Studenti siciliani… indietro tutta

Più avanti nella produzione, nell’economia, nella mentalità, nella cultura e nelle attività imprenditoriali. Ci sarà pure un motivo per cui in tutto questo e tanto altro ancora, il Nord è più avanti rispetto alla Sicilia.
A svelare in buona parte le cause di questo divario ci ha pensato in questi giorni l’Invalsi, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, che ha messo in evidenza come lo studente medio siciliano, e più in generale quello meridionale, sia piuttosto indietro a livello di preparazione e apprendimento rispetto ad uno studente medio che frequenta scuole delle regioni del Nord. Se poi a questo ci aggiungiamo anche il fenomeno della fuga dei cervelli, con le eccellenze siciliane che puntualmente preferiscono fare le valigie anziché restare in Sicilia, allora ecco che la frittata è bella e fatta. Perché è abbastanza chiaro a tutti che una società la si costruisce dal basso, partendo proprio dalle basi culturali. Se questo vengono a mancare, oppure non sono eccelse, evidentemente la società che si costruisce parte già con un notevole gap.
Secondo l’Invalsi gli allievi delle scuole elementari del meridione infatti sarebbero molto indietro come preparazione rispetto ai loro colleghi del resto d’Italia. Imparano meno e i risultati, purtroppo, si vedono. Secondo uno studio dello stesso istituto esistono a tutti gli effetti studenti di serie A e studenti di serie B. Sotto accusa la capacità delle scuole di offrire pari opportunità ai ragazzi. Ma gli istituti “bistrattati” dalla ricerca non ci stanno e attaccano: “Forse quello che dice la ricerca è vero – dicono diverse dirigenti scolastiche che però preferiscono non esporsi fornendo il loro nome – ma il ministero dell’Istruzione ci ha promesso un miliardo di euro di fondi che fino a questo momento sono fantasma”.
 
Secondo la ricerca dell’Istituto nazionale di valutazione scolastico nazionale tra gli allievi del nord e quelli siciliani esiste una differenza abissale, e spesso anche tra gli istituti della stessa città esistono forbici di merito notevole. Alcune insegnanti trovano, secondo quanto riferisce lo studio dell’Invalsi, alcune chiavi di lettura: “I bambini pagano il degrado sociale e culturale”, oppure “l’uso delle famiglie del dialetto, per dirne una, si coniuga con la poca conoscenza dell’italiano”. “Risultato veritiero quello dello studio dell’Invalsi – commenta il provveditore agli studi di Palermo, Rosario Leone -. Il livello qualitativo delle performance dei nostri istituti è inferiore a quello delle altre regioni, è un dato di fatto ma non è imputabile all’incapacità degli insegnanti o alla presunta stupidità dei nostri allievi”.
Leone infatti puntualizza su come le scuole siciliane, che devono fare i conti con una realtà territoriale problematica, non sono altro che i filtri dei mali sociali che l’affliggono. “Le scuole non sono avulse dal contesto sociale – aggiunge -. I nostri docenti devono far fronte anche ad innumerevoli disagi, si ritrovano spesso a dovere svolgere compiti che non gli competono”.
 


Leone, provveditore di Pa “Carenti molti servizi balisari”
 
L’analisi del Provveditore di Palermo continua puntando la sua attenzione sull’offerta formativa: “Senza dubbio – dichiara – risente della carenza di quei servizi  basilari di cui godono le scuole altrove: mancanza di manutenzione alle strutture da parte dei Comuni, assenza di personale specializzato come educatori o  professionisti della comunicazione, servizio delle mense scolastiche inesistente. Neanche  lo sport i ragazzi possono praticare, fondamentale, come affermava Piaget, per gli effetti positivi sull’intelligenza dei ragazzi. Ci sono tantissime strutture abbandonate, oggetto di attacchi vandalistici, che  non vengono  ripristinate e messe a disposizione delle scuole”. Nella mancanza di fondi nelle casse dell’amministrazioni comunali e nelle risorse destinate ad assunzioni di personale che non è formato adeguatamente Leone vede le cause di un tale ritardo rispetto al resto d’Italia. “Da un lato ci sono molti giovani professionisti dell’educazione che non possiamo integrare – ci tiene a precisare – dall’altro invece ci sono persone assunte dagli enti locali che non vogliono nemmeno sottoporsi a corsi di formazione e specializzazione”. E inquadra alcuni dei provvedimenti che reputa urgenti per salvare le scuole del sud: introdurre il tempo lungo a scuola, fornire piccoli budget ai presidi, in grado di potere risolvere con poche risorse molti problemi, inquadrare le nuove leve della pedagogia e della psicologia.