Inchiesta

Lavoro, il salario minimo c’è già nei Ccnl. Urge legge su rappresentanza sindacale

È in programma oggi il voto sull’emendamento della maggioranza di centrodestra che sopprime la proposta di legge per introdurre il salario minimo di 9 euro lordi l’ora presentata dall’opposizione (ad eccezione di Italia viva). La maggioranza ha i numeri per bloccare il tentativo del centrosinistra ed è questo lo scenario cui probabilmente andremo incontro.
Il Governo Meloni lo ha scritto nero su bianco: è contro l’introduzione del salario minimo per legge in quanto, come è stato più volte sottolineato da vari esponenti dell’Esecutivo, e non solo, danneggerebbe la contrattazione con il rischio che le imprese rinuncino al contratto rimanendo sui 9 euro.

“Lavoro e povero – ribatte Elly Schlein, segretaria del Partito democratico – non devono più stare nella stessa frase. Sotto una certa soglia non si chiama lavoro. La nostra è una proposta che rafforza la contrattazione collettiva perché fa valere verso tutti i lavoratori e le lavoratrici di un settore il contratto più rappresentativo di quel settore e al contempo fissa una soglia sotto la quale non si può scendere, una soglia che abbiamo individuato in 9 euro. Tre milioni e mezzo di lavoratori poveri non possono più attendere, il Governo ascolti la nostra proposta”. Secondo l’Istat, il salario minimo a 9 euro l’ora comporterebbe un incremento della retribuzione annuale per 3,6 milioni di rapporti, che beneficerebbero di un incremento medio di 804 euro.

Oltre gli steccati delle (di)visioni politiche, il Qds ha analizzato alcuni report internazionali per provare a fornire un’istantanea a più ampio raggio. L’Italia è tra i cinque stati Ue-27 a non avere il salario minimo. A farci compagnia Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia (vedi tabelle). Paesi, questi ultimi, che certamente non si trovano in basso alla classifiche per Pil pro capite e stipendi medi. Saltano subito agli occhi i 13 euro l’ora di salario minimo previsti per legge in Lussemburgo che guida la classifica anche in termini di reddito lordo pro capite (60.917 euro) e Pil reale pro capite (83.940 euro). Numeri che fanno impallidire i risultati italiani: 31.493 di reddito lordo pro capite e 27.860 euro di Pil reale pro capite.

I “cugini francesi” che viaggiano più o meno alla nostra velocità hanno 10,60 euro di salario minimo previsto per legge mentre buona parte dei Paesi dell’Est Europa si attestano su cifre che vanno dai 2 euro l’ora della Bulgaria e i 3,80 euro della Repubblica Ceca. Un quadro sfaccettato e di difficile lettura perché Pil e reddito lordo pro capite non ci dicono quanti lavoratori siano soddisfatti della propria paga e quanto tale paga possa consentire loro di vivere bene ed “affrontare” il costo della vita del proprio Paese.

Per non parlare delle differenze all’interno dei Paesi stessi, si pensi al costo medio degli affitti al centro di Milano e a quello della periferia di Enna. I 13 euro del Lussemburgo potrebbero insomma essere poca roba rispetto ai 2 euro della Bulgaria.
Ciò che è incontrovertibile è la situazione allarmante del nostro Paese in termini di “discesa” quasi generalizzata dei salari dal 2019: Italia -7,5%, Germania -3,2%, Spagna -4%, USA -2,3%, Media Ocse -2,2%. La Commissione europea nelle premesse della direttiva del 2022 pone come obiettivo quello di consentire a tutti i lavoratori in Europa “un tenore di vita dignitoso”.
Invitando gli Stati membri “a garantire un efficace coinvolgimento delle parti sociali nella determinazione dei salari, prevedendo salari equi che consentano un tenore di vita dignitoso. […] L’orientamento in questione invita inoltre gli Stati membri a promuovere il dialogo sociale e la contrattazione collettiva in vista della determinazione dei salari”.

La Commissione, dunque, non obbliga i Paesi ad istituire un salario minimo e soprattutto, c’è da chiedersi: può essere il salario minimo il rimedio alle storture del sistema Italia?

Sindacati e addetti ai lavori “divisi” sul salario minimo

Opinione pubblica e addetti ai lavori sono divisi sugli effetti che tale scelta comporterebbe.
La Fondazioni Studi Consulenti del Lavoro sulla base di dati Inps e Cnel afferma che “l’introduzione di un salario minimo legale, anziché rappresentare la soluzione, comporterebbe alcune controindicazioni: in primis, la marginalizzazione del ruolo della contrattazione collettiva, che in Italia è stata largamente usata per garantire a ciascun lavoratore le giuste tutele idonee al suo specifico impiego. Inoltre, potrebbe risultare un intervento semplicistico rispetto all’effettiva tutela del trattamento globale, economico e normativo dei lavoratori, ben più elevata del salario minimo tabellare. Infine, è estremamente limitante che non riguardi anche i collaboratori domestici, che più faticano a raggiungere un emolumento dignitoso. Oltre a ciò, la previsione di una simile misura determinerebbe un innalzamento del costo del lavoro a carico delle aziende con effetto trascinamento su tutti i livelli retributivi più alti del minimo, con il rischio di un effetto “immersione” in quei settori incapaci di assorbire l’incremento retributivo previsto”.

