Editoriale

Premi meritocratici misurati dai risultati

Nel mondo delle imprese vige il principio generale della meritocrazia, per un semplice motivo: se l’organizzazione non funziona, se essa non è in fase con il mercato, se quest’ultimo non è monitorato continuamente, se non si mettono in atto capacità previsionali per anticipare il futuro, se tutto questo non accade, l’impresa inesorabilmente fallisce.

Il successo misura le capacità di un’impresa, il fallimento la sanziona. Vi è quindi un sistema equilibrato premio-sanzionatorio che esalta i bravi e punisce gli incapaci.

Questo metodo dovrebbe essere utilizzato sempre, anche nelle strutture pubbliche, in modo da evitare lo scempio che al loro interno si verifica prendendo atto di come funzionano o meglio, non funzionano, gli apparati pubblici.

Si tratta di una semplice constatazione non soggetta a possibili dubbi, salvo che a tentare di capire le ragioni della disfunzione e attuare dei rimedi che siano palesi e sotto gli occhi di tutti.

Il principio meritocratico è intrinseco della natura perché fra gli animali il più grosso mangia il più piccolo e quest’ultimo fugge per non farsi mangiare. La sopravvivenza è conseguenza delle capacità di ognuno di cavarsela in un modo o nell’altro, ricorrendo a tutti gli espedienti che ogni animale mette in atto.

Gli umani, anche se dotati di intelligenza, spesso la utilizzano poco e, a volte, niente, con la conseguenza che i motori girano a vuoto, consumano carburante, ma sfruttano poco la sua energia.
Sulle motivazioni dello scarso utilizzo dell’intelligenza sono stati scritti centinaia di volumi che cercano di interpretare la natura umana e di individuare le motivazioni che le impediscono di fare girare il proprio motore in maniera adeguata.

Noi qui semplicemente tentiamo di individuare alcune carenze, principiando dalla pigrizia, una sorta di sonnolenza che avvolge l’essere umano e lo tiene ancorato alla Terra non per la forza di gravità, bensì per una sorta di indolenza che gli impedisce in tutto o in parte un’attività.
Si dice: “Pigrizia saltami addosso, fai tu che io non posso”. Il detto popolare è sintomatico e non ha bisogno di spiegazioni.

Tornando al principio meritocratico, assente in tutte le Pubbliche amministrazioni, va sottolineato come esse non perseguano obiettivi chiari se non in modo del tutto formale. Anzi, spesso, vengono indicati obiettivi fasulli o gonfiati, in modo che sembrino raggiunti, ma appunto si tratta di finzioni o di illusioni che hanno lo scopo di far erogare premi a babbo morto e assolutamente immeritati.
Perché non si adotta il principio meritocratico nelle Pubbliche amministrazioni? Qualcuno osserva che esse non sono aziende e quindi tale principio non vada utilizzato. Si tratta di una grossolana menzogna perché il merito non è una componente esclusiva dell’impresa, bensì di qualunque organizzazione, anche no profit, che voglia raggiungere risultati, anche assistenziali o di supporto ai bisognosi.
Sono evidenti le scuse di chi non vuole utilizzare il principio meritocratico in quanto questo comporta impegno, capacità, sacrificio e abnegazione.

Se il nostro Paese utilizzasse i 3,2 milioni di dipendenti pubblici adottando il merito, probabilmente il nostro Pil potrebbe fare un salto in su di qualche punto percentuale. Perché ciò non avviene? La spiegazione è semplice: fare correre le cosiddette pratiche, cioé i fascicoli, e farle approdare alle autorizzazioni, alle concessioni, insomma, alle risposte da dare a cittadini/e e imprese, in un tempo ragionevolmente breve significa accelerare la velocità di tutta la ruota economica, con i conseguenti benefici prima accennati.

Per contro, la lentezza esasperante del funzionamento delle Pubbliche amministrazioni rallenta fortemente la ruota economica, deprime il Pil e non consente a tutto il Paese di stare al passo con gli altri che adottano il principio meritocratico.
Fra l’altro, la premialità al merito è obiettiva e non consente discriminazioni né favoritismi, quindi più giusta e corretta.
Il guaio è che da questo orecchio i responsabili delle istituzioni e i loro dipendenti-burocrati non ci sentono, né intendono usare il cotton fioc.