Editoriale

Siri fuori dal Governo? Solo una balla!

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è stato molto abile nel caso Siri. Dopo un traccheggio durato settimane, ha risolto la questione con l’unico atto che gli competeva: la revoca della nomina.
Probabilmente, questo atto indolore è stato concordato anche con Salvini, per evitare una delibera del Consiglio dei ministri che avrebbe visto M5s e Lega votarsi contro. Per la revoca dell’incarico non c’era bisogno di un Consiglio dei ministri, dal momento che la prerogativa è affidata dalla legge al presidente del Consiglio.
Giornalisti poco informati (e poco preparati) hanno sparato una notizia destituita di fondamento: “Siri fuori dal Governo”. è una balla clamorosa, perché il sottosegretario è ancora in carica.
L’iter procedurale prevede, infatti, che la burocrazia della Presidenza del Consiglio prepari il testo del decreto di revoca; successivamente esso dovrà essere firmato dallo stesso presidente del Consiglio; sarà inviato al Presidente della Repubblica e, dopo l’analisi dello staff presidenziale, Mattarella lo firmerà.
Ma non è ancora finita perché il provvedimento dovrà essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Dopodiché Siri sarà fuori dal Governo. Immaginiamo che il tragitto impiegherà alcune settimane, per cui l’epilogo si vedrà dopo le elezioni del 26 maggio!


Di Maio ha cercato di recuperare l’errore iniziale, consistente nell’avere consentito che un cittadino autoriconosciutosi colpevole di bancarotta fraudolenta, per cui ha patteggiato una pena di un anno e otto mesi, entrasse in un Governo della Repubblica. Per rimediare, ha tirato fuori la questione della corruzione come una bandiera da sventolare alla pubblica opinione.
Non vi è dubbio che la corruzione vada combattuta con tutti i mezzi possibili e che le attuali pene debbano essere inasprite, ma è anche pacifico che i processi debbano essere rapidi per portare i colpevoli alla condanna e gli innocenti all’assoluzione.
Però, il circo mediatico ha abituato l’opinione pubblica a svolgere i processi in giornali, televisioni e social, con la conseguenza che basta un’informazione di garanzia (art. 369 Cpp) per ritenere colpevole il malcapitato di turno.

Avere spostato mediaticamente la condanna definitiva – emessa oltre ogni ragionevole dubbio dalla Cassazione – alla fase delle indagini preliminari, sconvolge il rapporto fra cittadini e Giustizia e nega l’articolo 27 della Costituzione, che presume innocente ogni cittadino fino a sentenza passata in giudicato.
Questo fatto è estremamente pericoloso, perché basta che una persona ne abbia in odio un’altra o un personaggio e presenti denuncia a Carabinieri o Procura (art. 333 Cpp) – e quest’ultima cominci un’indagine basata su indizi, dandone comunicazione alla stampa – per dare inizio al processo mediatico.
Ora, che la notizia di un’ordinanza o di una sentenza dell’Autorità giudiziaria debba essere comunicata all’opinione pubblica non può creare alcun dubbio. Sorgono, invece, molti dubbi quando viene data in pasto alla stampa la notizia su un indagato, diventato imputato che, ripetiamo, è sempre innocente fino a condanna definitiva.


Abbiamo parlato con molti magistrati, anche di vertice, i quali tentennano quando vedono i processi mediatici. Vi è quindi la maggior parte della Magistratura che è obiettiva, equa e prudente, perchè consapevole del danno che si crea a un cittadino quando subisce un processo nei media, dai quali dopo l’eventuale assoluzione non riesce a cancellare la macchia, che resta comunque.
L’espediente prima indicato, cioè la denuncia, può essere usato anche per fini politici e per abbattere subdolamente un avversario di altre parti politiche.
Noi sottoponiamo all’opinione pubblica questo pericolo da molti anni, ma non troviamo nella grande stampa e nei principali canali televisivi commentatori che mettono il dito su questa piaga: l’uso indebito della giustizia per combattere avversari o nemici.
Questo comportamento, in una sana democrazia, non è accettabile. Per cui sarebbe opportuno che il Governo approvasse una norma di divieto della pubblicazione delle informazioni di garanzia relative a indagini preliminari, cioè a momenti in cui tutto è affidato a un sistema di indizi più o meno consistenti.
Naturalmente, questa posizione non vale per i delitti di mafia, di corruzione ed evasione fiscale comprovati da impianti probatori ineccepibili e solidi.