Inchiesta

Rapporto Svimez, Sud ancora dimenticato. Politica, di ieri e di oggi, senza alibi né risposte

Nel 2022 l’inflazione ha eroso 2,9 punti del reddito disponibile delle famiglie meridionali, oltre il doppio del dato relativo al Centro-Nord (–1,2 punti). Dal 2002 al 2021 hanno lasciato il Mezzogiorno oltre 2,5 milioni di persone, in prevalenza verso il Centro-Nord (81%). Al netto dei rientri, il Sud ha perso 1,1 milioni di residenti.
E ancora, rispetto al pre-pandemia la ripresa dell’occupazione si è mostrata più accentuata nelle regioni meridionali: +188 mila nel Mezzogiorno (+3,1%), +219 mila nel Centro-Nord (+1,3%). Sono alcuni dei dati più salienti del Rapporto Svimez 2023 presentato ieri. Il Quotidiano di Sicilia, ha intervistato il Presidente Adriano Giannola, per analizzare le ragioni di un divario, quello tra Nord e Sud, che appare ormai incolmabile.

Presidente Giannola, il Pd definisce preoccupante la radiografia di Svimez e chiede confronto in Parlamento: quali risposte, sia a breve che a lungo termine, potrebbero arrivare dalla politica?
“Noi abbiamo illustrato una situazione che si sta consolidando ormai da due anni con un recupero simile tra Nord e Sud. La struttura della ripresa è invece diversa, fondata su settori molto più fragili, una ripresa in cui la consistenza reale del Mezzogiorno è scesa del 30% in pochi anni. C’è una tassa da inflazione che colpisce in modo molto diverso il Nord e il Sud, che ha retribuzioni più basse e la povertà è aumentata e molti poveri sono proprio gli occupati, determinando una diminuzione della disoccupazione e un aumento della povertà. E questo determina una forte fragilità del Mezzogiorno. Inoltre, i giovani e i laureati se ne vanno e contemporaneamente vi è una caduta della natalità. L’Istat prevede per il 2070 un Mezzogiorno con 5/6 milioni di persone in meno. E così si sta risolvendo il problema della questione meridionale, ma non perché si raggiunge una parità tra Nord e Sud, ma per eutanasia del Mezzogiorno, prospettiva inaccettabile e la politica deve pensare a risolvere la questione. Il Pnrr è un intervento straordinario come la famosa Cassa del Mezzogiorno degli anni ‘50 che è però questa volta destinato a tutta l’Italia non solo al Sud perché adesso sta male anche il Nord, e ci stiamo allontanando rispetto all’Europa. Il compito del Pnrr è quello di far cambiare rotta al Paese che da vent’anni è in crisi, dal 2000 ad oggi, ed è il Paese più coinvolto in questo progetto Next Generation Eu. Noi come Svimez diciamo che ci vogliono delle strategie per affrontare e risolvere questi problemi. Invece il Pnrr non ha una strategia”.

Il divario Nord-Sud cresce: pesano di più gli shock globali o l’incapacità della politica di percepire il Mezzogiorno come risorsa piuttosto che come zavorra?
“L’Europa ci sta dando i soldi del Pnrr per ridurre il divario tra Nord e Sud, ma ancora oggi il Mezzogiorno viene considerato come una zavorra. Chi vuole l’autonomia differenziata non vuole i Lep perché poi si devono finanziare togliendo i soldi al Nord per darli al Sud. L’obiettivo della politica che vuole la approvazione del ddl Calderoli è quello di costituzionalizzare il criterio della spesa storica. Quindi questo governo che vuole il premierato, curiosamente starebbe cedendo sovranità su tutte le cose che contano”.

L’Autonomia differenziata è a vostro avviso la risposta sbagliata. Qual è quella giusta in termini di riequilibrio tra Nord e Sud del Paese?
“La strada giusta è una strategia che manca completamente. Sarebbe invece giusto ipotizzare una cosiddetta prospettiva mediterranea, ricca di opportunità. L’Italia e soprattutto la Sicilia è il Mediterraneo per l’Europa, che ha bisogno di rimodulare tutta la sua strategia che fino adesso era rivolta al Nord con il porto di Rotterdam e la Mitteleuropa. Noi siamo il ponte europeo nel Mediterraneo ma dobbiamo attrezzare il sistema ad essere efficiente soprattutto al Sud”.

Rosario Faraci: “La politica ha abdicato al suo ruolo di garante dell’unità del Paese”

Rosario Faraci è Professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese al Dipartimento di Economia e Impresa dell’Università di Catania. Il Quotidiano di Sicilia lo ha intervistato.

