L’Inps ha stimato una super erogazione di ben 46 miliardi a codesti pensionati privilegiati. Il che significa che, se con l’inserimento di un algoritmo si rivedessero tutte quelle posizioni e si liquidassero gli assegni esclusivamente in base ai contributi versati, le casse pubbliche risparmierebbero i 46 miliardi prima indicati.
Da una parte si trovano i pensionati privilegiati, dall’altra i pensionati regolari e tutti i lavoratori che al termine del loro percorso si aspettano di avere una pensione in rapporto ai contributi versati.
Governi e maggioranze di centro destra e centro sinistra hanno approvato ad hoc le leggi che hanno istituito la forte iniquità prima denunziata.
Bisogna sgombrare il campo dall’equivoco secondo il quale i privilegi costituiscano diritti. Il diritto non può essere iniquo ed egoista, ma uguale per tutti, come prevede l’art. 3 della Costituzione. Si rende urgente, pertanto, riportare nell’alveo dei pensionati regolari quelli privilegiati.
Da alcune parti interessate si obietta che non si può intervenire su questioni consolidate. Invece, si può e si deve intervenire. Noi suggeriamo due strumenti che appresso indichiamo, confortati dal pensiero del neo presidente dell’Inps, Tito Boeri.
Si tratta di formulare una legge ordinaria o di rango costituzionale, che abroghi tutte quelle vigenti, fonti dei privilegi conclamati. L’effetto di tale legge non agirebbe per il passato, ma d’ora in avanti. Chi ha percepito gli assegni superiori al dovuto non dovrà restituire il di più, ma da qui percepirà quanto gli spetta, calcolato esclusivamente in base ai contributi versati.
Politicamente l’operazione avrebbe un grande consenso dal Popolo, perché si tratta di rimettere sui binari una piccola parte di cittadini che continua ad avere più di quanto gli spetta.
Se Matteo Renzi si presentasse a tv e quotidiani nazionali per esporre questo piano, che punta all’equità tra i pensionati, avrebbe un grande successo.
Renzi dovrebbe spiegare che i 46 miliardi così recuperati potrebbero essere destinati a crescita e nuova occupazione, mediante un forte piano di investimenti e di costruzione di infrastrutture e diminuzione delle imposte, in modo che aumentino i consumi. Poi, creare meccanismi di attrazione di investimenti esteri, nonché, ovviamente, puntare alla diminuzione della montagna di debito pubblico, arrivato a ben 2.164 miliardi di euro.
Ci rendiamo conto che questa ipotesi sembri lontana dalla realtà parlamentare, ma resta agli atti che noi l’abbiamo scritta, nero su salmone, e nessuno in futuro potrà dire che essa non era stata indicata.
La questione dell’Equità in un Paese è fondamentale. La proposta del Movimento Cinque Stelle di dare ai bisognosi l’assegno di cittadinanza è encomiabile, ma ha il difetto di volere finanziare la povertà e non di creare ricchezza, perché i poveri diventino abbienti.
È questa la strada maestra da percorrere, anche se è indispensabile che chi perda il lavoro venga assistito, sia in un processo formativo che in quello di collegare la sua istanza all’offerta proveniente dalle imprese, atteso che tutte le Pubbliche amministrazioni hanno esuberi rilevanti di dipendenti.
Esiste già la Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego), cioè l’assegno che viene dato ai disoccupati per un certo periodo successivo alla perdita del lavoro e la Cassa integrazione guadagni, ordinaria e straordinaria, che assiste i dipendenti delle aziende in crisi. Essa, però, non è applicata alle imprese minori: anche questa è un’iniquità da eliminare. Infatti, i dipendenti perdenti lavoro dovrebbero ricevere lo stesso trattamento indipendentemente dalla dimensione della propria azienda.
