38° parallelo - QdS

38° parallelo

Pino Grimaldi

38° parallelo

sabato 13 Luglio 2019 - 00:00

Ci siamo noi in Sicilia e loro in Corea del Nord: ma l’uno nella parte del mondo opposta. Dopo 66 anni dei tre di sanguinosa guerra ed un armistizio, Trump ha rotto gli indugi ed altrettanto ha fatto Kim Jong Un e con venti passi dentro il territorio coreano proveniente dalla zona demilitarizzata di ben 4 kilometri si è sbloccato uno stallo che appena un anno fa sembrava stesse portando ad una guerra nucleare.

Questo evento certamente storico foriero di un riallineamento internazionale tra i quattro grandi d’oggi Cina, Russia, Usa ed il dittatore coreano – a tutti utile come carta da giocare – dimostra come anche in dimensioni non immaginabili e che comportano difficoltà ideologiche, strategiche e finanziare si possa trovare un modus vivendi per ”progredire” superando pregiudizi ed evitando pericoli, danni economici e sofferenze alle popolazioni. Perfetto.

Ma in apparenza in Sicilia, pur sullo stesso parallelo, non sembra potersi determinare uno stato in cui non vi siano più criminali – alias mafia più o meno con colletti bianchi e blu – sciocchi politici che senza né arte né parte pensano di cambiare il mondo, né indolenza diffusa che inibisce un vivere tranquillo ed un progredire che dia ad una terra ricca e bellissima il ruolo che merita ed il livello socio-economico che gli spetta se non gioca e rimpiattino come ormai accade dal 1946 a oggi anticipando quello che sarebbe accaduto in Italia.

Manca il senso della identità territoriale e lo spirito d’intraprendenza autonomo, ma soprattutto, si continua a pensare di essere stati vessati dallo stato centrale, ieri borbonico poi savoiardo, oggi repubblicano e ci si ritiene creditori di ogni cosa e mai debitori verso noi stessi di un bene comune che ci elevi e ci porti a pensare che siamo esattamente come gli abitanti di qualsivoglia area del mondo ove riesce chi intraprende, lavora, si sacrifica e giunge al traguardo. Insomma siamo afflitti da un masochismo socio ambientale che ci rende schiavi di noi stessi.

Potremmo avere turismo d’eccellenza e ci contentiamo del tocca e fuggi, agricoltura d’esportazione e ci limitiamo – salvo qualche buona eccezione – a disertare i campi od a lasciare che altri vi giungano; avere una burocrazia che ai vari livelli aiutasse gli eletti suggerendo le vie maestre, ma i burocrati di valore vanno in altri lidi lasciandoci gli sfaccendati. I giovani vanno all’estero per avere un domani rifiutandosi di far la gavetta in casa per apprendere e potere riuscire.

Siamo insomma in attesa di un Trump che varchi lo Stretto e ponga fine alla “guerra” che da secoli pensiamo di avere con la Penisola e soprattutto con il Nord di essa ove c’è il miraggio del benessere attraverso il lavoro e non ci rendiamo conto di quanto ve ne sia nella nostra Isola che ha fatto grandi civiltà millenarie donandolo e facendolo usufruire.

Non potendo cambiare parallelo e meglio darsi da fare. Oggi.

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