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Ambulanze, il business delle eccedenze: in dieci anni +1400%

Un milione di euro in più in un anno. Quando le ambulanze del 118 sono occupate e non possono rispondere alle emergenze, le centrali operative chiamano un mezzo di una delle associazioni private accreditate con la Regione. Si chiamano eccedenze e nel 2022 in Sicilia la spesa destinata a questo servizio ha raggiunto 2 milioni 425mila euro. Un anno prima era stata di 1 milione 448mila euro. Un’impennata del 67 per cento in dodici mesi. Ma se si guarda più indietro, la crescita è impressionante: nel 2012 le eccedenze costavano appena 161mila euro. In dieci anni la spesa è quindi lievitata di 15 volte.

È in questo settore che il governo Schifani ha deciso di intervenire con un decreto del direttore generale del dipartimento regionale Pianificazione strategica, Salvatore Iacolino. “Cambia radicalmente il sistema di gestione delle eccedenze nell’ambito dell’urgenza-emergenza relativa al servizio del 118 in Sicilia”, si legge nel comunicato della Regione. E ancora: “Il provvedimento  – dice il presidente Schifani – si pone in linea con l’intendimento del governo di rafforzare i meccanismi di controllo nel ricorso al privato per la gestione dell’emergenza-urgenza da parte della Seus (la partecipata della Regione che gestisce il 118 ndr), garantendo trasparenza ed efficienza”.

Cosa cambia realmente? La Regione comunica che “il ricorso ai consorzi e alle associazioni di volontariato per le eccedenze, cioè nel caso in cui il trasporto del paziente in autoambulanza non può avvenire con quelle di proprietà della società a partecipazione pubblica, è adesso assoggettata a regole precise e stringenti, riferite esclusivamente ai casi contrassegnati con il codice rosso. L’eventuale ricorso a tale regime nei casi di codice giallo può avvenire soltanto quando la situazione non possa essere affrontata diversamente e su espressa decisione del medico della centrale operativa del 118, che se ne assume la responsabilità sul piano gestionale”. Sostanzialmente su questo aspetto non cambia praticamente nulla. Già adesso in teoria le ambulanze private vengono chiamate solo quando quelle della Seus sono occupate. E già adesso la responsabilità della scelta è del medico della centrale operativa.

La vera novità introdotta sta invece nei controlli e in particolare nell’esclusione dalla gestione delle eccedenze delle associazioni che operano nel sistema del trasporto funebre. Una decisione che risponde anche all’inchiesta del quotidiano Repubblica che a Palermo ha sollevato il velo sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nel settore. Ma tocca anche Catania, ad esempio, dove più di una associazione impegnata nelle eccedenze ha anche interessi nelle pompe funebri. Sarà la Seus a dovere vigilare e intervenire. Anche perché il business è enorme, con evidenti differenze geografiche.

Dei 2,4 milioni spesi per le eccedenze nel 2022, la fetta nettamente più grande – 1 milione 537mila euro – è andata al bacino Catania-Siracusa-Ragusa, gestito dalla centrale operativa 118 di Catania. Che spende più del doppio rispetto al bacino di utenza che mette insieme Palermo e Trapani, dove il costo delle eccedenze è stato di 663mila euro. Eppure la differenza di popolazione non giustificherebbe questo squilibrio: Catania-Siracusa-Ragusa sommano 1 milione 779mla residenti, Palermo e Trapani 1 milione 209mila. Numeri sulla carta, che nel periodo estivo si impennano per le presenze turistiche. Cosa che però avviene su entrambi i territori. Residuale la spesa delle altre province per le eccedenze nel 2022: Messina ha speso 152mila euro, il bacino Caltanissetta-Enna-Agrigento 72mila euro.

A chi sono andati questi soldi? A sei consorzi o associazioni. I due più presenti sono il Coresa (Coordinamento regionale sanità) e l’Anpas che hanno svolto rispettivamente il 30 e il 29 per cento degli interventi. Segue la Misericordia col 22 per cento, il Cress (Consorzio regionale ente servizi sanitari) col 15 per cento, chiudono la Croce Rossa e il Sores, entrambi col 2 per cento. Si va quindi dagli 8.937 interventi del Coresa ai 617 del Sores. Dietro queste sigle ci sono numerose associazioni, ma spesso l’elenco non è pubblico.

Guardando al totale degli interventi del 118, nell’ultimo anno in tutta la Sicilia sono stati 396mila (+ 30 per cento rispetto a dieci anni fa quando erano 307mila). Di questi 150mila li ha fatti la sala operativa di Catania, 134mila quella di Palermo. Gli interventi affidati alle eccedenze sono stati 30.128 (+ 1.400 per cento rispetto a dieci anni fa, quando erano stati solo 2.008).

Perché questa crescita esponenziale? Chi lavora tutti i giorni nel settore fa notare come in dieci anni di pari passo allo sgretolamento del sistema sanitario pubblico, sia cresciuta l’abitudine del cittadino ad affidarsi per qualunque cosa al pronto soccorso e quindi a chiamare il 118. Tuttavia il numero di ambulanze è rimasto lo stesso: 251 in tutta la Sicilia. Di cui 76 coordinate dalla centrale operativa di Catania per la provincia etnea, quelle di Siracusa e Ragusa; 89 mezzi per Palermo e Trapani. Capita spesso che alcune ambulanze si fermino per guasti tecnici, ma soprattutto che rimangano ostaggio degli ospedali dove portano i pazienti. Nei pronto soccorso della Sicilia orientale il tempo medio per sbarellare è di 57 minuti. Un’eternità. Da anni dal 118 etneo si chiede di rafforzare la dotazione di mezzi, proprio per evitare il ricorso alle eccedenze.

Altro gap tra le due sponde dell’isola sono le limitazioni all’elisoccorso: se a Palermo è operativo h24, dal lato catanese l’elipista dell’ospedale Cannizzaro permette l’operatività solo dall’alba al tramonto. Infine: manca una informatizzazione reale. Un esempio? Quando un’ambulanza del servizio pubblico si libera, comunica alla centrale operativa di riferimento di essere tornata a disposizione. Se non lo fa o se ritarda la comunicazione, nessuno se ne accorge, perché manca un servizio di geolocalizzazione in tempo reale.

L’elenco delle carenze è lungo. Come la complessità di un settore dove rischiano di annidarsi interessi privati poco chiari e borderline, come dimostrano inchieste giornalistiche e giudiziarie. L’ultimo decreto del governo Schifani rappresenta solo il primo passo per provare a cambiare il sistema.

Salvo Catalano