CATANIA – Durissimo colpo inferto al clan Laudani nella giornata di ieri, con i Carabinieri che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 109 indagati, con arresti in Italia e all’estero.
Le indagini dell’inchiesta “Viceré”, coordinate, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) della Procura distrettuale di Catania, hanno consentito di ricostruire l’organigramma della cosca. La famiglia Laudani è considerata una delle più ramificate e pericolose consorterie criminali operante nel catanese, caratterizzato da un’autonomia criminale orgogliosamente rivendicata anche nei confronti di Cosa nostra catanese, con la quale, peraltro, non ha disdegnato di stringere alleanze partecipando alle più sanguinose faide degli anni Ottanta e Novanta, con saldi legami anche con la ‘Ndrangheta reggina.
I Carabinieri del Comando provinciale di Catania ritengono di avere individuato capi e gregari, accertando numerose estorsioni praticate in modo capillare e soffocante ai danni di imprese e attività commerciali del territorio e riscontrando un diffuso condizionamento illecito dell’economia locale posto in essere anche con attentati alle attività produttive ed aggressioni agli imprenditori. Ma nonostante gli sforzi degli investigatori, nessun decisivo contributo alle indagini è emerso dalle dichiarazioni delle vittime che, a riprova del profondo stato di assoggettamento, o hanno negato di essere sottoposte al pagamento del ‘pizzo’ o si sono limitate ad ammettere il solo fatto storico dell’estorsione, non fornendo alcun elemento utile per l’identificazione dei responsabili.
Le indagini hanno inoltre permesso di evidenziare il ruolo centrale ricoperto da tre donne all’interno all’organizzazione. Secondo l’accusa, si sono dimostrate in grado di dirigere le attività criminali della cosca seguendo le direttive impartite dai vertici della famiglia, occupandosi anche della gestione della cassa comune e del sostentamento economico delle famiglie degli affiliati detenuti.
Per il procuratore Michelangelo Patanè, quella di ieri è stata “una grande operazione dei militari dell’Arma, arrivata a conclusione di una lunga inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, che ha acceso un faro su una famiglia tra le più sanguinarie della storia di Cosa nostra a Catania”.
“È un segnale forte e chiaro – ha concluso Patané – della forza dello Stato e della capacità delle istituzioni di agire sempre con fermezza nella lotta alla criminalità”.
Le indagini dell’inchiesta “Viceré”, coordinate, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) della Procura distrettuale di Catania, hanno consentito di ricostruire l’organigramma della cosca. La famiglia Laudani è considerata una delle più ramificate e pericolose consorterie criminali operante nel catanese, caratterizzato da un’autonomia criminale orgogliosamente rivendicata anche nei confronti di Cosa nostra catanese, con la quale, peraltro, non ha disdegnato di stringere alleanze partecipando alle più sanguinose faide degli anni Ottanta e Novanta, con saldi legami anche con la ‘Ndrangheta reggina.
I Carabinieri del Comando provinciale di Catania ritengono di avere individuato capi e gregari, accertando numerose estorsioni praticate in modo capillare e soffocante ai danni di imprese e attività commerciali del territorio e riscontrando un diffuso condizionamento illecito dell’economia locale posto in essere anche con attentati alle attività produttive ed aggressioni agli imprenditori. Ma nonostante gli sforzi degli investigatori, nessun decisivo contributo alle indagini è emerso dalle dichiarazioni delle vittime che, a riprova del profondo stato di assoggettamento, o hanno negato di essere sottoposte al pagamento del ‘pizzo’ o si sono limitate ad ammettere il solo fatto storico dell’estorsione, non fornendo alcun elemento utile per l’identificazione dei responsabili.
Le indagini hanno inoltre permesso di evidenziare il ruolo centrale ricoperto da tre donne all’interno all’organizzazione. Secondo l’accusa, si sono dimostrate in grado di dirigere le attività criminali della cosca seguendo le direttive impartite dai vertici della famiglia, occupandosi anche della gestione della cassa comune e del sostentamento economico delle famiglie degli affiliati detenuti.
Per il procuratore Michelangelo Patanè, quella di ieri è stata “una grande operazione dei militari dell’Arma, arrivata a conclusione di una lunga inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, che ha acceso un faro su una famiglia tra le più sanguinarie della storia di Cosa nostra a Catania”.
“È un segnale forte e chiaro – ha concluso Patané – della forza dello Stato e della capacità delle istituzioni di agire sempre con fermezza nella lotta alla criminalità”.
