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L’Isola che frana, disastro annunciato

L’Isola che frana, disastro annunciato
La frana di Niscemi

Dal ciclone Harry allo smottamento che minaccia Niscemi, la Sicilia torna a fare i conti con la sua fragilità strutturale. Il ministro Musumeci richiama l’allarme del 1997, ma nel racconto mancano gli anni in cui era alla guida della Regione

Da quando è volato a Roma per giurare sulla Costituzione ed entrare nella squadra di governo di Giorgia Meloni, per Nello Musumeci l’impegno politico ha assunto anche i contorni della seduta psicanalitica. Con tutta la sua fragilità che, al netto dei romanticismi sulla resilienza del popolo che la abita, rappresenta un tallone d’Achille noto da decenni e da altrettanto tempo trascurato, la Sicilia è finita più di una volta sul tavolo del ministro della Protezione Civile.

Ciclone Harry e frana di Niscemi: un inizio 2026 drammatico

L’inizio del 2026, poi, è stato drammatico: nel giro di pochi giorni, prima il ciclone Harry e poi la frana a Niscemi hanno squarciato ogni illusione sulle condizioni dell’isola. Dalle coste all’entroterra, la Sicilia rischia costantemente di finire in ginocchio. Un’immagine che spesso è utilizzata in senso allegorico, per descrivere gli indicatori sulla qualità della vita che relegano l’isola nei bassifondi delle classifiche nazionali, ma ultimamente va interpretata in senso letterale: il territorio cede e i cambiamenti climatici globali non bastano a fornire alibi sufficienti per l’inerzia con cui la politica e la pubblica amministrazione hanno affrontato certi problemi.

L’allarme del 1997 e le parole del ministro Musumeci

“L’ultimo allarme a Niscemi è stato del 1997. Un allarme che fu particolarmente significativo. Si disse che avrebbero dovuto pianificare degli interventi, ma non si fece nulla. Io ero un giovane presidente della provincia. Ma tutti leggemmo dai giornali e apprendemmo un fenomeno che appariva già allora grave. Cosa è accaduto dal 1997 in poi è difficile da dire. Ho istituito una commissione presso il mio dicastero per capire perché le autorità locali hanno ritenuto di sottovalutare il fenomeno”, ha detto ieri il ministro, ricordando il periodo in cui era a capo della provincia di Catania, e dunque, in un certo senso, spettatore di ciò che stava avvenendo a Niscemi, che, per quanto a ridosso dell’area calatina, appartiene comunque alla provincia di Caltanissetta.

Il ruolo di Musumeci da presidente della Regione

Nell’intervento di ieri, però, Musumeci non ha fatto cenno all’epoca decisamente più recente – dal 2017 al 2022 – in cui è stato presidente della Regione. Un ruolo che lo avrebbe potuto – e dovuto – mettere nelle condizioni di sapere cosa avvenisse e soprattutto cosa non si stesse facendo a Niscemi. La Protezione civile regionale, peraltro, è uno dei dipartimenti che fanno riferimento direttamente alla presidenza della Regione.

L’evoluzione della frana e l’area rossa

“La frana ha colpito un quartiere. Non sappiamo quanto la linea della frana possa ancora estendersi – ha aggiunto Musumeci nei panni di ministro – È un aggiornamento in costante evoluzione. La linea del fronte continua ad arretrare verso il centro abitato e quindi l’area rossa è destinata ad allargarsi se questo fenomeno non si dovesse arrestare”.

Niscemi, popolazione in difficoltà e attese verso il governo

Il pensiero, come è giusto che sia, in questi giorni va a chi ha perso la casa e a chi rischia di perderla a breve. A Niscemi, centro rinomato per la produzione di carciofi ma anche per le discusse vicende che hanno accompagnato la realizzazione del Muos al centro di una riserva naturale, la popolazione chiede aiuto.

