Trapani

Trapani, alluvioni ed allagamenti, conto da pagare arriva sempre

TRAPANI – Quando cade la pioggia che fa pensare ai cambiamenti climatici, quando il cielo, i cieli, si adombrano e presentano le loro chiazze nere, nerissime, è più che probabile che accada qualcosa. Scatta la paura, le città si allagano, i fiumi, come il Verderame in quel di Misiliscemi, non reggono, le strade diventano la casa del fango. Scattano anche le proteste, le polemiche. Le istituzioni finiscono sotto tiro. Il qualunquismo diventa fonte d’ispirazione: “Piove governo ladro!”, “Tutto il mondo è paese”… I sindaci tremano, i Comuni allertano tutto ciò che si può allertare ma gli allagamenti hanno la meglio. Come a Trapani. Due date su tutte: 26 e 30 settembre. Ma anche ad ottobre l’acqua ha fatto i suoi danni, sicuramente ha provocato disagi. La città di Trapani è finita in prima pagina ma non è andata meglio in tante altre parti del territorio italiano.

Scambi d’accuse, post sui social, note stampa. Da una parte, ed all’angolo, chi sta amministrando, dall’altra chi ha gioco facile a pontificare su quel che doveva essere fatto – pulizia dei tombini, delle caditoie, dell’intero sistema fognario – e che invece non è stato fatto. Per andare oltre il muro contro muro è dunque necessario affidarsi alla scienza, ai tecnici. Ai geologi, per esempio. E con loro la prospettiva cambia e porta a pensare, oltre che a polemizzare. Il consigliere regionale della Società Italiana di Geologia Ambientale, sezione Sicilia, Girolamo Culmone va dritto al punto: “Ancora una volta assistiamo ad eventi che vengono definiti eccezionali in un territorio che è già fragile. Sono eventi sicuramente eccezionali, ma rispetto agli ultimi decenni si è assistito ad un uso del territorio totalmente errato dal punto di vista geomorfologico”.

Culmone aggiunge che “nella città di Trapani sono state interrate vaste aree di saline contigue alla città togliendo così quelle naturali vasche di espansione. Si è continuato a cementificare non ponendo la giusta attenzione ad eventi che un tempo avvenivano raramente e che oggi si ripetono più spesso. Purtroppo fin quando questi aspetti geomorfologici, se vogliamo idrogeologici, non verranno affrontati correttamente saremo costretti ad assistere a queste scene”.

Il geologo alcamese rimanda poi alle indicazioni che sono state date nel tempo dalla sua associazione: “La Sigea, da anni, chiede una svolta nella pianificazione urbanistica in maniera tale da porre maggiore attenzione per tutte quelle aree che sono a rischio esondazione, limitando il più possibile il consumo di nuovi suoli ed oggi, più che mai, cercando di utilizzare i fondi destinati alla mitigazione del rischio idrogeologico, destinandoli ad interventi che magari non potranno mai risolvere completamente tali problematiche ma sicuramente potranno limitare i danni e porre almeno in parte rimedio a questi nuovi aspetti che saranno sempre più legati al rapporto uomo – città – territorio”.

Fabio Luino che, nella Sigea è a capo del coordinamento nazionale dell’area tematica sul rischio idrogeologico amplia lo scenario: “Gli eventi che si sono verificati in Italia dimostrano come si stanno pagando pesantemente decenni di cattiva gestione del territorio. Noi del settore geologico lo diciamo da anni, ma siamo inascoltati. La febbre del mattone non conosce ostacoli perché raccoglie consensi trasversali”.

Luino picchia duro: “L’incuria del territorio, subdoli interessi privati e pubblici, ignoranza e pressapochismo hanno fatto sì che per decenni si costruisse nelle aree dove non si sarebbe dovuto costruire nulla, proprio quelle lasciate prudentemente libere dai nostri vecchi. Poi, non contenti, abbiamo iniziato a tombare anche i corsi d’acqua trasformandoli in strade e parcheggi. Non potendo utilizzare le ruspe per riportare le zone fluviali ad una naturalità perduta, chiediamo almeno di non sommare altri orrori agli errori già fatti”.

Un passo utile per arrivare alle regole: “Una buona gestione del territorio deve passare attraverso quattro parole chiave: prevenzione, pianificazione territoriale, informazione e comunicazione. Prevenzione: una parola che in Italia è decisamente inflazionata. Prevenire significa organizzare, pianificare, fare in modo che tutto sia ben programmato e che proceda senza intoppi, soprattutto nei momenti critici. Gli amministratori locali hanno dei doveri precisi verso i propri concittadini. Ma quanti Comuni hanno i piani di protezione civile aggiornati e validi? Chi li conosce realmente? Vengono organizzate e svolte le esercitazioni simulando un evento parossistico? Poi c’è l’altro grande problema: l’informazione alla popolazione. I cittadini spesso non sono a conoscenza dei processi geo-idrologici – alluvioni, frane, colate detritiche – esistenti sul proprio territorio comunale. Devono essere doverosamente informati da tecnici preparati affinché conoscano i rischi con i quali debbono convivere e come comportarsi nei momenti critici, come non scendere in un garage sotterraneo”.

Prova a chiudere il cerchio il presidente nazionale di Sigea Antonello Fiore: “Anche le aziende hanno compreso che un territorio non sicuro può mettere a rischio le prospettive di sviluppo economico delle sue comunità”.