Inchiesta

Investimenti stranieri, infrastrutture, industria: la “ricetta” Svimez per fare grande la Sicilia

La Sicilia non riesce a liberarsi dallo status di regione “fragile”. Più che un’etichetta, una vera e propria condanna che ha condizionato lo sviluppo di un tessuto sociale ed economico con potenzialità enormi ma di fatto estremamente vulnerabile.

Una vulnerabilità che bisogna impedire che diventi “strutturale”

Come? Con una terapia d’urto che punti, attraverso una strategia, una “visione” del futuro che fino ad oggi la politica a tutti i livelli non ha saputo esprimere, al superamento di criticità e “zavorre”: ci riferiamo, solo per fare qualche esempio, alla carenza di infrastrutture, alla gestione perennemente emergenziale dei rifiuti, all’assenza di una macchina burocratica efficiente capace di rispondere alle esigenze di cittadini ed imprese. Senza parlare del disastro occupazione alimentato da un sistema di formazione regionale a dir poco anacronistica che preferisce puntare sull’assistenzialismo e non sulla creazione di quelle competenze che servono al mercato del lavoro.

“L’economia in Sicilia”, il report della Banca d’Italia pubblicato proprio qualche giorno fa ha messo in evidenza dati incoraggianti ma anche un complessivo rallentamento della crescita della nostra Isola nella seconda parte del 2022.

Luci ed ombre, dunque, che da una parte lasciano ben sperare (vedi le ottime performance di settori quali il terziario e l’export) ma dall’altra impongono una seria riflessione sulle strategie da mettere in campo (vedi il turismo che è tornato ai numeri prepandemia ma che di fatto, come ci ha confermato Emanuele Alagna, direttore della Banca d’Italia – sede di Palermo, “non ha ancora raggiunto il culmine delle sue potenzialità”).

Poi c’è la partita dell’Autonomia

A scoraggiare non sono tanto i 557 emendamenti al ddl Calderoli depositati ieri in commissione Affari costituzionali del Senato, quanto piuttosto le dimissioni dei quattro big del Comitato Lep che sanciscono un avvio tutto in salita per la riforma targata Lega e tanto osteggiata dalle opposizioni.
Pessimi i segnali che arrivano dalla politica a livello locale: l’attività legislativa del Parlamento siciliano procede a singhiozzo, con buona pace dei siciliani che aspettano risposte concrete ai problemi che attanagliano l’Isola.

Ieri, a sala d’Ercole, ancora una seduta a vuoto dell’Ars. “Vergognoso che il governo e la maggioranza non riescano a trovare la quadra sulle norme da inserire nel collegato bis – dice Antonio De Luca, capogruppo M5s all’Ars – E mentre cerca la quadra con la sua maggioranza, i problemi dei siciliani continuano ad aspettare”.

Il Direttore Luca Bianchi: “Sicilia piattaforma industriale grazie a settori strategici”

“Il regionalismo differenziato che ha iniziato l’iter approvativo, per essere un’opportunità anche per il Sud della Nazione deve pienamente riconoscere i livelli essenziali delle prestazioni (LEP), ossia i meccanismi che garantiscono l’eguaglianza sostanziale tra i cittadini. Su questo saremo vigili e intransigenti. Abbiamo già ottenuto che sui LEP si pronunci il Parlamento e che sia rispettata la precondizione del regionalismo differenziato: il pieno e preventivo riconoscimento dell’insularità attraverso le misure di perequazione e compensazione”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, intervenendo sulle problematiche attinenti all’insularità, riguardo alle quali il Quotidiano di Sicilia ha intervistato Luca Bianchi direttore dell’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno (Svimez).

Direttore, quali misure andrebbero attuate dallo Stato per supportare La Sicilia?

“Occorrono innanzi tutto risorse per compensare i maggiori costi che gravano su cittadini e imprese e questo si può tradurre sia in contributi soprattutto ai vettori aerei, per cercare di contenere le tariffe ma anche con l’incentivazione fiscale per le imprese che operano in regioni come la Sicilia che soffrono dei costi aggiuntivi. Nel medio periodo bisogna invece completare il processo di infrastrutturazione che riguarda, in primo luogo, il tema dell’alta velocità”.

