Economia

Recovery Plan, tra crisi di governo e “sconfitte” per il Sud

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il Recovery Plan per l’Italia,”il più grande piano di investimenti mai visto in Italia”, come l’ha definito il ministro all’Economia Roberto Gualtieri. Oltre 222 miliardi di euro da investire strategicamente sugli obiettivi condivisi dall’Unione Europea. All’appello manca il Ponte sullo Stretto, ma non solo. Secondo Rosario Faraci – professore ordinario di Economia e Gestione delle imprese all’università di Catania – si sarebbe potuto distribuire in maniera differente i fondi per far più spazio ai giovani e rendere più competitivo il Belpaese.

Lo scontro al Cdm e la crisi di governo

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)  è stato approvato senza i voti di Italia Viva che – nel lungo e acceso dibattito di ieri al Consiglio dei ministri – ha chiesto di ricorrere anche al Mes, tirando in ballo il numero elevato di vittime dovuto al coronavirus in Italia. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha precisato come il Mes non fosse compreso nel Next Generation e come la discussione fosse fuori luogo. E ha spiegato pure che gli investimenti sulla sanità – ulteriormente potenziabili con il Mes – non sono direttamente proporzionali al numero di vite salvate, citando come esempio la Germania.

Ma questo non è bastato, nonostante il delicatissimo momento storico, il Governo entra in crisi. Oggi Matteo Renzi ritira le “sue” ministre Bellanova e Bonetti. Si dimette pure il sottosegretario Scalfarotto. Il presidente della Repubblica – Sergio Mattarella – invita alla responsabilità, mentre il premier Conte – sottolineando il grave danno all’Italia dettato da queste ultimissime decisioni di Italia Viva – lancia l’appello per un nuovo “patto di governo”. Anche il Movimento Cinquestelle e il Partito Democratico sembrano accodarsi al grido del capo dell’esecutivo.

Le priorità del Recovery per l’Italia

Durante il Cdm, il Recovery per l’Italia si è ridotto da 174 a 160 pagine, ma senza modifiche sostanziali. Il Mes resta fuori, come previsto. Le direttive del Piano seguono le linee guida dell’Ue, ma sulla distribuzione delle risorse Rosario Faraci non è rimasto pienamente soddisfatto.

Digitalizzazione e Rivoluzione verde

Rosario Faraci

“Alle due priorità indicate dall’Unione Europea, la transizione verde e quella digitale, è destinato il 31% delle somme del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Su 222,9 miliardi di euro previsti fino al 2026, infatti, 46,18 miliardi andranno alla missione Digitalizzazione e 68,90 miliardi alla missione Rivoluzione verde. Tenuto conto che siamo agli inizi della rivoluzione economica post-industriale incominciata più di vent’anni fa con l’avvento di Internet e della rete, forse qualcosa in più alla digitalizzazione si poteva assegnare anche per accrescere la competitività del sistema Paese – spiega il professore -. E anche per imprimere maggiore accelerazione a questa trasformazione, soprattutto perché sarà ancora più ‘digital‘ il mondo che si troveranno a vivere i giovani. Ai giovani in teoria dovrebbe ispirarsi l’impianto complessivo del programma Next Generation con l’intento, in ottica sostenibile, di connettere i bisogni delle generazioni di oggi senza distruggere le possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri bisogni”.

Il Sud e l’incertezza sulla quantificazione delle risorse destinate

Altra questione spinosa riguarda la speranza del Mezzogiorno, ampiamente manifestata in questi mesi, nella possibilità di riequilibrare le risorse interne del Paese, una volta per tutte. Ma quelle del PNNR destinate al Sud non sono ancora quantificabili.

“Le risorse del Recovery Plan sono assegnate a sei missioni, che a loro volta raggruppano 16 componenti funzionali, che si articolano successivamente in 47 linee di intervento. Non c’è uno stanziamento per territori, ma per tematiche e senza mai entrare nel dettaglio finanziario degli interventi. Nella parte introduttiva del documento però si evidenzia che ‘attuare il PNRR nella prospettiva delle donne, dei giovani e del Sud non è solo un atto di giustizia, ma è la leva essenziale per attivare il potenziale di sviluppo per l’Italia’. Dunque, a livello di enunciazione, il Sud è una priorità trasversale nel Recovery Plan per ridurre i divari territoriali e liberare il potenziale inespresso di sviluppo del Mezzogiorno. Ciò in coerenza strategica con il Piano Sud 2030 e integrando le risorse del PNRR con quelle per le politiche di coesione europee e nazionali in corso di programmazione – continua Faraci -. Una quantificazione precisa delle risorse del PNRR per il Mezzogiorno non è possibile e sarebbe sempre incompleta, proprio perché il Sud è priorità trasversale a tutte le sei missioni. L’impatto di tali risorse però è stato stimato con riferimento al PIL delle regioni meridionali e ai livelli occupazionali.”

