Editoriale

Ponte, Conte sbaglia come per il 110%

Giuseppe Conte, un giovane professore ordinario di diritto, fu baciato dalla fortuna nel 2018 perché fu scelto casualmente dal fondatore del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo, e dal suo delfino, Luigi Di Maio, per ricoprire il ruolo di premier del costituendo Governo con la Lega.
In quel momento l’elettorato era stanco dei tre Governi Letta, Renzi e Gentiloni della legislatura precedente, perché non avevano combinato granché per la crescita economica e sociale del Paese, per cui il 4 marzo del 2018 dette un bel trentadue per cento al Movimento.

Conseguenza ovvia nella nostra democrazia, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, conferì ai pentastellati l’incarico di formare il Governo, che trovò il supporto di Matteo Salvini.
Il Governo giurò il primo giugno al Quirinale e poi scese per intero nei Giardini ove vennero accolti/e gli/le invitati/e in occasione della Festa della Repubblica, un’occasione che si rinnova ogni anno, fatta eccezione per il periodo del Covid.

Ero presente quel giorno, come lo sono ogni anno, ed ebbi modo di incontrare Giuseppe Conte, che nessuno conosceva, per cui non aveva fan attorno a lui. Cosicché chiacchierai con lui una mezz’oretta, tenendogli compagnia e compresi che la persona era intelligente, anche se ancora inesperiente di tutti gli intrighi politici.

Mi balzò subito la differenza di comportamento quando incontrai nella stessa occasione Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che invece erano circondati da una montagna di fan.
Perché questo incipit? Perché quando successivamente il Governo Conte approvò la legge sul 110%, mi resi conto dell’errore clamoroso che aveva fatto e lo scrissi in un editoriale dell’epoca.
Perché un errore clamoroso? Perché lo Stato non deve dare un contributo al cento per cento a chi arricchisce i propri immobili. Non solo, ma che dia un dieci per cento in più della spesa è veramente un comportamento inqualificabile.

Non vi fu dolo da parte di Conte, dei suoi alleati e dei suoi ministri, ma solo inesperienza e incapacità di valutare le conseguenze della legge da loro approvata.
Dietro i promotori di questa legge vi erano le lobbies delle imprese dell’edilizia, le quali, approfittando dell’incapacità dei governanti di valutare la portata finanziaria del provvedimento, riuscirono a non far mettere un tetto (prezzi di mercato) alle opere e alle prestazioni conseguenti, per cui si è verificato il disastro che oggi piangiamo e cioè che questa iniziativa verrà a costare allo Stato oltre duecento miliardi.

Se i duecento miliardi fossero stati spesi tutti per ristrutturare gli immobili, si sarebbe potuto piangere con un occhio, come si usa dire. La verità è che ne hanno beneficiato solo cinquecentomila immobili, mentre avrebbero potuto beneficiarne un numero quattro volte superiore, cioè due milioni.

Che cosa si è verificato? Che non avendo messo il tetto ai prezzi delle forniture, queste sono state pagate prima dai/dalle proprietari/e degli immobili e poi di conseguenza dallo Stato quattro o cinque volte di più del loro effettivo valore di mercato.
Comprenderete chiaramente il disastro provocato da incompetenti.

Conte, responsabile oggettivo di questo disastro, si difende dicendo che con quella spesa è aumentato il Pil perché si è messa in moto l’economia. Vero, ma trascura il fatto che con la stessa spesa si potevano quadruplicare i beneficiari e quindi mettere in sicurezza e in risparmio energetico molti più di immobili rispetto a quelli che sono stati ristrutturati.

La conseguenza dannosa di questa situazione è sotto gli occhi di tutti. Di fatto il Governo Meloni e il suo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, hanno le mani legate dai conti pubblici, che sforano e fanno aumentare il deficit superiore al fatidico tre per cento europeo, perché deve pagare tutti i finanziamenti delle ristrutturazioni, che ormai arrivano in automatico.
Ora Conte si scaglia conto il Ponte sullo Stretto di Messina e commette un errore uguale e contrario a quando approvò la legge sul 110%. Perseverare est diabolicum.