Solo 61,9 milioni di metri cubi realmente utilizzabili, a fronte di una capacità teorica che supera i 360 milioni. E un incremento di appena 4,5 milioni rispetto a un anno fa. È questo, numeri alla mano, il vero bilancio delle dighe siciliane dopo le piogge torrenziali di gennaio, con il ciclone Harry che ha devastato interi tratti di costa, soprattutto nella Sicilia orientale. Lo specchio di una condizione generale che è ben diversa dall’immagine che tutti auspicavano, e cioè di un’Isola che potesse finalmente uscire dallo stato di emergenza siccità.
Piogge e dighe: la fragilità strutturale del sistema idrico siciliano
Dietro la sensazione di svolta portata dal maltempo, infatti, continua a nascondersi una fragilità strutturale che i dati ufficiali non smettono di evidenziare. Quando il cielo si oscura e la pioggia inizia a cadere con forza su città e campagne, come è accaduto nella seconda metà di gennaio, il sentimento più diffuso è quello del sollievo. Si pensa che l’emergenza possa rientrare, che le dighe tornino a riempirsi e che l’incubo della siccità sia, almeno per un po’, archiviato. Ma i numeri dell’osservatorio dell’Autorità di bacino della Regione restituiscono un presente che dice tutt’altro rispetto a quel che si poteva percepire. Una realtà fatta di grandi potenzialità sulla carta e di una capacità reale molto più ridotta, dove il fango accumulato nel tempo continua a sottrarre spazio e risorse preziose.
Capacità teorica e volume utile: il nodo dell’interramento degli invasi
Per capire davvero cosa sta accadendo bisogna partire dal dato generale delle scorte idriche in Sicilia: il volume autorizzato, cioè lo spazio effettivo di accumulo dell’acqua nei vari bacini artificiali. Sommando la capacità massima consentita delle principali dighe a uso potabile monitorate, si superano i 361 milioni di metri cubi. Una cifra che, in teoria, garantirebbe ampi margini di sicurezza. Basta pensare a invasi come Rosamarina o Garcia, progettati come grandi serbatoi strategici, in grado di dissetare città e sostenere l’agricoltura. Tra i progetti e la realtà, però, c’è un ostacolo concreto spesso sottovalutato: l’interramento. È qui che nasce la differenza decisiva tra volume totale e volume utile netto, quella che fa davvero la differenza nei bollettini. Il dato complessivo, quello più spesso diffuso, rischia di essere fuorviante.
Quanta acqua è davvero disponibile oggi nelle dighe siciliane
Al 21 gennaio scorso, secondo i dati dell’Autorità di bacino, negli invasi siciliani erano presenti fisicamente oltre 106 milioni di metri cubi d’acqua. Un numero che, isolato, potrebbe sembrare incoraggiante. In realtà, solo 61,9 milioni di metri cubi rappresentano acqua effettivamente prelevabile per usi agricoli e potabili. Il resto è spazio occupato dai sedimenti accumulati in decenni di attività: fondamentali per l’equilibrio ambientale, quindi per mantenere flora e fauna. Quindi non è prelevabile in alcun modo. In pratica, quasi metà dell’acqua “contenuta” dalle dighe oggi non è disponibile.
Effetto piogge intense: recupero temporaneo delle riserve idriche
La vulnerabilità del sistema emerge anche osservando gli effetti del meteo nel breve periodo. Tra il 18 e il 21 gennaio, quattro giorni di piogge intense hanno fatto segnare un netto salto in avanti. Il volume utile netto è passato da circa 51,9 milioni a quasi 62 milioni di metri cubi. In poco più di 72 ore sono stati recuperati circa 10 milioni di metri cubi di acqua utilizzabile. Un risultato importante, che dimostra come le infrastrutture riescano ancora a intercettare risorse quando le precipitazioni sono abbondanti.
Alcuni invasi in ripresa, ma il quadro resta critico
Alcuni invasi hanno registrato incrementi particolarmente marcati. Ad esempio la diga Ragoleto e la Santa Rosalia hanno visto crescere il volume utile di oltre il 15% in un solo giorno, passando da livelli critici a una riserva più consistente. Numeri che, letti così, potrebbero far pensare a una svolta e a un inverno finalmente risolutivo.
Confronto con il 2025: crescita minima delle riserve idriche
L’ottimismo, però, si ridimensiona rapidamente se si allarga lo sguardo. Facendo un confronto con lo stesso periodo dell’anno scorso, ecco che i numeri restituiscono una fotografia molto meno confortante. Il 21 gennaio 2025 il volume utile netto complessivo era di circa 57,3 milioni di metri cubi. Oggi siamo a 61,9 milioni.
Dopo dodici mesi di piogge, emergenze e annunci, l’incremento reale è di appena 4,5 milioni di metri cubi. Un margine troppo esiguo per garantire tranquillità. Significa che il sistema idrico regionale fatica persino a consolidare le riserve, senza riuscire a costruire quel cuscinetto indispensabile per affrontare l’estate.
Dighe in sofferenza: i casi Garcia e Ancipa
In alcuni casi, la situazione è persino peggiorata. L’esempio più evidente è la diga Garcia, uno dei principali polmoni idrici della Sicilia occidentale: a gennaio 2025 conteneva quasi 6,5 milioni di metri cubi di acqua utile, oggi si ferma a poco più di 1,3 milioni. Anche l’Ancipa registra livelli inferiori rispetto allo scorso anno.
I dati, in definitiva, raccontano una precarietà strutturale che nemmeno le piogge più intense riescono a cancellare. La distanza tra i 360 milioni di metri cubi teorici e i quasi 62 milioni realmente disponibili resta l’abisso su cui cammina il sistema idrico siciliano.
Il maltempo offre solo una boccata d’ossigeno temporanea, sufficiente a riportare le riserve appena sopra la soglia di guardia, ma incapace di risolvere una criticità che continua a ripresentarsi. L’acqua cade dal cielo, ma i bacini, appesantiti dal fango e segnati da anni di gestione difficile, continuano a fare fatica a trattenerla davvero.