E l’arrivo dei politici romani – su tutti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – ha alimentato speranze ma anche malumori: c’è chi teme le passerelle a cui, fin troppo spesso, è seguito l’oblio. “Per il governo nazionale e per la Protezione civile, è importante intanto consentire alle famiglie che sono state costrette ad allontanarsi, molte delle quali non potranno più tornare nelle loro case, la possibilità di avere presto un tetto dignitoso, un appartamento”, ha concluso Musumeci.

Trent’anni di dissesto idrogeologico a Niscemi

Sono quasi trent’anni che tanto a Roma quanto a Palermo si sa quanto sia delicato il territorio di Niscemi. Era infatti il 12 ottobre del 1997 quando il terreno franò, costringendo gli abitanti di quasi un centinaio di case a cercare riparo altrove. “La zona di Sante Croci è già stata colpita da una frana di vaste proporzioni. Il Comune di Niscemi è storicamente interessato da dissesti franosi, così come riportato dall’Inventario dei fenomeni franosi in Italia, che contiene ad oggi oltre 684.000 frane sul territorio nazionale”, ha ricordato Ispra.

Il quadro tecnico dell’Ispra sulla frana del 2026

Dall’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente è stato fatto il punto sull’attuale stato delle cose: “Con un fronte lungo quattro chilometri e un abbassamento del terreno di decine di metri lungo la corona, la frana di scivolamento che ha colpito Niscemi in Sicilia lo scorso 25 gennaio, sta interessando il centro abitato in prossimità del quartiere Sante Croci e la strada provinciale 10. L’abitato sorge su un pianoro delimitato, in prossimità e a margine dell’abitato, da una scarpata. I terreni affioranti sono costituiti da sabbie con livelli di arenaria, poggianti su argille”.

Come ricostruito da La Sicilia, dopo la frana del 1997 vennero stanziati 19 miliardi e mezzo di lire per gli interventi necessari a mettere in sicurezza il territorio, a partire dagli abbattimenti delle case ormai inagibili e la realizzazione delle zone in cui gli sfollati sarebbero dovuti andare a vivere.

Finanziamenti regionali e ordinanze di Protezione civile

Informazioni più recenti invece si trovano in un decreto del dirigente generale della Protezione civile regionale, Salvo Cocina, firmato poco prima di Natale. Il provvedimento è servito a stanziare l’ultima tranche di finanziamento necessario a completare il piano di interventi urgenti per fronteggiare le situazioni di emergenza legate al dissesto idrogeologico. Un piano che negli anni è stato corredato da oltre una quindicina di ordinanze.

Dal 2008 al 2025: una lunga partita istituzionale

Nel decreto di Cocina si fa riferimento in particolare a quella del 28 maggio 2008. “Ultima in ordine di tempo, all’articolo 15 comma 1 è stato disposto che per consentire il completamento delle attività ancora in corso nel territorio, in relazione all’aggravamento della situazione di rischio di uno dei versanti su cui insiste il centro abitato e di cui all’ordinanza del presidente del Consiglio dei Ministri del 2006, le disponibilità finanziarie giacenti sulla contabilità speciale intestata al Commissario delegato siano trasferite alla Regione Siciliana”.

Da 18 anni, dunque, la messa in sicurezza è una partita che si è disputata tra Palermo e Niscemi. La somma trasferita alla Regione nel 2008 fu di oltre 13,2 milioni di euro. Un anno dopo, la Regione dispose che fosse il dipartimento regionale della Protezione civile, “avvalendosi del sindaco di Niscemi”, a provvedere all’individuazione degli immobili da demolire, tra quelli rientranti nell’area della frana e quelli ricadenti in una fascia di cinquanta metri dalla stessa.

Gli ultimi interventi e il riaccendersi dell’emergenza

Il decreto di Cocina fa poi un salto in avanti e ricostruisce ciò che è avvenuto durante il 2025: a febbraio il Comune di Niscemi ha comunicato alla Regione che il piano da sei milioni di euro studiato per finanziare le demolizioni e la delocalizzazione degli immobili franati era stato completato per ciò che riguardava la prima fase. In termini economici, poco più di 1,2 milioni di euro.

