Liscia, gasata e... quasi gratis - QdS

Liscia, gasata e… quasi gratis

Rosario Battiato

Liscia, gasata e… quasi gratis

sabato 09 Maggio 2009 - 00:00

Consumo. Lettura del business dentro le bottiglie.
Situazione. La Sicilia regala la sua acqua per una manciata di spiccioli: grazie a canoni irrisori, le aziende  hanno pagato nel 2007 400 mila euro alla Regione, dopo avere prodotto 500 milioni di litri e 23 di fatturato.
Rapporto. Secondo Legambiente e Altraeconomia, un litro d’acqua dal rubinetto lo paghiamo in media 0,5 millesimi di euro al litro; una bottiglia di minerale costa 1.000 volte di più.

PALERMO – Chiare, fresche, dolci e lucrose acque, avrebbe scritto il poeta ai giorni nostri. Anche in tempi di crisi economica pare che gli italiani siano disposti a rinunciare a tutto fuorché alla vecchia cara bottiglia di acqua minerale al supermercato. Un affare limpido e cristallino come l’acqua che sgorga dalla sorgente, che costa poco in termini di canoni di concessione e che si tramuta in un giro di 3,2 miliardi di euro in Italia. Un vero e proprio lago di soldi dove si tuffano le grandi multinazionali, Nestlè in primis, che hanno trovato in Sicilia vantaggi in termini di abbattimento dei costi e di contenimento dei canoni.

Andiamo con ordine. I siciliani notoriamente non si fidano dell’acqua del rubinetto, infatti, secondo dati Istat nel 2008, il 59% degli isolani ne fanno volentieri a meno, costituendo la percentuale più alta d’Italia. Un dato che ha incoraggiato le mire espansionistiche degli emungitori di acqua che in Sicilia possono contare su un florido mercato. Secondo i dati dell’Istituto di statistica, nell’isola abbiamo un consumo medio di 160 litri pro capite, un settore in espansione visto che è al di sotto dei 190 litri pro capite della media nazionale. Un dato che collegato ad una popolazione di 5 milioni di persone crea un volume di mercato che gli esperti di Beverfood hanno valutato in 800 milioni di litri d’acqua. Una realtà in crescita all’interno di un mercato italiano, tra i più floridi d’Europa, che, secondo gli ultimi dati degli annuari Beverfood, si aggira sui 6,7 miliardi di litri e continua a crescere facendo registrare un +1,8% nel 2007.
Ma la vena aurifera non si esaurisce qui. Le fonti isolane rappresentano l’ideale punto d’appoggio per l’abbattimento dei costi di trasporto, che costituiscono il vero problema del settore visto che, secondo quanto dichiarato da Pietro Raitano di Altraeconomia, per l’emungimento si impiega appena lo 0,61% del costo finale al consumatore della bottiglia. Emblematico in tal senso l’esempio della Sorgente Santa Rosalia, comprata nel 2007 dalla Nestlè, e che raggiunse in appena un mese il 95% dei supermercati siciliani.

Secondo i dati di Mineracqua, in Sicilia ci sono 12 stabilimenti e 17 marchi. Nel 2006 sono stati estratti 500 milioni di litri d’acqua minerale dal sottosuolo isolano con ricavi che si aggirano, secondo gli annuari dell’associazione di categoria, sui 23 milioni di euro. A fronte di questa munifica realtà solo briciole sono pagate alla Regione Sicilia.
Stando al Rendiconto della Regione per l’anno 2007 alla voce “Proventi delle miniere e delle sorgenti di acque minerali e termali” le imprese pagano nel complesso per l’emungimento una cifra pari a poco più di 400 mila euro.
In effetti, il legislatore regionale è stato parecchio tenero con gli emungitori di acqua, in quanto, l’ultima legge in materia, cioè la l.r. numero 10 del 27/04/1999, fissa per “la produzione annua fino a 5.000.000 di litri, canone annuo anticipato fisso pari a lire 10 milioni di lire”, per “produzione superiore a 5.000.000 di litri e fino a 35.000.000 di litri, lire 2,00 per ogni litro d’acqua”, per “produzione eccedente i 35.000.000 di litri, lire 0,025 per ogni litro d’acqua”. Un paradosso se si pensa che favorisce, di fatto, le grandi concentrazioni piuttosto che quelle meno invasive sul territorio, perché più si estrae meno si paga.

Dal canto loro, le aziende dell’acqua, attraverso le parole di Ettore Fontana, il presidente di Mineracqua, lamentano la crisi del settore, che ha fatto registrare una contrazione del 4% tra il 2007 ed il 2008, e soprattutto la varietà dei canoni di concessione che diversificano eccessivamente il sistema, passando dagli alti costi del Veneto, che proprio nella finanziaria del 2007 era passato da un euro a tre euro al metro cubo, a quelli irrisori della Lombardia.
La crisi forse aiuterà i siciliani a fidarsi dell’acqua del rubinetto, cioè la cosiddetta “acqua del sindaco”. “Secondo le stime dell’Eurispes – si legge nel dossier “La lotteria dei canoni di concessione per le acque minerali” a cura di Legambiente e Altraeconomia – pubblicate nel Rapporto Italia 2008 se un litro di acqua del rubinetto lo paghiamo in media appena 0,5 millesimi di euro al litro, una bottiglia di acqua costa circa 1.000 volte di più”.

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