Dalla Regione Siciliana affermano che il ponte sullo Stretto, i cui tempi di realizzazione non sono brevissimi, è già un primo e importante passo in avanti, ma attenuerà soltanto gli effetti dell’insularità, non potrà azzerali. Di cos’altro necessita, secondo lei, la Sicilia?

“C’è innanzi tutto bisogno di attrarre investimenti esterni, di una politica di attrazione anche attraverso sconti fiscali e mediante l’offerta di servizi allo scopo di favorire lo sviluppo delle imprese del territorio. Serve un disegno di politica industriale e il potenziamento delle infrastrutture e in questo caso penso anche alla portualità che è uno strumento molto importante. Occorre favorire la localizzazione nel Mezzogiorno di imprese produttive”.

Quali sono i settori sui quali bisognerebbe intervenire maggiormente perché la Sicilia e tutto il meridione non siano svantaggiati rispetto alle realtà del Nord?

“Ci sono settori strategici, connessi alla transizione ecologica, in cui la Sicilia può passare da semplice hub energetico, cioè luogo di localizzazione di impianti energetici, a vera e propria piattaforma industriale per il sistema delle energie rinnovabili, sull’esempio dell’investimento di Enel a Catania sui pannelli fotovoltaici. Altro settore è il farmaceutico dove c’è una specializzazione da rilanciare e l’agroalimentare, uno dei settori traino che va però completato con nuovi investimenti nella fase di trasformazione. Importante è ovviamente il turismo non da solo ma inquadrato in una più ampia strategia”.

I rischi connessi all’autonomia differenziata?

“Riguardo all’autonomia differenziata ci tengo a sottolineare che ovviamente il raggiungimento dei livelli essenziali delle prestazioni è fondamentale, però attenzione, noi siamo convinti che l’autonomia differenziata rappresenterebbe per tutto il Sud e anche per la Sicilia un problema, un rischio enorme di nuova frammentazione delle politiche e si tradurrebbe in un peggioramento dei servizi anche per l’Isola. Noi siamo molto preoccupati sui possibili effetti dell’autonomia differenziata”.

Pagamenti, dalla Regione 1,2 miliardi in più e +18,8% rispetto al 2022

La Regione siciliana nei primi sei mesi di quest’anno è riuscita a liquidare a imprese e fornitori un miliardo e 250 milioni di euro in più rispetto allo stesso semestre del 2022: lo confermano i dati del monitoraggio della spesa effettuato dall’assessorato regionale all’Economia guidato da Marco Falcone.

“I numeri di questo primo semestre – commenta il presidente della Regione Renato Schifani – confermano i benefici della nostra azione di riordino economico-finanziario della Regione, un processo virtuoso di cui si avvantaggiano imprese e attività della nostra terra. Migliora l’efficienza dei pagamenti, si riducono i disagi e crescono le certezze per gli operatori che lavorano per l’amministrazione regionale. Sto lavorando personalmente per risolvere il problema in maniera strutturale in modo che in futuro non si verifichino ritardi come nel recente passato».

Nel dettaglio, secondo i dati degli uffici di via Notarbartolo, si è passati da liquidazioni complessive per 6.631.290.252 di euro registrate al 30 giugno 2022 alla cifra di 7.881.503.067 di euro rilevata pochi giorni fa, cioè un aumento del 18,8 per cento. Inoltre, se confrontata ai volumi toccati nel primo semestre 2020 (6.594.663.980 euro) e primo semestre 2021 (6.927.856.740 euro), tale percentuale supera il 19 per cento.

“A fine aprile – ricorda l’assessore all’Economia Marco Falcone – la percentuale di incremento dei pagamenti era di circa il 10 per cento rispetto al 2022, un trend che ha continuato a crescere, fino a quasi raddoppiarsi in soli due mesi. Il governo Schifani sta mantenendo l’impegno a rendere la Regione più efficiente e reattiva rispetto alle sfide del mercato e alle tempistiche delle imprese, confermando una robusta iniezione di spesa pubblica nel tessuto economico della Sicilia”.