Professore Faraci, si rinnova con il Rapporto Svimez, l’appuntamento con la rappresentazione del Mezzogiorno fatta di luci e ombre, di gap infrastrutturali e occupazionali che non si riescono a colmare. è solo colpa della politica?

“Non è colpa esclusivamente della politica, ma anche della politica. Stretta nella doppia morsa dei populismi e sovranismi, ossessionata dal timore della precarietà delle alleanze di maggioranza, continuamente preoccupata di vincere le prossime elezioni e non pensare alla governabilità del presente, la politica tutta ha abdicato al suo ruolo di garante dell’unità del Paese, senza più avere una visione olistica dei problemi e delle soluzioni. Il rapporto Svimez 2023, già fin dalle sue anticipazioni a luglio di quest’anno, evidenzia che solo attraverso efficaci politiche di inclusione, l’intera nazione può crescere a ritmi paragonabili a quelli di altri Paesi europei. Se ad oggi è in buona salute soltanto una parte del Paese (+0,8% di crescita del Pil nel Centro Nord a fronte di un +0,4% del Mezzogiorno), in realtà è una crescita illusoria per quella porzione di territorio italiano, perché prima o poi arriverà il conto salato. Per esempio, la insostenibilità economica dello squilibrio tra generazioni”.

Svimez indica nell’occupazione femminile la “soluzione” al nodo del calo demografico al Sud. Secondo lei di soluzioni ce ne sono altre?

“Occupazione femminile e giovanile sono due aspetti drammatici del mercato del lavoro nel Sud. Nel caso dei giovani, il mismatch presenta numerose aree di problematicità: tra il 2002 e il 2021 ben 263 mila laureati hanno lasciato il Mezzogiorno su un totale di 808.000 giovani under 35 che hanno fatto la valigia. Quelli rimasti spesso non hanno le competenze richieste dalle aziende del territorio, le quali però da canto loro investendo poco in innovazione non manifestano ulteriori fabbisogni di nuove professionalità che una parte del mondo giovanile formato dalla scuola e dall’università potrebbe soddisfare. Si crea un loop vizioso, che finisce per ingrossare le file dei cosiddetti Neet, quelli che non studiano, non lavorano né si formano ulteriormente. Nella provincia di Caltanissetta, a titolo esemplificativo, il 41,6% dei giovani sono Neet a fronte di una media nazionale del 18,5%. Nel caso delle donne, c’è un problema di gender gap a tutti i livelli, specie a livello salariale (gender pay gap). Paradossalmente la condizione di genitorialità, quella che dovrebbe attenuare l’effetto dell’inverno demografico a livello Paese, rischia di diventare un boomerang per le donne, Faccio un esempio. Siracusa è la prima provincia in Italia per età media della madre al parto; Ragusa è la seconda in Italia per numero medio di figli per donna; Catania è terza per tasso di natalità, Palermo e Ragusa quinte. Le donne-mamme del Sud, che stanno dando il più grosso contributo di generatività al resto del Paese, sono anche quelle che trovano poi difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro o a conciliare la vita familiare con quella lavorativa. Catania, terza per tasso di natalità, è quint’ultima per occupazione femminile. Cosa fare? Mancano ancora adeguate politiche di welfare, di tipo inclusivo, penso all’offerta di servizi per la prima infanzia. Ma occorre soprattutto fare una rivoluzione culturale, per contrastare un orientamento ancora fortemente maschilista nelle imprese e nelle organizzazioni. Che – si badi bene – è un problema di tutto il Paese, non solo del Sud”.

Ignorare il Sud, sport praticato da tutti i governi di ogni colore politico

“Ritardi a iosa sulle progettualità legate al Pnrr. Esposizione preoccupante ai rischi che i cambiamenti climatici comportano. Dinamiche occupazionali che versano in uno stato desolante. E soprattutto le infrastrutture, dove c’è una sottodotazione lampante. L’istantanea del report Svimez dimostra che il governo Meloni in tema di politiche per il Meridione è inesistente o quasi”. Così, in una nota, il M5s ha commentato a caldo il Rapporto dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, forse dimenticando che ignorare il Mezzogiorno è stato uno sport praticato un po’ da tutti i governi di ogni colore politico che si sono susseguiti in questi ultimi cinquant’anni.

