Luogo inComune

Progettare CA(O)S_E……..

In questa rubrica, mi sono impegnato a voler mettere in luce le traiettorie d’efficacia inerenti il recupero, la ri-funzionalizzazione e la riqualificazione ambientale, e sociale, di brani del tessuto urbano o di interi contesti ambientali, particolarmente esposti al degrado. A ragione di ciò, ho operato (e continuerò a farlo per voi, miei cari lettori) il coinvolgimento di alcuni protagonisti di tali pratiche, di efficaci processi di determinazione di traiettorie di solvimento di problematiche complesse, attraverso lo strumento del progetto. Oggi ho inteso raccogliere le riflessioni di Maurizio Oddo, architetto e docente di Progettazione, Architettura degli Interni e Storia dell’Architettura presso l’Università di Enna KORE e, come me, autore di numerose avventure connesse all’esercizio degli strumenti propri della cultura del progetto, ad ogni latitudine del pianeta.

Di recente, sono solito intrattenermi con lui, in merito alle vicende che lo impegnano in numerosi contesti, particolarmente quelli dell’amata Isola, progetti messi in campo mediante il lavoro sapiente di ricerca destinata, da una parte, a colmare le innumerevoli lacune sul tema (comprese quelle che riguardano anche lo sterminato campo dell’Industrial Design); dall’altra, promuovere, a tutti i costi, un progetto di qualità che, a onor del vero, oggi – come sempre – non è certo una questione “scontata”. Ma, nonostante il nostro grande afflato, sono sempre
pronto a porre al nostro designer una sommatoria di entusiasmanti, quanto gravosi, quesiti.

Luigi Patitucci. Bene, Maurizio, quali sono, secondo te, le traiettorie di induzione alla partecipazione attiva della utenza, che noi designer possiamo innestare attraverso l’esercizio, gigantesco ed illimitato, inesauribile, del potenziale connesso alla frazione ludica, giorno per giorno, istante per istante? È un potenziale energetico incommensurabile ed estremamente efficace, se ci pensi……, basterebbe metterlo in esercizio con le opportune procedure.

Maurizio Oddo

Indubbiamente, partire dall’inizio. Come sempre, il potenziale immaginativo – contenuto nella formulazione delle tue domande – induce a pensare ai bambini e all’insegnamento insuperato di Bruno Munari, oggi più che mai attuale, soprattutto se innestato all’autocostruzione di Enzo Mari le cui intuizioni, a mio modesto avviso, fanno parte dell’atavico bagaglio culturale di noi Siciliani, impresso nell’elica del nostro DNA. Tento una metafora, di ritorno da una importante e variegata Mostra di Libri: dallo spazio di una enorme mongolfiera – sempre più grande e sempre più capiente – in grado di attraversare i cieli della Sicilia, in lungo e in largo, i designers, compresi i progettisti di architettura, debbono fare volare le loro idee – evitando ogni ostacolo di qualsivoglia natura – coinvolgendo i bambini dell’asilo e di età scolare e, via via, gli studenti degli istituti superiori fino ad arrivare all’università. Questo per promuovere la partecipazione di una utenza attiva e creativa come auspicava, per tuti i campi dello scibile umano, la mente geniale di Gianni Rodari, progettista di CA(O)S_E dentro.

L.P. Nei miei scritti parlo spesso di Design Therapy, quale nuovo ‘bisogno’, in un’era in cui tale termine è stato destituito dal termine ‘desiderio’, ovvero della realizzazione di serie di azioni concrete nella nostra vita reale, per la realizzazione di un Paesaggio Risonante. Come pensi possa essere accolta, dagli enti competenti, tale procedura di realizzazione di uno scenario attivo nei nostri contesti territoriali?

M.O.
Sarò più ottimista – o meno pessimista, a seconda del punto di vista – rispetto alla tua proiezione ma sono fermamente convinto che desiderio e bisogno continuino a coesistere perché, pur nella loro imprevedibilità, contribuiscono a rendere concreta la vita e a ricompensare – parafrasando Jean Cocteau – la nostra disobbedienza. La realizzazione di un “Paesaggio Risonante” è l’Utopia del XXI secolo. Un sogno a cui solo l’arte e il design potranno contribuire a realizzare. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non posso nascondere un certo scetticismo legato al disinteresse degli enti competenti che, gioco forza, dovrebbero a mio avviso essere coinvolti, mediante corsi universitari e master, dagli Atenei ricadenti nei contesti territoriali d appartenenza. La tua idea del “Paesaggio Risonante”, peraltro, non è così semplice e facilmente abbordabile. Necessita di uno studio specifico che, personalmente, mi riporta alle forme che emettono e che ricevono nel paesaggio di corbuseriana memoria. Le condizioni al contorno sono radicalmente mutate mentre la carica qualitativa del progetto permane. Complimenti per la forza del pensiero.

