Chi dice donna dice tanto

Schillaci: “Parità di genere? Servono tenacia e resilienza”

CATANIA – Elita Schillaci è stata riconosciuta tra le mille donne più influenti d’Italia dalla rubrica “Unstoppable Women” di StartupItalia.

Dalla vera tempra “inarrestabile”, la professionista catanese è tra le altre cose professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese al Dipartimento di Economia e Impresa dell’Università di Catania, direttore dell’ILHM Center – Innovation Leadership and Health management Center Innovation in MedicalCare e membro del consiglio di amministrazione di Crédit Agricole Italia.

Schillaci si distingue da circa un decennio in un contesto che è ancora ampiamente a “trazione maschile” agendo però in evidente controtendenza, ad esempio, in quella statistica che vuole solo il 35 per cento delle donne italiane impegnate in un cda aziendale. In Italia, tra l’altro, solo 1.957 su 14.687 start up sono a forte prevalenza femminile e solo il 3% è composta da sole donne.

Professoressa Schillaci, la parità di genere è solo una questione di leggi che dovrebbero riequilibrare il gap di genere o soprattutto questione di cultura?

“È sicuramente una questione culturale e come ogni problema strutturale di questo tipo è complesso da affrontare, da gestire e da modificare. Il tema non riguarda solo l’universo maschile, ma spesso lo stesso universo femminile; molte volte sono proprio le donne a rinunciare, stanche di combattere. Ritengono più opportuno diversificare la propria tensione emozionale scegliendo destinazioni diverse dall’affermazione personale nel mondo del lavoro. La parte normativa dà un aiuto se non è un pretesto di facciata, accogliendo soluzioni che prevedono tecnicamente la presenza delle donne, senza di fatto modificarne i ruoli e i pesi all’interno dell’organizzazione. Ciò che ritengo sia importante sono i percorsi di libertà femminile, all’interno dei quali le donne si ritrovino in posizioni di rilievo perché portatrici di competenza, professionalità e cultura”.

Di fronte ai tanti ostacoli verso il raggiungimento di una posizione apicale, perché una donna non dovrebbe arrendersi?

“Penso che una donna non debba arrendersi al tentativo di raggiungere i propri sogni e obiettivi, tensione che è diversa dall’ambizione di raggiungere una posizione apicale. Si ama il lavoro così tanto che si va avanti proprio per questa tensione e non per poter avere delle responsabilità dirigenziali. Donne che hanno la fortuna di credere in se stesse vengono ancora etichettate con stereotipi maschili. Lungo questa difficile strada tutto quel che succede di negativo ti rafforza e io penso sempre che chi ti crea problemi diventa il tuo maestro. Le difficoltà devono farci capire come poter diventare persone migliori, sfruttando il loro superamento”.

Cosa ne pensa della certificazione di genere introdotta di recente per premiare quelle aziende che dimostrano un impegno particolare sotto il profilo delle pari opportunità?

“Mi sembra un’iniziativa interessante. Ne “La misura sbagliate delle nostre viste” di Amartya Sen, Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz si spiega come cambiando la metrica cambi il comportamento. Ecco, se una metrica di misurazione delle performance sociali in tema di parità di genere diventa un risultato non di mera facciata è un cambiamento positivo. La certificazione non deve essere un processo superficiale, ma un reale percorso di change management all’interno della struttura aziendale”.

Essere donna ha mai rappresentato un ostacolo alla sua carriera?

“Ho visto gli ostacoli sempre come opportunità per allenarmi. Sono come l’acqua, modifico i miei percorsi, li rendi flessibili e raggiungo comunque i miei obiettivi. Bisogna avere tenacia e resilienza come doti per resistere”.


Twitter: @ChiaraBorzi