Borsellino: centri di potere dietro la Strage

"Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana" con protagonisti uomini dello istituzioni.
 
E’ scritto nelle motivazioni della Corte d’assise di Caltanissetta che 14 mesi fa concluse l’ultimo processo sulla Strage di via d’Amelio, il cosiddetto Borsellino quater. Il documento, di 1865 pagine, è stato depositato nel tardo pomeriggio di ieri.
 
Ma la notizia che ha fatto più scalpore è quella che la Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio.
 
L’udienza preliminare non è stata ancora fissata.
 

Il processo è stato chiesto per il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l’archiviazione, e per i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei.
 
Per tutti l’accusa è di calunnia in concorso.
 
Intanto, nella motivazione della sentenza, i  magistrati puntano il dito contro i servitori infedeli dello Stato che imbeccarono piccoli criminali, spacciati per pentiti di Cosa nostra, per costruire una falsa verità sugli autori dell’attentato al giudice Borsellino.
 
Nelle motivazioni si parla poi della presenza di fonti rimaste occulte.
 
IL RUOLO DI LA BARBERA
 
Che sarebbe stata una sentenza importante lo si era compreso dalla complessità del dispositivo che, il 20 aprile del 2017, condannò all’ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulci, finti collaboratori di giustizia usati per mettere su una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata l’ergastolo a sette innocenti.
 
Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di rocambolesche ritrattazioni nel corso di vent’anni di processi, i giudici dichiararono la prescrizione concedendogli l’attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.
 
Ed è a questi "altri" che la Corte si riferisce nelle motivazioni della sentenza. A quegli investigatori mossi da "un proposito criminoso", a chi "esercitò in modo distorto i poteri".
 
La corte d’assise di Caltanissetta, dunque, usa parole durissime verso chi condusse le indagini: il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto.
 
Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato.
 
Sarebbero stati loro a compiere "una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte".
 
 
CONVERGENZA MAFIA-CENTRI DI POTERE
 
Proprio l‘occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage di via D’Amelio, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato, è al centro del documento.
 
I giudici di Caltanissetta, imputando il depistaggio agli investigatori dell’epoca e parlano espressamente di "disegno criminoso".
 
"L’indagine sulle reali finalità del depistaggio non può, poi, prescindere dalla considerazione sia delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, che ha riferito che prima di passare all’attuazione della strategia stragista erano stati effettuati ‘sondaggi’ con ‘persone importanti’ appartenenti al mondo economico e politico", scrivono i giudici.
 
"Giuffrè ha precisato – proseguono – che questi ‘sondaggi’ si fondavano sulla ‘pericolosità’ di determinati soggetti non solo per l’organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a ‘fare affari’ con essa".
 
L’AGENDA ROSSA
 
I magistrati dedicano, poi, parte della motivazione all’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il il magistrato custodiva nella borsa, sparito dal luogo dell’attentato.
 
La Barbera, secondo la corte, ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre".
 
La Barbera è morto, l’inchiesta sulla scomparsa dell’agenda rossa è stata archiviata, ma a Caltanissetta, forze a maggior ragione dopo questa sentenza, si continuerà a indagare.
 
Non si sono accontentati delle verità ormai passate in giudicato i pm della Procura Stefano Luciani e Gabriele Paci che, anche grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, hanno riaperto le indagini sulla strage scoprendo il depistaggio.
 
E una nuova inchiesta riguardante  i poliziotti che facevano parte del pool di La Barbera ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio.