Editoriale

Superbonus 110%, frodi e limiti dei prezzi

Ancora una volta esprimiamo approvazione per il presidente del Consiglio, Mario Draghi, che ha tirato fuori un bubbone con coraggio e che si riferisce ad una legge di vasta popolarità. Ci riferiamo a quella che ormai tutti chiamano 110 per cento.
Si tratta di un’ottima iniziativa che però ha in sé due gravi limiti. Il primo si riferisce proprio all’eccesso della percentuale, che supera di dieci punti il cento.


In altre occasioni abbiamo fatto rilevare questa anomalia. Non si capiva e non si capisce tuttora per quale ragione il cittadino che ristruttura gratis il proprio immobile debba ricevere un ulteriore premio del dieci per cento. Si tratta di un super costo che lo Stato sostiene prelevando il relativo importo dalle imposte che tutti pagano.
Qualcuno, maliziosamente, ha chiamato tale super rimborso del dieci per cento “la tassa delle banche”, ovvero l’importo che va alle banche in quanto ultime destinatarie del credito di imposta della filiera.

Ora, il ministero dell’Economia e Finanze (Mef) ha cominciato a esternare le sue vive preoccupazioni relative all’ammontare complessivo di questa agevolazione, che pare abbia superato i trenta miliardi e si avvii verso i quaranta. Caso raro in cui il Governo non mette un limite al finanziamento di un’iniziativa, come accade per tanti altri provvedimenti agevolativi. Questi ultimi vengono liquidati in base ad un riparto che rientri in una determinata somma preventivamente stanziata.


Vi è poi un secondo limite in questo provvedimento, probabilmente effetto delle lobbies dei costruttori, e cioé che sono stati fissati prezzi delle prestazioni e delle forniture di beni e servizi estremamente elevati, cioé fuori mercato, con la conseguenza che un’opera viene a costare molto di più di quanto costerebbe se vi fosse stata una preventiva trattativa tra committente e fornitore dei servizi.
Draghi ha stigmatizzato anche questo secondo limite. Però, proprio in quei giorni, il Governo approvava un provvedimento che non teneva conto di questi due limiti: una contraddizione inspiegabile, con la conseguenza che i cittadini sono disorientati di fronte a questo scenario.

Il migliore vantaggio di questo provvedimento agevolativo è stata la rianimazione di tutto il comparto delle costruzioni edili, con la conseguenza che una moltitudine di imprese oggi ha lavori per tutto il 2022 e forse anche per il 2023.


Ma sono rimaste fuori tutte le piccole e micro imprese perché non hanno un’organizzazione amministrativa tale da sbrogliare l’intricata matassa delle procedure, per le quali occorrono competenze di consulenti, data l’aggrovigliata esposizione delle norme scritte in burocratese e con percorsi che solo dei deviati mentali possono prevedere.


In ogni caso, dobbiamo ulteriormente rilevare i benefici generali per l’economia del Paese ed anche il miglioramento dello stato degli immobili. Tuttavia, si rileva dalle statistiche che le ristrutturazioni antisismiche sono poche, soprattutto nei condomini, perché in molti casi per poterle effettuare occorrerebbe che gli abitanti si trasferissero per un certo numero di anni.

Cosa fare per ovviare ai limiti dinanzi descritti? Riformare la legge, semplificando le tortuose procedure e abbassando i tetti dei valori delle prestazioni e dei beni. Per esempio, si potrebbero utilizzare i prezzi della Consip o quelli dell’Ance o anche gli altri dell’osservatorio Omi e così via.
Si dovrebbe poi stabilire una sorta di premio per chi dovesse commissionare opere o acquistare beni per ristrutturazioni a prezzi più bassi riferiti ai parametri sopra indicati.


Vi è poi la necessità, secondo l’intendimento di Draghi, di fissare un importo annuale per l’agevolazione che andrebbe ripartito proporzionalmente fra tutti gli aventi diritto, in modo tale da mettere in bilancio una cifra certa e non variabile come è ora.
Non sappiamo se e quando questa riforma verrà messa in cantiere e confidiamo nel buonsenso dell’M5S e del suo presidente, Giuseppe Conte, nel comprendere che non è di interesse generale scialacquare le risorse, che continuano a diminuire, violando il principio costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art.3).