L.P. Quali limiti possiede uno strumento di pianificazione e governo dei nostri contesti ambientali, quale è quello del PRG che, per definizione ha una durata illimitata, in un’era in cui i profili d’esercizio sempre più dichiarati, delle volte con grande spudoratezza e poca adesione ai feroci parametri propri della realtà concreta, sono quelli propri della Smart City?

M.O.
Per quanto mi riguarda, a proposito di PRG, non parlerei di limiti ma di obsolescenza paradossalmente pianificata. Come accade – per rimanere nel tuo campo d’elezione – nella politica commerciale più aggiornata al fine di limitare il ciclo di vita di un prodotto o macchinario. Il tema vero – che, in quanto tale, rimane centrale – è una mancata progettazione di senso realmente utile per la pianificazione del territorio e il conseguente e reale sviluppo della società. Non è più ammissibile, infatti, continuare a “favorire” un assetto territoriale utilizzando uno strumento (del) passato, partorito 80 anni fa nonostante la miriade di leggi e leggine che si sono susseguite per contribuire a alimentare un vecchio pachiderma che giace come un macigno ogni volta che si tenta di mettere mano al progetto urbano. Non regge…..SMART CITY? Stavo quasi per chiederti la riformulazione della domanda! SMART CITY? BASTA!!!!! Formule contro formule, immagini su immagini che si sono susseguite in un arco di tempo pari a circa un decennio senza alcun risultato vero, almeno alle nostre latitudini. E ora? Anche gli Urbanisti pare si siano accorti che la formula magica non funziona più! E’ arrivato il momento di affiancare agli slogan del calibro Città liquida – mi chiedo e ti chiedo, caro Luigi, ma cosa si intende per città liquida, un impianto tipo Venezia che vive sul mare o la metafora della città che si scioglie come gli ordini architettonici di Ammannati a Firenze? – la formula Smart/WoMan_City?

L.P. Come si conciliano questi due profili d’intervento, in un contesto urbano che non può fare più a meno di dover accogliere nella determinazione dei suoi parametri d’ingaggio e d’esercizio termini quali “temporaneità”, “provvisorietà”, “mutabilità”, “impermanenza”?

M.O.
Nessuna conciliazione penso sia possibile. Oggi, per quanto ti ho detto fino a ora, nessuna conciliazione è ammessa. Attraversiamo un mondo e una cultura – compresa quella del progetto – che dell’eccesso hanno fatto la loro cifra e, per definizione, l’eccesso non può cedere alle intese superficiali. L’elenco dei termini, che giustamente proponi e ai quali se ne potrebbero affiancare altri, sono incompatibili con le “regole” di una Legge Urbanistica nata in seno alle richieste di una società che, dopo i danni ingenti del conflitto mondiale, era votata alla immutabilità alla permanenza degli interventi. Oltretutto, la temporaneità e la provvisorietà sono concetti che, per loro natura, sfuggono a ogni tentativo di determinare, normalizzandola, ogni cosa.
Esiste una soluzione? A mio avviso, va ricercata nell’intervallo compreso tra esigenze reali della Società odierna e una nuova Teoria Urbanistica lontana, però, dal non senso e dalle proposte fumettistiche di una ipotetica Blade Runner. Elucubrazioni che hanno fatto il loro tempo e che, riverniciate di fresco, cercano disperatamente di tornare alla ribalta. La città ha bisogno di BUON_SENSO vecchio, consentimi, come il cucco! Basta con gli slogan. E’ il tempo di agire veramente

L.P. Con il salto nel nuovo millennio, si è mostrata sempre più irrevocabile la questione del ridisegno, in maniera continuata, del nostro scenario di prossimità, specie alla luce della comparsa di nuove problematiche di relazione dinamica tra entità ed individui presenti in un contesto urbano, ora resi particolarmente pressanti in ragione della presenza e dell’alternarsi di crisi economico-finanziarie, ambientali, sanitarie.

M.O.
La questione del ridisegno ammette una quantità impressionante di letture e di interpretazioni. Quello che attira di più la mia attenzione è il ri_disegno inteso come riproposizione di azioni qualitative che potranno continuare a avere un senso nella loro continuità temporale. In questo modo, intendo il ridisegno anche come azione, come gesto, come intenzione calibrata che non dovrà necessariamente prevedere un supporto materico. Un modo di rigenerare un processo e la complessità che ogni volta lo accompagna. Ri-disegno, a ben vedere, come atto di rigenerazione verso una visione strategica per andare oltre il presente, continuando a assicurarsi il futuro. Come ti sarai accorto, caro Luigi, evito di citare il termine resilienza, di cui è stato fatto eccessivo abuso, considerato che esso stesso – contrariamente a quanto sfugge ai più – necessità di una capacità, anche immaginativa e progettuale, che ha bisogno di essere disegnata, sviluppata e ri_disegnata.

L.P. Già il mio amico Francesco Morace, sociologo e fondatore del Future Concept Lab descrive la penisola italiana come un immenso, risonante, emittente Laboratorio creativo dal potenziale gigantesco. Pensi che la soluzione possa passare attraverso la costituzione di una costellazione di Design Lab Permanenti, parte di una più grande sovrastruttura, capace di poter accogliere, in tempo reale, istanze e professionalità altamente specialistiche al suo interno?

M.O.
Caro Luigi, sarà una mia de_formazione culturale ma quando leggo di Penisola italiana, mi sento escluso in partenza! Il pensiero va allo “spazio dialettico” di Luciano Fabro – artista straordinario la cui opera lega Arte e Design in modo originale e senza confronti – e alla sua “Italia Sottosopra”. Una potente provocazione, senza alcun dubbio, che vede, però, il Paese senza Isola. Ma Noi siamo Isola, siamo Siciliani ma non siamo e non vogliamo essere culturalmente isolati: Nessuna isola è un’isola, recita Carlo Ginzburg. Ne sono fiero. La nostra è un’Isola Continente che, come la storia millenaria testimonia, ha contribuito fortemente alla Cultura della Penisola. In ogni modo, che ben vengano le “costellazioni” tracciando permanenze laboratoriali, necessariamente integrate dalla “sovrastruttura” di cui scrivi. Partirei, forse forzando la mano – ma è pur sempre un punto di partenza! – con le Università e i Dipartimenti che ormai sono chiamati a accogliere chiare professionalità in vista dell’avvio post lauream. Sul loro carattere “altamente specialistico”, al momento, non mi trovi d’accordo perché, da dentro, sto vivendo i postumi di una riforma che almeno in campo spiccatamente architettonico ha fatto perdere la formazione umanistica del progettista che dovrà sempre rimanere il punto fermo di partenza. Probabilmente, al contrario – soprattutto se vogliamo farci carico dei problemi che assillano l’ambiente proponendo soluzioni VERE – è arrivato il tempo in cui il progetto, nella sua complessità intrinseca, deve ritornare alla citata e originaria propensione umanistica completa – versus ambiente – pur senza trascurare l’alta specializzazione – accompagnata da una adeguata sperimentazione – che i tempi moderni offrono e, allo stesso tempo, richiedono.

L.P. Dal cucchiaio alla città.
A mio avviso, questa frase potrebbe essere il necrologio di tutta la stagione dell’utopia modernista, spazzata via dalla pochezza dei suoi contenuti umani. In ogni caso, oggi potrebbe essere mutuata in dal cucchiaio alla citta’ e dalla città al cucchiaio!. Chiudendo il cerchio, una volta per tutte, senza indugi, con la ferocia, benefica ed augurale, persino formativa, del buon padre di famiglia. Tu sei docente di Progettazione, Architettura degli Interni – molto vicina al campo dell’Industrial Design – e Storia dell’Architettura, dalle Grotte di Lascaux a Rem Koolhaas, presso l’Università degli Studi di Enna KORE, sei condannato a vivere a contatto con quelle che saranno le generazioni dei futuri designer, questa nuova generazione di designer sarà chiamata all’assolvimento di un compito tanto entusiasmante quanto gravoso, quello della realizzazione di un nuovo scenario esistenziale. Quale potenziale di accoglimento di questa sfida, tutta imperniata attorno alle questioni di progetto, intravvedi in questa generazione?