In estate è stata la Regione a chiedere un aggiornamento, con l’obiettivo di arrivare a “una puntuale quantificazione del fabbisogno residuo” in modo da consentire alla Regione di recuperare le somme necessarie. La risposta arriva ad agosto: “Il Comune di Niscemi ha comunicato il fabbisogno residuo per il completamento di tale piano per un importo pari a quattro milioni, di cui 3.071.940 per indennizzi e 928.060 per demolizioni”. Tali somme sono state stanziate a dicembre.

Responsabilità, prevenzione e tempi della politica

Ma nel frattempo la frana si è ridestata, aprendo la ferita e ricordando a tutti come le istituzioni sappiano spesso avere tempi più lenti di quelli geologici. “È chiaro che ci sono responsabilità omissive e commissive nelle varie parti d’Italia, però credo che la prevenzione sia anche in questo caso essenziale. Non bisogna avere pudori, falsi pudori. Se i sindaci avvertono che il proprio territorio manifesta segnali inquietanti, meglio intervenire prima, come purtroppo non si è fatto a Niscemi, perché l’ultimo campanello di allarme in quella cittadina, che io ben conosco perché contigua alla mia provincia, era del ‘97”, ha detto ieri il ministro Musumeci, in un racconto in cui sembrano mancare quasi tre decenni. (S.O.)

Ispra: in Sicilia quasi 100 mila persone nelle zone più a rischio

Guardando ai dati diffusi dall’Ispra sul dissesto idrogeologico, quello che spicca di più riguarda il numero di Comuni – 7.463 – nel cui territorio ci sono elementi tali da determinare un rischio relativo a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Si tratta del 94,5 per cento del totale dei Comuni presenti in Italia. Altrettanto d’impatto è il dato relativo alla porzione di territorio che si trova nelle aree a maggiore pericolosità sul fronte di alluvioni e frane: praticamente un quinto del totale.

In termini di popolazione residente, si può che dire circa 5,7 milioni di persone vivono in aree a rischio frane (di cui 1,28 nelle zone più pericolose), mentre 6,8 milioni in aree a rischio alluvioni. Condizioni delicatissime che persistono nonostante negli ultimi 26 anni – dal 1998 al 2024 – siano stati investiti oltre 19 miliardi in interventi di mitigazione.
In Italia sono state censite fin qui censite 636mila frane, delle quali il 28 per cento si contraddistinguono per essere “fenomeni estremamente rapidi con elevata distruttività e spesso con gravi conseguenze in termini di perdita di vite umane”. La nuova mappa nazionale delle aree pericolose – i livelli vanno da P1 a P4, con P3 e P4 che sono quelli più critici – dice che il 23% del territorio nazionale ricade in aree in cui è stato riscontrato un pericolo o un’esigenza di attenzione. Nelle classi P3 e P4, invece, rientra il 9,5 per cento del suolo italiano.

Aumenta del 15% la superficie del territorio italiano a pericolosità per frane dei Piani di Assetto Idrogeologico – PAI, passando dai 55.400 km² del 2021 ai 69.500 km² del 2024. Gli incrementi più significativi si rilevano nella Provincia Autonoma di Bolzano (+ 61,2%), Toscana (+ 52,8%), Sardegna (+ 29,4%), Sicilia (+20,2%) e sono dovuti principalmente a studi di maggior dettaglio effettuati dalle Autorità di bacino distrettuali e dalle Province autonome.

In Sicilia sono 36.507 le frane censite

Spostando lo sguardo sulla Sicilia, si scopre che nell’isola sono 36.507 le frane censite, pari a 141 per chilometro quadrato. Ispra utilizza un indice di franosità che nel caso della Sicilia è individuato in 5,1, sotto alla media nazionale di 8,3. Ciò non significa che la situazione vada sottovalutata, anche perché in Sicilia sono 790,9 i chilometri quadrati che ricadono nelle classi di rischio P3 e P4, pari al 3,1 per cento del territorio. Prendendo in considerazioni i quattro livelli di rischio, la percentuale sale all’8,4 per cento.

