Società

Assistenti sociali, “serve pari dignità tra sociale e sanitario”

“Il nuovo Consiglio nazionale lavora sulla scia di quello che l’ha preceduto con l’obiettivo di migliorare per garantire i diritti sociali. Lo faremo in stretta sinergia con i nostri Consigli regionali e i Croas, che sono i nostri occhi sul territorio, le sentinelle che segnalano difficoltà ed eccellenze perché a livello centrale si possa agire meglio e consapevolmente”.

Questi alcuni degli obiettivi messi in agenda da Gianmario Gazzi, confermato, nelle scorse settimane, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine degli assistenti sociali, che ha rilasciato un’intervista esclusiva al Quotidiano di Sicilia.

Tra gli argomenti trattati, la figura dell’assistente sociale in periodo di pandemia e post-pandemia e l’occupazione femminile in Italia.

Quanto è stata importante la figura dell’assistente sociale in periodo di pandemia e quanto lo sarà nel post-pandemia?

Gli assistenti sociali sono in prima linea ogni giorno, lo sono stati e lo sono tutt’ora in questa inimmaginabile emergenza che ha sconvolto ogni certezza seminando morte, dolore, solitudine e povertà.

Si sono trovati a gestire le urgenze del territorio, l’isolamento e povertà nuove che si sono aggiunte a quelle conosciute. Spesso da lontano, come si dice oggi, da remoto, e pagando anni di tagli lineari e illogici.

Donne vittime di violenza e minorenni in difficoltà non sono stati lasciati soli e anche se senza dispositivi di protezione, soprattutto all’inizio, abbiamo comunque garantito presenza e continuità della tutela. Anche quando molti enti avrebbero voluto chiudere il servizio sociale professionale. Domani sarà ancora più importante esserci.

L’onda lunga della crisi chiederà risorse economiche, ma soprattutto professionisti capaci di stare vicino a chi dovrà ricostruire un futuro.

Abbiamo visto come il reddito di cittadinanza e i bonus da soli non bastino. Servono e serviranno servizi per chi, nonostante le promesse e gli slogan, è rimasto indietro, per i bambini che non sono andati a scuola per mesi, per le persone con disabilità e tante altre situazioni difficili.

Nei giorni scorsi, durante un’audizione in commissione affari sociali alla Camera dei Deputati, in merito alla proposta di legge “Introduzione sperimentale del metodo del Budget di Salute per la realizzazione di progetti terapeutici riabilitativi individualizzati”, ha sottolineato che oggi si conta un “depauperamento della componente sociale nella sanità mentre tutto viene scaricato sull’ente locale e sul terzo settore”. Come superare questo impoverimento?

Riconoscendo che non c’è salute senza sociale, che non c’è benessere se non si investe sulla continuità delle cure. Serve una pari dignità tra sociale e sanitario: aiutare una famiglia o un adolescente in crisi non è un’operazione chirurgica di appendicite. Aiutare la persona dipendente da alcol o droghe non è dare una terapia e basta, bisogna occuparsi di tutta la sua famiglia. Da anni chiediamo che ci sia un servizio sociale professionale in ogni azienda sanitaria e che debba esserci una specifica direzione. Senza questo tutto viene rinviato ai comuni che, come è noto, sono in difficoltà da anni.

I dati della ricerca svolta da Ipsos Italia e presentata lo scorso 30 marzo dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, con domande a dirigenti, amministratori e cittadini, mostrano come la priorità per rendere fruibili e utili i servizi alle persone sia l’assunzione degli assistenti sociali. Cosa ne pensa?

Da un lato posso essere soltanto piacevolmente soddisfatto che del fatto che vengano riconosciuti il lavoro e la professionalità degli assistenti sociali italiani, ma dall’altro sento forte la responsabilità di fronte alla sfida della ripartenza e della ricostruzione.  Servono assistenti sociali, ma servono anche investimenti veri nei servizi di cura per bambini, donne e persone vulnerabili: sociali e sociosanitari.

I dati forniti nelle scorse settimane dal ministero del lavoro e delle politiche sociali stimano nel 2021, grazie alle misure messe in campo con la legge di bilancio, l’assunzione di 1400 assistenti sociali a tempo indeterminato. Nonostante ciò il Sud rimane sempre dietro il Nord. C’è ancora molto da fare. Cosa bisogna fare per colmare il gap?

Mi permetto di fare una piccola precisazione: non è una questione di Nord e Sud. Ci sono regioni del Nord  come Veneto e Lombardia in difficoltà per fare un esempio. Negli ultimi anni il Governo ha investito molto, ma c’è un problema di vincoli di bilancio che ha frenato alcuni comuni non proprio virtuosi. Ora per recuperare bisogna da un lato lavorare per lo sblocco di alcuni vincoli nelle assunzioni e dall’altro per fare in modo che vengano utilizzati i fondi europei e nazionali per ricostruire il welfare locale laddove è stato penalizzato.

Abbiamo già discusso alcune ipotesi con il ministero delle Politiche sociali e con il ministero per il Sud e spero che il risultato di queste discussioni sia presto visibile con provvedimenti che unifichino l’Italia. Ci sono 216 milioni già quest’anno per i comuni che diventeranno 650 nel 2030 per i servizi sociali del territorio. Vanno spesi bene, la crisi sociale è sotto gli occhi di tutti!

Il 25 febbraio scorso si è insediato al Ministero della Giustizia il nuovo Consiglio nazionale dell’ordine degli assistenti sociali (la sesta consiliatura). Quali sono gli obiettivi per i prossimi mesi?


Il nuovo Consiglio nazionale lavora sulla scia di quello che l’ha preceduto per, dicendolo con uno slogan, “Migliorare per garantire i diritti sociali”. Lo faremo in stretta sinergia con i nostri Consigli regionali, i Croas che sono i nostri occhi sul territorio, le sentinelle che segnalano difficoltà ed eccellenze perché a livello centrale si possa agire meglio e consapevolmente.

La nostra priorità è migliorare il lavoro e la professione per garantire alle persone, a tutte le persone, i migliori assistenti sociali. Una riforma della professione anche in ambito universitario e un ulteriore sforzo per essere al fianco a chi è più in difficoltà rivendicando i loro diritti sanciti dalla Costituzione a cominciare dall’art. 3!


La quota dell’occupazione femminile in Italia, tra i 15 e i 64 anni, è del 49,7% (Istat) contro il 60,4 della media dell’Unione europea. Il 27% delle donne madri abbandona la propria occupazione alla nascita del figlio. Un dato salito al 38% con la pandemia (addirittura il 43% se con figli fino a 5 anni). Come si può superare il divario?

Investendo nei servizi di assistenza territoriale, ampliando la possibilità delle donne di non dover rinunciare a lavoro e carriera per dover rimanere a casa ad assistere i nostri anziani o i figli perché non abbiamo servizi domiciliari o asili. Ricordo inoltre che investire nei servizi di salute, cura e assistenza significa investire sulle donne e sulla loro professionalità. È noto a tutti che la maggior parte di assistenti sociali, medici, infermieri e altre professioni è donna. Non è un caso che i tagli lineari su questi servizi coincida con l’aumento della disoccupazione femminile. Non possiamo permettercelo. Non lo permetteremo.

Mario Catalano