M.O.
Dal cucchiaio alla città, dal momento stesso della sua ideazione, è sempre stato uno slogan carico di provocazione! Come tutti i proclami che accompagnano i momenti di rottura. Continuo a considerarlo come tale, estrapolandone le parti propositive ancora valide. La carica umana che, presumibilmente, ne è alla base, esclude il tuo giudizio eccessivamente rigido. Concordo sulla doppia lettura, da un capo all’altro, ma senza chiudere il cerchio tassativamente! Il nostro tempo richiede processi aperti e continui senza alcuna stasi. La quadratura del cerchio di questi tempi è pericolosa, prestandosi alla lettura di anime superficiali e di social tuttologi che sono il male vero di oggi. A proposito della tua personale provocazione – mossa a un docente universitario – e contenuta nella tua articolata domanda, rispondo: Condanna?!? NOOO! Di fatto, si tratta di un privilegio irripetibile soprattutto per chi ama il suo mestiere. Senza escludere, però, che si tratti pur sempre di un privilegio che fa scattare l’invidia a chi non può permetterselo o a chi fa lo stesso mestiere senza avere attraversato la trafila per ottenerlo (da Siciliano non posso nasconderti che mentre rispondo ho attivato i consueti scongiuri!)

L.P. Quali sono le loro traiettorie d’ingaggio, non percepite dai designer che li hanno preceduti?

M.O.
Ho la brutta sensazione – pur auspicando di sbagliarmi – che non ci sia nessun ingaggio, né tanto meno alcuna traiettoria critica utile a questa azione meritoria. Senza tentativi vani di discolpa per le Università, spesso troppo silenti nelle questioni dl progetto, dove sono gli Ordini Professionali? Magari risponderemo insieme in una occasione futura

L.P. La Natura si riappropria del suo potenziale creativo, esibendo una ricchezza di contenuti, di elementi generativi estremamente seducenti e, di una forza devastante, ed io non nutro ormai alcun dubbio, sull’inefficacia di un mondo troppo progettato, troppo disegnato, un mondo ostile ad ogni possibilità di riconoscimento del vivere umano. Quale è il tuo pensiero in merito a tale riflessione?

M.O.
Cosa rara – RISATA! – mi trovi perfettamente d’accordo. Sto completando un libro – ormai diventato una sorta di mini trattato – su cui rifletto su tali temi, a partire da un aspetto, troppo dimenticato, che è il rapporto straordinario duraturo tra l’albero e l’architettura, tra la natura e l’artificio, tra il vivente e il minerale.
Abbiamo superato il periodo in cui – falsamente, come stanno dimostrando i fatti tragici delle ultime settimane – tutti si occupavano di “verde” e di ambiente, a partire dalle pubblicità di marchi famosi! Oggi? L’Antropocene ha preso il sopravvento ma, come allora, se scendi nel dettaglio, il “mutismo culturale” invade l’altra parte, presa come è dei risultati improbabili e fasulli di vari G – G20, G26, GX. Debbo dartene atto, mio malgrado, che la G della tua recente ricerca è senza dubbio più stimolante!(…qui si riferisce ad un mio recente articolo sul Punto G nel design. NdA).

L.P. “In qualunque caso si può simulare, tranne quando si tratta dei luoghi. Un uomo, in ogni condizione, deve potersi mettere in un angolo con la certezza che è il suo, almeno per un pò, o che nessuno lo manderà via di lì. Tutto il resto viene dopo”.
Questa frase, tratta da “Un uomo temporaneo”, di Simone Perrotti (Frassinelli, 2015, NdA), ci introduce al quesito inerente all’attualità del concetto di Genius Loci ed al riconoscimento, da parte degli individui sociali, in una matrice identitaria legata al contesto ove si snoda la nostra esistenza. Cosa accade nell’era digitale, ha ancora senso parlare di taluni concetti, per noi dapprima considerati imprescindibili, nell’esercizio della questione di progetto?

M.O.
Ho sempre assunto una posizione di forte distacco da chi sostiene l’inutilità, oggi, di parlare di Genius loci che, a mio avviso, rimane peculiare anche nella virtualità del luogo che vorrebbero farci vivere. E’ una brutta sensazione perdere il genio del luogo; è come dipanare il gomitolo del Palazzo di Cnosso, nello spauracchio di un filo che rischia continuamente di rompersi lasciandoci difronte la enigmaticità delle scelte che il labirinto offre, come allerta Borges. Uno spauracchio che, però, non ci abbandona perché l’alternativa ultima è la paura di trovarsi difronte allo sconosciuto, al pericolo, al Minotauro che si è impossessato – facendolo fuori – il nostro Genio, facendoci perdere definitivamente la curiosità di vederlo e di conoscerlo. E‘ da questa curiosità che siamo obbligati a ripartire.