Concentrandosi sulle aree a pericolosità elevata o molto elevata, la situazione varia da provincia a provincia: Palermo ha il 6,8 per cento del territorio, Messina il 5,7, Trapani il 3,7, Agrigento il 2, Caltanissetta e Siracusa l’1,2, Ragusa l’1, Enna lo 0,9 e infine Catania con lo 0,6 per cento. Sono oltre 93mila le persone che vivono in case che ricadono in zone P3 o P4, mentre 362.891 quelle che risiedono in un territorio caratterizzato da una pericolosità compresa tra P1 e P4.

Tra gli eventi degli ultimi anni che si sono registrati nel territorio siciliano, il rapporto Ispra ricorda la riattivazione nel 2022 di una frana a Petralia Sottana (Palermo), di cui si ha notizia dal 1664 e che ha causato lesioni a edifici e strade, nonché causato l’evacuazione di alcune abitazioni, e il crollo nel 2023 di un costone roccioso a San Fratello (Messina) che ha determinato l’evacuazione di un centinaio di abitanti.

Dal Belice a Niscemi, i soldi ci sono ma la burocrazia non li spende

Guardando ai trascorsi siciliani, di situazioni sull’orlo della catastrofe a cui le Pubbliche amministrazioni avrebbero potuto affezionarsi di più se ne contano diverse. Anche alla vigilia dell’ultimo dramma, protagonista la collina di Niscemi, il ricordo di ferite profonde come quella lasciata dal terremoto del Belice del 1968 (per il quale, tra l’altro, alcune questioni sono tutt’oggi in sospeso) aveva riacceso i riflettori sul tema della prevenzione. Con l’amara ironia di un destino che trova sempre il momento peggiore per entrare in scena, pochi giorni dopo gli annunci del ministro Musumeci sulle tragedie del passato, in Sicilia si sono scatenate quelle del presente. E con loro è riapparso il nodo, forse non del tutto sciolto, della prevenzione.

Niscemi crolla. Nessuna vittima, se non si considerano come tali le migliaia di persone rimaste senza un tetto sulla testa. Ma resta la domanda: quanto accaduto, si poteva evitare? Nelle casse della Regione siciliana, in questi anni, pare che di risorse per intervenire su una situazione i cui rischi erano noti ce ne fossero in abbondanza. Tanto più che l’ormai inflazionata espressione “contrasto al dissesto idrogeologico” rappresenta uno degli obiettivi delle programmazioni economiche sostenute da Bruxelles.

E non si tratta soltanto di Pnrr, strumento che, tra l’altro, è ormai sul viale del tramonto. Di quel Piano, secondo i dati condivisi da Palazzo d’Orleans, la Regione siciliana dispone di fondi per i rischi idrogeologici pari a circa 92,5 milioni di euro. Nel salvadanaio regionale, però, di risorse a volontà ne sono arrivate anche dai programmi di coesione, come Fesr e Fsc. Qui, sprechi e occasioni mancate sembrano di casa.

Il quadro è offerto dal portale Open coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri: nell’ambito degli interventi dedicati al tema del dissesto e considerando tutti i cicli di programmazione (dal 2007 a oggi), la Regione siciliana ha avuto in mano fondi di coesione per circa 1,8 miliardi di euro. Di questi, risultano spesi 980,7 milioni. Tirando le somme, in 19 anni, in Sicilia è stato impiegato circa il 54% dei fondi di coesione per mitigare i rischi di frane, inondazioni, alluvioni e simili. L’altra metà del plafond è rimasta chiusa nei cassetti.

