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Terme in Sicilia, perché non decollano e come invertire la rotta

Il termalismo nuova frontiera di una offerta turistica qualificata e destagionalizzata? Di certo c’è che si tratta di un mercato potenzialmente in grado di generare incrementi di fatturato non inferiori al 20% all’anno. Puntarci sarebbe quindi una scelta di qualità con ricadute positive sull’immagine e il marketing di un territorio come quello siciliano che, nel suo patrimonio combinato di natura e culturale offre un bacino idrotermale caratterizzato da svariate tipologie di acque termale, il cui utilizzo ha una storia antichissima, legata alle ritualità del relax praticate da Fenici, Greci, Romani e, poi, dagli Arabi.

La crisi degli stabilimenti termali in Sicilia

Un’eredità oggi svalorizzata. Lo conferma l’inadeguata offerta di strutture termali sull’isola, non competitive rispetto a quelle dislocate su tante altre regioni italiane, europee e dello stesso Mediterraneo. Come, per esempio, la realtà termale di Israele, uno dei fari internazionali di questa branca turistica grazie alle strutture che sorgono davanti  alle acque iper salate del Mar Morto. Dei 13 stabilimenti censiti in Sicilia, sono infatti solo 4 le strutture accreditate con il servizio sanitario nazionale.

A queste si aggiungono 5 aziende termali aderenti alla fondazione per la ricerca scientifica termale e 2 alberghi convenzionati Inps. Un mercato in crisi nera. Da salvare urgentemente, con sinergie tra settore pubblico e privato, capaci di promuovere una proposta di valore della destinazione termale. E da rilanciare, con iniziative finanziarie e interventi normativi. Sono stati questi i temi del seminario, svoltosi ieri al Palazzo Riso di Palermo, organizzato dalla Regione Siciliana con la collaborazione del Cefpas, il centro per la formazione permanente del personale del servizio sanitario. Un’occasione per ragionare sugli scenari messi in luce dal report su “Le vie siciliane del benessere”, realizzato da Federterme.

Un panorama, quello delle terme sicule complicatosi ancora di più negli ultimi 10 anni. Il riferimento è alla messa in liquidazione delle due società partecipate più grosse, la Terme di Acireale e Terme di Sciacca, create nel 2006 fa durante il governo Cuffaro e capaci soltanto di assommare oltre 43 milioni di euro tra debiti e perdite, costi di governance superiori al milione di euro tra il 2006 e il 2020 e una riduzione del patrimonio netto delle due società superiore di oltre 38 milioni, di cui 30 soltanto per lo stabilimento di Acireale. 

I tagli d’organico

Una situazione che ha nel frattempo prodotto anche una sconfortante riduzione d’organico: un solo dipendente rimasto alle terme della cittadina jonica e 3 in quelle che attingono aria calda dalle fessure del Monte Kronio, affacciato sul Canale di Sicilia. Poi c’è l’agognato obiettivo della loro privatizzazione, mai centrato fino a oggi. A Sciacca, dove le terme sono una tradizionale voce centrale dell’economia turistica, la regione ha provato per tre volte a affidare la gestione a imprenditori privati. Il bando però è andato sempre deserto.
A Acireale, neanche quello. Il timore del fallimento giudiziario delle terme è durato per lungo tempo, fino a quando la Regione ha riacquistato per 9,2 milioni di euro l’ex albergo Excelsior Palace e il centro polifunzionale. Risorse di fatto dilapidate, sulle quali mai è stata aperta la questione del danno erariale alle casse regionali. 

Per salvare i due storici stabilimenti la regione ha intanto avviato con Federterme la redazione di un piano industriale: “passaggio necessario per formulare entro qualche mese un’offerta appetibile”, ha detto il presidente della regione Nello Musumeci. 

Le località attualmente più accreditate del termalismo siciliano sono Sciacca e Montevago nella provincia di Agrigento, Alì Terme e l’isola di Vulcano nel messinese e Alcamo e Castellammare del Golfo nel trapanese. 

Tra il 2009 e il 2017 il settore ha fatto segnare un calo degli ospiti negli alberghi del 31 per cento. Un risultato che, restando al sud, stride con quello della Puglia, dove questo flusso, nello steso periodo, è invece aumentato del 53 per cento. Una situazione causata oltre che dalla chiusura degli impianti di maggior richiamo per la mancanza di operatori pubblici e privati disposti a investire, anche da problematiche burocratico-amministrative e a una fiscalità svantaggiosa, non certo in linea con quella adottata da altre regioni italiane, a cominciare da Piemonte e Toscana, dove il turismo termale è cresciuto rispettivamente del 13 e del 7 per cento. 

Le potenzialità del settore in Sicilia

“Necessario promuovere una proposta di valore della destinazione termale, con una collaborazione fra tutti gli operatori pubblici e  privati attivi sul territorio – sostiene Aurelio Crudeli, direttore generale di Federterme -. Viste le possibilità aperte dal Pnrr, l’occasione adesso è ghiotta. Occorre delocalizzare i flussi dei visitatori rafforzando le strutture e i servizi sanitari di prossimità e creare incentivi per adeguare le strutture agli standard per il convenzionamento con Inail e Inps”. 

La giornata di lavori palermitana ha dato modo a rappresentanti delle istituzioni e operatori del settore di sottolineare come la Sicilia potrebbe diventare la ‘California d’Europa’ grazie alla sua posizione geografica, alle risorse naturali e ai suoi siti archeologici e culturali. Una meta che garantirebbe soggiorni a flussi di visitatori tutto l’anno. Occorre però costruire una rete per innovare il prodotto termale in linea con le richieste del mercato. E creare sinergie tra settore pubblico e privato. ,Un mercato in crisi nera. Da salvare urgentemente, con capaci di promuovere una proposta di valore della destinazione termale. “Una soluzione è creare un grande distretto che metta insieme i poli della sanità pubblica e quelli della sanità privata con le imprese che vogliono investire sulla Sicilia”- sostiene Ruggero Razza, assessore regionale per la Salute -. L’obiettivo è fre della Sicilia il punto di riferimento italiano del grande turismo sanitario: quello che oggi salta il nostro Paese preferendo paesi come Croazia e Portogallo».

Nell’attuale epoca pandemica lo stato di salute delle imprese del settore termale indica condizioni di grande sofferenza. Per tornare competitive nei mercati chiedono certezze, anzitutto normative. “La soluzione sta nella liberalizzazione delle concessioni, in linea con la direttiva Bolkenstein – spiega Eleonora Lo Curto, deputata all’Ars e firmataria della proposta di legge sull’utilizzo della risorsa idrotermale in Sicilia. – In questi mesi abbiamo riformato una anacronistica legge mineraria risalente a quasi 70 anni fa. Per rilanciare il settore occorre semplificare e aprire all’investimento di imprenditori di tutta Europa. L’auspicio è che, a partire da gennaio, questa nuova legge regionale abbia un veloce corso d’approvazione”. 

Antonio Schembri