L.P. Conosco il tuo designer preferito, sono io. Ahahahahah…………
Scherzi a parte, hai un designer che ami profondamente?
Un Autore che ti appassioni in maniera irriducibile al punto da indurre i giovani allievi ad analizzarne i criteri d’intervento, per la costituzione di un loro personalissimo approccio di metodo nell’ambito di diverse discipline di progetto, differenti ambiti applicativi.

M.O.
A parte lo scherzo, lo sei veramente, insieme a un numero a diversi zero – non contando sulla infinità di molti, concettualmente inefficace – di autori che hanno fatto e continuano a fare la storia del progetto. Preferisco parlare di progettista piuttosto che di designer che trovo riduttivo nella accezione – forse tutta italiana – con la quale viene oggi utilizzata. Non ho intenzione, né la possibilità nello spazio “stretto” di una intervista, di elencare nomi ma indicare suggestioni: gli oggetti prodotti da designer anonimi, Le Corbusier, Bruno Munari, Michele De Lucchi, Enzo Mari sono tra quelli il cui metodo è anche didatticamente trasmissibile proprio perché applicabile a campi e a scale differenti per la proiezione di soluzioni progettuali innovative senza per questo essere tassative. Ritornando al mio amico Patitucci – quello della maschera di King Kong – ma non dirglielo (RISATA) penso davvero che stia apportando un contributo teorico ormai diventato significativo e irrinunciabile. Spero, di cuore, che presto si possa avviare una collaborazione fattiva destinata a lasciare i segni del design sull’Isola, da troppo tempo fuori da circuiti importanti inerenti la produzione industriale. Ma non voglio anticipare niente.

L.P. Cosa puoi dirmi del tuo approccio di metodo?

M.O.
Il metodo, per un progettista e per chi, come me, insegna all’Università è tutto, fuori dai maledetti slogan di cui ho accennato. Cito sempre una frase di George Perec, Vivere è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male. E’ in funzione di questo che bisogna definire e affinare un metodo. Praticare l’architettura è farsi domande e trovare risposte e soluzioni, senza farsi intrappolare dai luoghi comuni alla ricerca di una verità eterna. L’architettura non è utopia ma può raccontare attraverso la realtà uno spazio utopico e pensare, come il designer, attraverso le immagini. L’architettura si costruisce e la scrittura, tra parole e immagini, aiuta a essere architetti. Sacre verità. L’ideazione e l’applicazione di un metodo, soprattutto nella nostra epoca, è immersa in una costante mutazione che presuppone ripensamenti e accelerazioni, all’interno di una imprevedibile fenomenologia, spesso complessa e frammentaria. Nel campo più specificatamente architettonico, per metodo intendiamo una serie di operazioni disposte secondo un ordine dettato dall’esperienza per progettare in modo giusto , cioè senza sprechi di energia, senza sprechi economici, per un prodotto che risponda bene alle funzioni per le quali è progettato e che abbia anche una estetica propria, che sia facile da usare e via dicendo. Innanzitutto, è risaputo che alla base del processo compositivo esista una “gestazione mentale”, una idea di architettura che ha bisogno di tempo per essere esposta. Un progetto, disegnato su carta, non è architettura, ma semplicemente una rappresentazione dell’architettura più o meno inadeguata, paragonabile a quella degli spartiti. La musica deve essere eseguita. L’architettura deve essere eseguita e diventare materica. D’altro canto, avverte Bruno Munari, non esiste – nella contemporaneità dell’architettura di oggi – un metodo preciso, assoluto, definitivo, che aiuti a progettare meglio, secondo il principio del minimo sforzo progettuale che permetta di giungere al massimo risultato nel prodotto finito. Ogni metodo si costruisce sul percorso di un arduo filo logico; un ordine perseguito per la sua coerenza interna, piuttosto che per il suo risultato finale, di cui può anche negare la stessa possibilità, senza mettere in discussione la sua attitudine scientifica che, al contrario, ne esalta il paradigma metodologico coerente. L’architettura, in definitiva, non permette e non accetta l’improvvisazione, l’idea immediata e direttamente trasposta. L’architettura è rivelazione del desiderio collettivo nebulosamente latente. Questo non si può insegnare ma è possibile imparare a desiderarlo.

L.P. Il tuo oggetto preferito?

M.O.
Tanti!
Il libro, nella sua materialità che va oltre i suoi contenuti, accompagnandoli e custodendoli.