa gli darò le mie chiavi e gli dirò “facciamo a cambio, vacci tu a vivere sotto la minaccia della montagna, così mi fai vedere che l’abitazione è sicura e io intanto mi sistemo nella tua”“. Parole sante.