Di progetti legati alle politiche di coesione contro il dissesto idrogeologico, secondo il portale di Palazzo Chigi, in Sicilia se ne contano 1.521. Di questi, chiaramente, molti sono ancora fermi al palo. Per citare alcuni esempi, non risulta speso nemmeno un euro per i progetti di contrasto agli allagamenti nella zona Sud orientale di Palermo e nell’area di Partanna-Mondello (storicamente afflitta dal problema).

A Niscemi, invece, un intervento da 2,1 milioni di euro per la stabilizzazione del versante Ovest zona Belvedere, risulta ultimato nell’ottobre del 2015. Resta il fatto, però, che alla luce degli ultimi sviluppi e dell’ingente quantità di risorse economiche inutilizzate negli anni, forse si poteva fare di più. (G.D.)

La Vardera: “Vertici Regione sapevano”

“Annuncio che nei prossimi giorni mi recherò in procura a Gela per consegnare una serie di documenti che parlano di evidenti conoscenze degli atti riguardanti la frana, di alcuni vertici della Regione. Sia al vertice politico che amministrativo. L’autorità giudiziaria deve sapere così da poter fare gli accertamenti che riterrà opportuno fare”. Così il deputato regionale e leader di Controcorrente, Ismaele La Vardera.

“Sono stato il primo a raccontare durante una seduta del parlamento siciliano, del documento del Pai in cui figura il nome di Musumeci, dove si evince che già il ministro nel 2022 era a conoscenza di gravi criticità – aggiunge – Leggo che oggi, anche altre forze di opposizione hanno chiesto di audire il ministro in parlamento. Ritengo che da parte sua sia doveroso un passo indietro, stupisce vedere che anziché assumersi le sue responsabilità butti la palla sul sindaco di Niscemi. Uno spettacolo indecoroso”.

Renzi e Bonelli: “Musumeci è responsabile”. Razza (FdI): “Polemiche inutili e irrispettose”

Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, ha lanciato una petizione online sul suo sito per chiedere le dimissioni del ministro Nello Musumeci. “Nello, inteso come ministro, ha fatto più danni di Harry inteso come ciclone: hanno sprecato i sei miliardi del Patto per la Sicilia che noi avevamo stanziato e non hanno riaperto Italia Sicura”, ha detto Renzi. Gli fa eco Angelo Bonelli, leader di Alleanze Verdi Sinistra, che in aula alla Camera ha indicato il ministro come “responsabile di quello che è accaduto in queste settimane in Sicilia”.

A queste accuse replica Ruggero Razza, eurodeputato di Fratelli d’Italia. “Si fa inutile polemica, senza rispetto del dramma che vivono gli sfollati – commenta Razza -. A che serve sostenere che la Sicilia negli anni scorsi avrebbe fatto male, quando invece è stata la Regione tra tutte che più ha speso le risorse per il dissesto, con una continuità che raggiunge i giorni di oggi? Ciò non esclude che serva fare ancora di più e che bisogna lavorare a un’opera di ‘rammendo ‘del territorio che impegnerà molti anni”.

“Se fossi in Renzi, peraltro, tralascerei il riferimento al ‘suo’ Patto per il Sud, firmato in un’assolata Valle dei Templi, senza sapere che gli stavano facendo sottoscrivere un elenco di centinaia di interventi senza un solo progetto cantierabile – aggiunge -. Se, poi, è appassionato di numeri, scoprirebbe che su sei miliardi complessivi, quella programmazione prevedeva per il dissesto circa 500 milioni di euro che la Sicilia non solo ha impegnato praticamente il 100%, ma che hanno dato vita negli anni di dal 2018 al 2022 ad una spesa ben al di sopra di qualsiasi Regione italiana, nonostante lo stop dei cantieri nel corso della pandemia. Nessun euro è rimasto nel cassetto e le opere sono state quasi integralmente attivate. Ma, ribadisco: queste polemiche non sono solo sbagliate nel merito, lo sono nel metodo perché, con una frana ancora in movimento, sull’astiosità dialettica deve prevalere il senso della nazione”.