Passano gli anni e si rinnova puntualmente l’appuntamento con la rappresentazione del Mezzogiorno nella sua consueta immagine fatta di luci ma soprattutto di ombre: “È necessario proseguire il lavoro avviato ai tavoli con il Governo per discutere delle politiche industriali e infrastrutturali indispensabili per il rilancio del Mezzogiorno”, ha commentato ieri Paolo Capone, Segretario Generale dell’Ugl. Ma non è forse la direzione indicata già in più occasioni? Non è l’auspicio condiviso da forze politiche, di maggioranza e opposizione, sindacati e associazioni di categoria?

I dati Istat, in Sicilia retribuzioni e pensioni sono da fame

Il cane che si morde la coda: è questa l’immagine che si ricava dall’economia siciliana che non cresce, a continua piuttosto a girare a vuoto, incapace di uscire dall’empasse dell’arretratezza strutturale, dei redditi bassi e dei consumi fortemente in calo.

Questo, in sintesi, quanto mostrano i dati raccolti dall’Istat nell’edizione 2023 del rapporto degli indicatori del benessere economico dei territori: nel 2021 la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti siciliani era di 14.375 euro, contro i 20.658 euro della media italiana. In particolare, i redditi più bassi si registrano in provincia di Trapani, dove ci si ferma a 12.052 euro, seguita da Ragusa, a 12.721 euro e Messina a 12.741 euro. Le cifre più alte, invece, si registrano a Siracusa, con 15.955 euro, e Palermo, a 15.347 euro, che rimangono comunque ben lontane dai valori nazionali, circa un quarto in meno.

Anche le pensioni sono più basse, anche se il divario rispetto al resto della Penisola si mantiene più basso: se nell’Isola ci si ferma ad una media di 17.178 euro per pensionato, nel resto d’Italia si sale a 19.782 euro. Se si guarda alle percentuali, in Sicilia i pensionati con reddito di basso importo sono il 13,9% del totale, contro una media italiana del 9,6%.
È la provincia di Agrigento ha segnalare i risultati peggiori, con una media del 17%, seguita da Caltanissetta al 15,2%, e Enna al 14,3%. I valori più bassi si trovano invece in provincia di Trapani e Ragusa, entrambe al 12,9% di pensionati a basso reddito. Importi che poco permettono in termini di consumi che non vadano al di là della mera sussistenza, soprattutto dopo l’esoso aumento delle spese legate alle bollette.

Una dimostrazione è la gestione sempre meno “consumistica” della tredicesima. Se fino a qualche anno fa era in buona parte dedicata a pranzi natalizi, regali o piccole vacanze, adesso bisogna prima pensare a pagare il mutuo, l’affitto e la luce elettrica.

In Sicilia sono oltre 2 milioni e 200 mila le persone che in questi giorni stanno ricevendo la tredicesima, e di questi più della metà sono pensionati. La regione, con questi numeri, rappresenta il 6,4% del totale nazionale, dove si arriva a circa 35 milioni di beneficiati, per un ammontare di circa 54 miliardi di euro a lordo.

Nelle tasche degli italiani, quindi, entreranno circa 41 miliardi di euro, mentre il resto entrerà nelle tasche del fisco. Prima provincia siciliana nell’elenco nazionale, Palermo, che da sola, con più di 500 mila tredicesime, raccoglie l’1,6% del totale; poco sotto Catania, che si ferma all’1,4%, scendendo poco sotto la soglia del mezzo milione.

Secondo l’Osservatorio nazionale Federconsumatori, del totale delle tredicesime solo il 9,6% rimarrà nelle tasche delle famiglie per spese voluttuarie, mentre il 29,2% sarà destinato a prestiti, mutui e rate, la cui incidenza è pari al 29,2%: il ripetuto rialzo dei tassi da parte della Banca centrale europea, ha comportato un aumento esponenziale dell’importo delle rate dei mutui a tasso variabile, mettendo in seria difficoltà le famiglie.

Al pagamento delle varie bollette sarà destinato il 24,6% dell’importo totale, mentre il 12,1% andrà in tasse, e il 14,8% sarà destinato all’assicurazione auto. E il crollo dei consumi è assicurato: “Tra il pagamento delle bollette della luce, del gas e la rata del mutuo, anche quest’anno non saranno molti i soldi che verranno destinati agli acquisti natalizi – scrivono dalla Cgia di Mestre -. Visto l’andamento dei consumi registrato nella prima parte dell’anno, si stima che l’ammontare complessivo nazionale della spesa destinata ai regali rimanga pressoché lo stesso del 2022, ovvero tra i 7 e i 7,5 miliardi di euro. Un importo che rispetto a 15 anni fa è dimezzato”.