Anche le previsioni governative potrebbero essere diverse dalle reali ripercussioni sul tessuto socio-economico del Mezzogiorno: “Secondo le previsioni governative, il primo migliorerebbe di 4-6 punti percentuali in più già nel primo triennio; i secondi fra 3 e 4 punti percentuali. Ma fintanto che non si individueranno in dettaglio tutti gli interventi per il Sud nelle sei missioni, anche la valutazione d’impatto fatta dal governo nazionale mi sembra imprudente, tenuto conto che il Recovery Plan affronta solo per grandi linee la strategia di ripresa e resilienza del Paese”, precisa l’aziendalista.

Ponte sullo Stretto, un “tradimento” già annunciato

Il progetto del Ponte sullo Stretto

Che il Ponte sullo Stretto non fosse tra le priorità del Governo lo si sapeva già. E lo aveva largamente annunciato il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, nonostante le critiche ricevute dalla maggioranza del governo regionale siciliano.
“La questione del Ponte, o più in generale dell’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, è tecnica ed è politica insieme. Forse nei tavoli ministeriali tecnicamente non era stata ancora ben definita. Il discorso si sposta pertanto sul piano politico e questo terreno diventa evidentemente più scivoloso, anche perché il governo regionale e quello nazionale fanno riferimento a coalizioni politiche differenti – aggiunge Rosario Faraci -. Devo costatare però che fin quando l’intera classe politica meridionale, non solo quella siciliana, non sarà capace di fare fronte comune e rivendicare maggiore attenzione per le reali questioni infrastrutturali per la mobilità e la logistica, dimostrandone rilevanza e impatto, c’è il rischio che una parte del Paese sia tagliata fuori dallo sviluppo e dovrà inventarsi qualcosa di diverso per la ripresa”.

Rosario Faraci: “Ci vogliono idee chiare e priorità anche a livello regionale”

Nello Musumeci

Il professore ritiene che anche a livello regionale ci debba essere maggiore chiarezza: “Ci vogliono idee chiare e priorità. E questo non sempre avviene. A titolo esemplificativo, nella bozza trasmessa a novembre dal governo regionale a quello nazionale sulla destinazione delle risorse del Recovery Fund per la Sicilia per un ammontare di 26 miliardi di euro, il Ponte sullo Stretto e la velocizzazione dell’asse ferroviario PA-ME-CT venivano indicati come interventi infrastrutturali strategici – dice -. Poi però nella ‘lista spesa della Sicilia‘ si includeva anche la proposta di un non meglio precisato nuovo aeroporto internazionale del Mezzogiorno da ubicarsi tra Barcellona Pozzo di Gotto e Milazzo. Al di là della diversità politica fra i governi nazionale e regionale, questa nuova infrastruttura, mi chiedo, sarebbe una priorità per la Sicilia? Così si rischia di arrivare ai tavoli negoziali governativi con la frammentazione di tante proposte assemblate in unico documento e non con una organica proposta di piano per la ripresa e la resilienza della Sicilia”.

Italia Viva, il dibattito politico prima di tutto

La bozza di PNRR è stata approvata ieri sera dal Governo, con l’astensione dei due ministri di Italia Viva. Ma lo stesso partito ha contribuito alla stesura dell’ultimo documento: “Il testo finale ha incluso alcune proposte migliorative di Italia Viva. L’eventuale problema politico si pone dunque su altri versanti, come il peso maggiore che Italia Viva reclama all’interno della coalizione di maggioranza e che ha manifestato con l’ultima mossa del ritiro dei suoi ministri – conclude Faraci -. Trovo singolare che, in queste settimane, il processo negoziale fra i partiti, inclusi quelli d’opposizione, abbia catalizzato l’attenzione esclusiva dei media sul Recovery Plan, lasciando meno spazio al dibattito e all’approfondimento sull’impostazione complessiva del documento e sui contenuti, sicuramente ancora più perfettibili rispetto alla bozza esitata ieri sera dal Consiglio dei ministri”