Editoriale

Il lavoro sia a porte girevoli

Aboliamo la denominazione “precari”; non esiste in tutte le nazioni sviluppate. Nel nostro Paese hanno continuato a usarla, sottolineando una sorta di vittimismo, di debolezza e di incapacità di esercitare un lavoro, tout court. Infatti esso non è precario, non è a tempo indeterminato o in altro modo definibile se non “serio e vero”.

In Italia i Governi di questi settant’anni, i partiti che li hanno espressi e in generale tutta la classe politica, hanno sempre avuto una sorta di sottopensiero: mantenere una gran parte della popolazione, principalmente quella del Sud, in condizione di relativa povertà, in modo da lasciarla sempre in uno stato di bisogno e di farla abituare alla deprecabile “cultura del favore”.

In altri termini, la classe politica ha cercato di diffondere la mentalità del mendicante per mantenere in una condizione di privilegio, così come la cattiva aristocrazia, i feudatari, i detentori di monopoli e tanta altra gente che sfrutta la propria posizione per ledere la dignità e l’interesse altrui.


Dunque, il lavoro deve avere una propria valenza ed è il frutto dell’incrocio fra domanda e offerta, a condizione che le due parti siano sullo stesso piano. Chi chiede lavoro deve avere un proprio potere contrattuale, deve possedere competenze, conoscenze e avere qualità apprezzabili, di modo che chi offre lavoro abbia la necessità di trovarlo adeguatamente strutturato.

Le istituzioni nazionali e locali avrebbero dovuto, in questi settant’anni, lavorare per condurre la gran parte degli italiani in queste condizioni professionali. Ma non l’hanno fatto, cosicché il piatto della bilancia dei dipendenti non è allo stesso livello di quello dei datori di lavoro, tranne che nel settore pubblico, dove di fatto il datore di lavoro non esiste perché è rappresentato da coloro che poi chiedono i voti e quindi non trovano un modo per raggiungere un accordo serio sulla qualità, sulle prestazioni, sul raggiungimento degli obiettivi e quant’altro.
Nel nostro Paese continua a esserci questa profonda differenza, nel mondo del lavoro, fra pubblico e privato, mentre dovrebbero esserci le condizioni di un interscambio fra i due settori.

Cosicché, dovrebbe realizzarsi quello che avviene nelle economie avanzate e cioè: “Il lavoro a porte girevoli”. Significa che vi dovrebbe essere un continuo interscambio fra pubblico e privato all’interno dell’uno e all’interno dell’altro.

Solo in Italia si verifica il fatto che alcuni cittadini e cittadine entrano in un posto di lavoro e vi restano trenta o quarant’anni, non arricchendo il loro bagaglio professionale. Questi ritengono un vantaggio la cosiddetta “stabilizzazione”, mentre essa deve essere considerata un anticipo della tranquillità eterna.

La verità è che ognuno dovrebbe avere la volontà di arricchirsi professionalmente in modo continuo e per raggiungere questo obiettivo non ha altra strada se non cambiare nella propria vita lavorativa sei o sette posizioni.
Forse la pigrizia, forse l’indolenza, forse la mancanza di stimoli, portano invece all’appiattimento su un lavoro e a una mancanza di fiducia nelle proprie capacità, con la conseguente paura di non essere in condizione, una volta usciti da un posto, di entrare in un altro. Mentre ricordiamo il saggio: “Quando si chiude una porta, si apre un portone”. Ma bisogna crederci fortemente.


Il lavoro a porte girevoli, dunque, questo dovrebbe promuovere il Governo, anche da un punto di vista mentale. Questo dovrebbe promuovere la Scuola e dovrebbe promuovere l’Università. Cioè convincere gli allievi e i giovani che la dignità del lavoro si annida nella capacità di ciascuno di essere competitivo e quindi di potersi confrontare con l’altra parte a testa alta e con pari chances di concludere un contratto vantaggioso.

Tutti i ragazzi brillanti che partono dall’Italia, e sono in giro per il mondo, occupano posti di responsabilità, ma anche di medio livello e riescono a far valere le proprie capacità, tanto che passano da una multinazionale all’altra, progredendo di livello economico e professionale.
Questa mentalità vincente si dovrebbe diffondere a macchia d’olio in tutto il Paese, ma per ora non vediamo l’olio.