Andiamo per ordine

Partiamo dalla marginalizzazione del ruolo della contrattazione collettiva che appare già ampiamente: su quasi mille contratti collettivi di lavoro (966) depositati al Cnel, solo il 22% è siglato dalle sigle sindacali maggiormente rappresentativi (Cgil, Cisl e Uil). “Piccoli” sindacati, dunque, a volte firmano contratti a condizioni svantaggiose per i lavoratori. Non tutti i sindacati, inoltre, approvano il salario minimo.

Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, è intervenuto sul tema in diverse occasioni. “Sul salario minimo – ha dichiarato – io sono d’accordo. La nostra proposta come Cgil non è solo fare il salario minimo, noi vogliamo una legge che dica che i contratti collettivi nazionali hanno valore legale e quindi applicabili a tutte le forme di lavoro, anche al lavoro autonomo, dove si stabilisce non solo la quota oraria ma una serie di diritti (malattia, ferie, infortuni, tfr, maggiorazioni) che bisogna dare a tutti. Oggi questa legge non c’è e negli anni sono aumentati i cosiddetti ‘contratti pirata’, cioè firmati da soggetti che non hanno alcuna rappresentanza. In assenza di legge basta che ci siano due soggetti privati, un sindacato, fanno un accordo, lo applicano e questo assume un valore generale a prescindere dalla rappresentanza e rappresentatività che sindacati e imprese hanno. La proposta del salario minimo è un primo passo importante perché stabilire che nessuno può prendere meno di 9 euro l’ora vuol dire che tre milioni e mezzo di persone vedrebbero aumentate le loro quote. Ci sono contratti firmati dai sindacati sotto i 9 euro l’ora perché tali contratti non si rinnovano da 10 anni e non c’è una legge che dica: se l’impresa non rinnova i contratti allora non ha gli incentivi fiscali e ha penalizzazioni; per cui un’impresa può tranquillamente non rinnovare il contratto e non gli succede nulla”.

Ci sono poi le dichiarazioni del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ribatte: “I nostri contratti sono sopra quella cifra [9 euro lordi]. E lo dico perché si continua a narrare in Italia una cosa sbagliata. Si dice che si pagano poco i lavoratori ma non è l’industria italiana”. È evidente, dunque, che alcune categorie di lavoratori sono riuscite negli anni a concertare paghe orarie e condizioni lavorative dignitose mentre altri rimangono “fuori dai giochi”.

Da una parte, dunque, le opposizioni in Parlamento e una parte dei sindacati che sono favorevoli al salario minimo, dall’altra c’è chi lo definisce uno strumento “semplicistico” che contiene delle “controindicazioni” come denunciato dalla Fondazioni Studi Consulenti del Lavoro. Ultima, ma non ultima, delle controindicazioni il citato rischio “immersione” in quei settori incapaci di assorbire l’incremento retributivo previsto e gli oneri dell’aumento che dovrebbero essere sorretti da aziende già esposte ad un costo del lavoro lordo già abbastanza penalizzante sul mercato globale.

Solo sigle sindacali titolate nei tavoli di contrattazione

“L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

Così recita l’articolo 39 della Costituzione italiana

L’Assemblea costituente, spiega un focus curato dalla Mondadori, approvò il testo dell’articolo con l’obiettivo di evitare qualsiasi ingerenza dello Stato nella vita delle organizzazioni sindacali. La stesura dell’articolo obbedì alla precisa volontà di evitare che i sindacati potessero nuovamente essere sottoposti a un rigido controllo statale, così come era avvenuto durante il regime fascista (a questo proposito, l’on. democristiano Lodovico Benvenuti affermò che “la Costituzione deve in certo senso prendersi una rivalsa storica rispetto alla legge 3 aprile 1926 che sanciva precisamente il principio opposto”).

La discussione si concentrò sul quarto comma attraverso il quale i costituenti provarono a conciliare la piena libertà sindacale (cioè l’esistenza di più organizzazioni sindacali in concorrenza fra di loro) con il principio della rappresentanza unitaria in proporzione al numero degli iscritti (che, in sostanza, tende a favorire l’organizzazione avente il numero maggiore di organizzati).

L’unica condizione per la registrazione è, dunque, che i sindacati adottino una organizzazione su base democratica. In realtà, tale obbligo di registrazione non ha mai trovato applicazione, data la mancanza di una legge ad hoc e quindi i sindacati, ad oggi, non hanno personalità giuridica ma hanno la possibilità di stipulare contratti collettivi efficaci nei confronti dei loro iscritti. La giurisprudenza, però, è arrivata a riconoscere che questa efficacia si estende alla generalità dei lavoratori (o dei datori di lavoro), anche se non aderenti al sindacato.

Ed è qui che avviene il cortocircuito. È necessaria una legge di attuazione dell’art. 39 che fissi regole precise di trasparenza per i sindacati che investano bilancio, numero di iscritti, situazione patrimoniale. In pratica una legge che dovrebbe ricalcare le norme del codice civile sulle società. Allo stato attuale, i sindacati sono rimasti in una sorta di “limbo di associazione”.

Stabilire regole precise, permetterebbe di dare maggiore autorevolezza a quelle sigle più titolate a sedersi ai tavoli della contrattazione collettiva ed eviterebbe così che sigle con pochissimi iscritti (e quindi poco rappresentative) firmino contratti a condizioni poco vantaggiose per una larga platea di lavoratori; evento che purtroppo nel nostro Paese si è verificato in più occasioni.