Editoriale

Ciclone o tifone? No, temporale

Ciclone è una “Perturbazione atmosferica a carattere genericamente rotatorio”, ovvero “un tipo isobarico definito da un’area di bassa pressione delimitata da linee chiuse entro le quali il valore della pressione decresce verso il centro”.
Tifone è la “denominazione con cui si indicano comunemente i cicloni tropicali dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano”.

Infine, uragano è “un tipo di ciclone che si abbatte con frequenza sulle Indie occidentali, con vento di forza eccezionale pari a 12 della scala Beaufort, con una velocità del vento al suolo di circa trenta metri al secondo”.

Abbiamo sentito il bisogno di ricorrere alla vecchia e cara Enciclopedia per precisare il senso delle tre parole adoperate la scorsa settimana dai media regionali e nazionali per indicare sostanzialmente una tempesta che si è abbattuta su una parte della provincia di Catania e su Augusta e dintorni.
Il vento non ha mai superato gli ottanta chilometri l’ora e le onde marine i quattro/cinque metri.

Facciamo presente che a Trieste, la Bora (un particolare tipo di vento) soffia anche a centotrenta chilometri orari, ma nessuno fa catastrofismo, né catastrofismo si fa a Venezia quando il mare sommerge piazza San Marco con centotrenta centimetri d’acqua, nonostante il Mòse abbia alzato le paratoie. Ricordiamo che il Mòse è costato già sei/sette miliardi, ma non funziona nella sua completezza.

Torniamo alla tempesta siciliana ed alla improvvida allerta rossa emanata dagli “scienziati”, i quali hanno costretto prefetti e sindaci ad emettere un’ordinanza di chiusura degli uffici pubblici, delle scuole e degli esercizi privati. Tutto questo ha causato danni per perdita di Pil per decine, forse centinaia, di milioni di euro. Questo è un fatto che nessun mezzo di stampa – scritto, parlato, digitale – ha messo in evidenza quando si verificano eventi di simili.

Detti mezzi, piuttosto, mettono in evidenza gli aspetti catastrofici paventati che poi – per fortuna – non si verificano.
Ci chiediamo se non sarebbe più prudente da parte di codesti “scienziati” emettere bollettini aderenti alla realtà, con un bilanciamento delle probabilità che eventi catastrofici possano verificarsi o meno.
Si dirà che tutti costoro si guardano le spalle, il che, tradotto, significa che si occupano dei propri interessi piuttosto che di quelli generali.

Ma chi ha responsabilità di gestione della Cosa pubblica dovrebbe sempre bilanciare gli eventi negativi, che possono produrre gravi danni, con altrettanti gravi danni prodotti quando questi eventi non si verificano.
Il Comune di Palermo – che ha un bilancio miliardario – o il Comune di Catania – altrettanto -, quando non mandano a lavorare i propri dipendenti perdono fra i cinque e i dieci milioni al giorno, consistenti negli stipendi pagati comunque, senza produrre i relativi servizi. Si tratta di una perdita secca perché intanto i cittadini hanno comunque corrisposto le tasse dei bilanci comunali.
Ma questo non viene fatto rilevare, ripetiamo, cosicché alla gente sembra che non accada nulla quando eventi tragici annunciati poi non si sono verificati.

La tendenza dell’informazione a trasformare fatti ed eventi quasi normali in mega tragedie è frutto della necessità dei responsabili di esasperare le notizie; mentre il Testo Unico dei Doveri del Giornalista, in vigore dal 2021, raccomanda grande equilibrio nel dare qualunque notizia, bilanciando i pro ed i contro, gli aspetti negativi e quelli positivi.

Vorremmo sapere da chi fa questo mestiere se si pone tali domande, oppure tende ad esagerare la portata delle informazioni per questioni di carriera: ovviamente una carriera fasulla.

La verità è che quasi nessuno si pone la domanda che si auto faceva Giovanni Falcone quando riceveva lo stipendio: “Me lo sono meritato?”. Ecco il nodo. Chi lavora e percepisce una remunerazione si chiede se l’ha meritata, cioé se ha dato in proporzione a quanto ha ricevuto?

I fatti elencati sembrano indicare che quasi nessuno (o nessuno) si pone tale domanda. Quindi, noi, che facciamo questo mestiere da oltre quarant’anni, abbiamo il compito di ricordare che esso è nobile e non può essere macchiato da comportamenti non adeguati e non ragguagliati al Codice Deontologico.