Economia

L’agonia delle Partite Iva in Sicilia, si guadagna un terzo in meno rispetto alla media nazionale

PALERMO – I liberi professionisti siciliani guadagnano, secondo i dati forniti dal ministero dell’Economia e delle finanze ed elaborati dall’ufficio studi Cgia, circa un terzo in meno rispetto alla media nazionale. In Sicilia, infatti, il reddito medio dichiarato in contabilità semplificata, anno di imposta 2021 dichiarato nel 2022, è di quasi 24 mila euro lordi.

In Italia, in media, si arriva a oltre 29 mila euro. Se poi si guarda alle regioni del Nord Italia, il divario aumenta notevolmente. In Lombardia si dichiarano in media oltre 35 mila euro, mentre ci si ferma a 34 mila euro nella provincia autonoma di Trento; a poche centinaia di euro di distanza il Veneto e il Friuli Venezia Giulia.

Divari riconducibili alle diverse situazione economiche

Questa forchetta, secondo l’analisi svolta dalla Cgia, tende addirittura ad aumentare quando si analizzano le dichiarazioni dei redditi delle Partite Iva in contabilità ordinaria, con una netta cesura tra Nord e Sud Italia. Ovviamente, questi divari sono sicuramente riconducibili alle diverse situazioni economiche e sociali presenti in queste due macro aree, che presentano un mercato del lavoro profondamente diverso e con tariffe che variano in maniera sostanziale.

“Tuttavia – scrivono dalla Cgia – ha una rilevanza non trascurabile anche l’impatto dell’evasione fiscale di sopravvivenza che nel Mezzogiorno ha dimensioni importanti. In altre parole, il grosso dell’evasione fiscale in capo alle partite Iva va in massima parte ricercato nel Mezzogiorno, dove la precarietà e la marginalità di questi lavoratori riflette il forte disagio economico di questa ripartizione geografica”.

Oltre alla Sicilia, in Puglia ci si attesta sui 23.223 euro, in Campania sui 22.662 euro, in Basilicata sui 21.012 euro, in Molise sui 19.610 euro e in Calabria sui 19.551 euro. Insomma, il sommerso, secondo la Cgia, è una realtà non trascurabile, ma che va interpretata e compresa per trovare delle soluzioni efficaci che non vadano a strozzare il mercato, ma che aiutino il professionista a ritornare nella legalità permettendogli comunque di lavorare e guadagnare in maniera dignitosa. “In materia di evasione tributaria – scrive la Cgia – spesso gli organi di stampa e molti autorevoli opinionisti citano i dati del ministero dell’Economia e delle finanze, che stimano in 84,4 miliardi di euro il tax gap delle entrate tributarie presenti nel Paese, sulla base di una media del periodo 2018-2020”.

Autonomi, la tipologia di imposta più evasa sarebbe l’Irpef

Entrando nel dettaglio di questa analisi, la tipologia di imposta più evasa sarebbe l’Irpef in capo al lavoro autonomo, per un importo pari a 31,2 miliardi di euro, che corrisponde ad una propensione al gap nell’imposta che da anni sfiora stabilmente il 70% per cento. In pratica, i lavoratori autonomi non verserebbero oltre due terzi dell’Irpef dovuta allo Stato.

Circa il 70% degli autonomi lavora da solo

Questa, secondo la Cgia, non è una stima attendibile, considerato che circa il 70% degli autonomi lavora da solo. Anche i più “ricchi” liberi professionisti del Nord, infatti, se si tenesse conto di questi dati statistici, dovrebbero guadagnare cifre molto importanti, oltre i 70 mila euro, “in una condizione lavorativa – scrive la Cgia – che è paragonabile a quella di un lavoratore dipendente, lavorando anche 10-12 ore al giorno, senza contare che durante questa fascia oraria deve rapportarsi anche con i clienti, con i fornitori, con altre aziende, con il commercialista, con la banca, con l’assicurazione e come tutti i comuni mortali può infortunarsi, ammalarsi, togliendo così ampio spazio al lavoro e alla possibilità di guadagnare”.