Inchiesta

Emergenza, c’è anche quella delle carceri. Detenuti e agenti penitenziari, vite “dimenticate”

Spintonati e strattonati con violenza dal detenuto che un mese fa ha aggredito e ucciso il compagno di cella a Velletri (Roma), due agenti e un’ispettrice di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Torino sono dovuti ricorrere alle cure dei sanitari che li hanno giudicati guaribili in cinque giorni.

Un giovane agente sequestrato nel carcere di Castelfranco Emilia e minacciato di morte; a La Spezia un detenuto di origini domenicane ha dato fuoco alla cella con una grave situazione di pericolo per detenuti e personale; a Trento un agente aggredito barbaramente; altri nove in diverse carceri italiane hanno avuto bisogno di cure ospedaliere.

È un bollettino di guerra quello che viene fuori dal racconto di questi giorni di ordinaria follia negli istituti penitenziari di tutta Italia. Un’emergenza che si aggiunge alle tante che il Governo sta fronteggiando (incendi, nubifragi, blackout) e che anche in questo caso non hanno un Nord o un Sud. Un’emergenza non meno grave delle altre ma forse più silenziosa o comunque non attenzionata alla stessa maniera di quelle considerate più urgenti. A dimostrazione di ciò, si registrano le polemiche tra maggioranza e opposizione sulla nomina dei tre nuovi componenti dell’Autorità garante dei diritti dei detenuti che avrebbe indicato il ministro della Giustizia Nordio. Polemiche che, secondo Donato Capece (Sappe) non fanno altro che dimostrare “la natura politica dell’incarico”.

Sottovalutare, però, questa emergenza, fatta di sovraffollamento delle celle, di escalation di suicidi dei detenuti, di aggressioni violente e risse, di sottodimensionamento del personale penitenziario e di turni massacranti per gli agenti, potrebbe costare caro a chi quella realtà la vive quotidianamente: come “condizione” o come “professione”.

Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato polizia penitenziaria, considera inevitabile ormai la mobilitazione e punta il dito contro il Governo perché “dopo le belle promesse in occasione del documento programmatico di insediamento non è venuto nessun atto concreto”.Settemila agenti penitenziari in meno significa che ai problemi già elencati, si aggiunge anche quello della sicurezza, riportato alla ribalta dopo l’evasione di un detenuto dal carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese. Il Sappe, in quell’occasione ha ricordato che denuncia da tempo che “la sicurezza interna delle carceri è stata annientata da provvedimenti scellerati come la vigilanza dinamica e il regime aperto, l’aver tolto le sentinelle della Polizia penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta delle carceri, la mancanza in organico di poliziotti penitenziari, il mancato finanziamento per i sistemi antintrusione e anti scavalcamento che spesso non funzionano”.

Un problema, quello della sicurezza, che riguarda anche quelle attività criminali che di fatto si svolgono dietro le sbarre ma che sfuggono al controllo dei “custodi”, come sottolineato qualche giorno fa dal magistrato Sebastiano Ardita che, nel corso di un convegno, ha dovuto ammettere come si sia registrato un grave arretramento nella lotta alla mafia: “Le carceri sono fuori dalla attenzione pubblica, fuori dal controllo delle Istituzioni, sono allo sbando (…) Si sono trasformate in centri di controllo telefonico e telematico delle attività criminali, in piazze di spaccio dove circola liberamente la droga, in succursali dei quartieri e delle famiglie di cosa nostra”.

La denuncia di Gioacchino Veneziano, segretario regionale Uilpa Polizia penitenziaria

“Sa che nel carcere di Favignana le celle si aprono con le vecchie chiavi di ottone perché il sistema computerizzato è guasto? E sa, sempre restando nelle Egadi, che senza base navale – soppressa con la scellerata legge Madia – il trasferimento dei detenuti si svolge con mezzi navali di linea, con tutto quello che ne consegue dal punto di vista della sicurezza e dei costi?”. Gioacchino Veneziano è un fiume in piena. Ma non da oggi. La Uilpa Polizia Penitenziaria denuncia carezze e difficoltà di gestione degli istituti penitenziari da anni. Il segretario regionale è diretto: “La situazione delle carceri siciliane è incandescente”.

Veneziano avete da poco incontrato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro che ha confermato l’attenzione del governo.
“Confermo la capacità di ascolto ma qui è necessario intervenire. Proteste, aggressioni, oltraggi, carichi di lavoro estremi sono ormai all’ordine del giorno. A poche ore dalla visita al carcere di Trapani del sottosegretario, un detenuto ha mandato in infermeria due agenti perché pretendeva di avere fatta la barba. Il ‘Pietro Cerulli’ è la punta di un iceberg di problemi, di soluzioni mai rese operative. Così non si può andare avanti. Abbiamo chiesto lo stato d’emergenza negli istituti penitenziari perché c’è il rischio che la situazione possa precipitare. Ci si mettono anche temperature insostenibili che rendono la vita nelle carceri davvero difficile. Non si può pensare d’intervenire con strumenti ordinari, siamo in una fase eccezionale. Il personale è allo stremo ed ha anche ostacolato nella sua attività”.

A cosa si riferisce? Chi ostacola il lavoro dei poliziotti penitenziari?
“Pur facendo il tuo dovere devi stare attento, perché ti puoi ritrovare a doverti difendere dall’accusa di tortura. è necessario definire nuove norme che siano a tutela degli agenti e nel rigoroso rispetto dei detenuti. Ma al momento questo equilibrio non c’è. E la possibilità che siano gli agenti a pagare è altissima. I detenuti che si rendono protagonisti di atti di violenza vanno trasferiti immediatamente negli istituti del Nord, se parliamo di quelli del Sud. La territorialità della pena deve essere un atto premiale. Soltanto così si possono responsabilizzare i detenuti. Le carceri devono essere sicure ed organizzate. Torno al caso Trapani. In un carcere dove gli agenti vengono aggrediti per nulla, dove hanno dovuto sedare una rissa tra detenuti italiani e stranieri – colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta La Polizia ed i Carabinieri che avevano circondato l’istituto per prevenire qualsiasi fuga -, dove grazie ad Enea, cane antidroga della Polizia Penitenziaria, è stata scoperta, in una scarpa, una sostanza risultata positiva al drug test, si può parlare di sicurezza? E ripeto, non c’è solo Trapani. Il sistema può crollare”.

Disagio mentale riversato nelle carceri

È notizia di qualche giorno fa quella dell’istituzione, presso l’Ufficio di gabinetto del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, di un tavolo di lavoro per lo studio delle disposizioni in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari.
Un problema nel problema dal momento che a seguito della chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, moltissime persone con problemi psichiatrici sono ristrette nelle carceri del Paese e spesso proprio loro si rendono protagonisti di gravi eventi critici.
“La Polizia Penitenziaria non ce la fa più a gestire questa situazione”: questo il grido disperato di Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria.
Ma l’istituzione del tavolo, pur essendo un buon segnale di attenzione, non potrà offrire soluzioni immediate e risolutive.