Roma, 10 feb. (askanews) – Piselli, fagioli, ceci e lenticchie sono presenti sulle tavole di più di un italiano su due che li mangia almeno qualche volta a settimana, con la spesa delle famiglie che ha raggiunto la cifra di 1,3 miliardi di euro all’anno. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti su dati Istat in occasione della Giornata mondiale dei legumi che si celebra il 10 febbraio, istituita dall’Organizzazione delle Nazione Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) come un’opportunità per aumentare la consapevolezza dei benefici dei legumi per la salute e per contribuire a sistemi alimentari sostenibili.
In Italia, i legumi più comuni includono fagioli, piselli, lenticchie, ceci e fave, oltre a varietà come cicerchie, lupini e soia. Il nostro paese vanta una straordinaria biodiversità e produzioni tipiche di alta qualità come i fagioli bianchi di Rotonda Dop, i fagioli cannellini di Atina Dop, i fagioli di Sarconi Igp, il fagiolo di Sorana Igp, il fagiolo di Lamon della Vallata bellunese Igp, il fagiolo di Cuneo Igp, le lenticchie di Castelluccio Igp, le lenticchie di Altamura Igp, le lenticchie di Onano Igp, ma ci sono anche il fagiolo dell’Occhio di Refrancore, il fagiolo zampognaro d’Ischia, il pisello verdone nano di Colognola ai Colli (sigilli di Campagna Amica).
Tuttavia, la Coldiretti denuncia che le coltivazioni nazionali sono minacciate dalla concorrenza di prodotti a basso costo e scarsa qualità, spesso incentivati da accordi commerciali. Questa situazione ha portato a una drastica diminuzione della produzione locale, aumentando la dipendenza dalle importazioni. Nel 2024, l’Italia ha importato oltre 500 milioni di chili di legumi, a fronte di un raccolto nazionale di circa 170 milioni di chili, secondo un’analisi della Coldiretti basata su dati Ismea.
Di conseguenza, tre piatti su quattro di fagioli, lenticchie e ceci consumati in Italia provengono dall’estero, in gran parte da paesi come Stati Uniti e Canada, dove vengono trattati con glifosato in fase di pre-raccolto, una pratica vietata in Italia. Inoltre, in Messico, spesso si fa uso di lavoro minorile per la coltivazione. “È fondamentale garantire che tutti i prodotti in ingresso nel nostro paese e nell’Unione Europea rispettino gli stessi standard, assicurando che gli alimenti, italiani e stranieri, siano sottoposti a percorsi di qualità simili in termini di ambiente, lavoro e salute. È anche necessario rivedere gli accordi commerciali che facilitano l’importazione di prodotti esteri, applicando tre principi chiave: parità di condizioni, efficacia nei controlli e reciprocità delle normative”, spiega Coldiretti sottolineando l’importanza di garantire piena trasparenza su tutti i legumi presenti sugli scaffali. Soprattutto per il prodotto in scatola, in lattina, in vetro, è infatti forte il rischio di trovare prodotto secco di importazione, reidratato e confezionato in Italia, che diventa poi made in Italy. Ecco perché Coldiretti chiede un sistema di etichettatura obbligatoria dell’ origine che riporti la stessa informazione obbligatoria per i legumi freschi, ovvero il luogo di coltivazione.

