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Nino D’Angelo in Sicilia con “80… bis”: “La mia è stata una vita straordinaria”

Nino D’Angelo in Sicilia con “80… bis”: “La mia è stata una vita straordinaria”
Nino D’Angelo

Il tour arriva nell’Isola: il 12 agosto al Teatro Antico di Taormina e il 13 al Verdura di Palermo

ROMA – Idolatrato da intere generazioni, discusso, imitato e infine consacrato come uno dei simboli più autentici della canzone napoletana contemporanea, ha saputo trasformare la semplicità in poesia, il dialetto in patrimonio condiviso, l’esperienza personale in memoria collettiva.

La sua parabola artistica è quella di un uomo che ha conquistato il successo senza dimenticare da dove è partito, costruendo un legame indissolubile con milioni di persone che, nella sua musica, hanno ritrovato un pezzo della propria esistenza. Dopo gli straordinari successi registrati tra il 2025 e l’inizio del 2026, tra tour sold out e riconoscimenti cinematografici, proseguono i festeggiamenti per il primo mezzo secolo di carriera di Nino D’Angelo con il live “I miei meravigliosi anni ‘80… bis!”.

Le date del tour in Sicilia: Taormina e Palermo

Il tour, prodotto da Stefano Francioni Produzioni e distribuito in Sicilia da Ventidieci e Agave Spettacoli, farà tappa nell’Isola con due appuntamenti imperdibili: mercoledì 12 agosto al Teatro Antico di Taormina, in collaborazione con la Fondazione Taormina Arte Sicilia, e giovedì 13 agosto al Teatro di Verdura di Palermo. Entrambi i concerti avranno inizio alle ore 21.

“Sarà la mia prima volta al Teatro antico. È un luogo che ho sempre sognato. Tra l’altro, proprio a Taormina ho girato Popcorn e patatine, uno dei film che mi ha reso famoso ovunque. C’è una scena diventata ormai cult, in cui canto seduto al tavolino davanti a un bar proprio la canzone Popcorn e patatine. Tornarci oggi, per esibirmi in quel teatro, ha un significato speciale”.

L’intervista: il rapporto con la Sicilia e i 50 anni di carriera

È anche una sorta di rivincita personale?
“Negli anni Ottanta non mi scritturavano nemmeno per i teatri, figuriamoci per quelli antichi. Oggi, invece, credo abbiano capito che dietro quel personaggio c’erano fatica, lavoro, evoluzione e cambiamento. È una soddisfazione enorme”.

Che significato ha per lei la Sicilia?
“È la mia seconda casa. Mi sono sempre sentito accolto e protetto dal Sud e, in particolare, dai siciliani. I miei primi concerti, quando ero ancora agli inizi, li ho fatti alla Kalsa di Palermo. Amo profondamente questa terra e, ogni volta che ci vengo a cantare, è anche un modo per dirle grazie”.

Se dovesse raccontare il suo percorso, dal ragazzo dei vicoli di Napoli all’icona della musica italiana, quale immagine sceglierebbe?
“La mia è stata una vita straordinaria. Ringrazio il Signore anche per avermi fatto conoscere la povertà, perché quando parti da poco impari ad apprezzare tutto ciò che arriva. Ogni conquista ha un valore diverso. Devo dire grazie a Dio per tutto quello che mi ha dato. Se ripenso alla mia storia, mi vengono in mente le immagini del bellissimo documentario che mio figlio ha dedicato alla mia vita”.

Qual è il ricordo che custodisce con più affetto?
“Sicuramente il concerto all’Olympia di Parigi. All’epoca non sapevo nemmeno cosa rappresentasse quel teatro. Mi dicevano che lì avevano cantato Joséphine Baker, Mireille Mathieu e Yves Duteil, ma io non conoscevo quei nomi. Fino ad allora il mio mondo era la canzone napoletana, quella di Sergio Bruni e Mario Merola”.

Era il 1976 quando uscì “A storia mia (‘O scippo)”, il suo primo disco. Da allora una carriera diventata nazionalpopolare.
“Non smetterò mai di ringraziare per questo. Ho sempre provato a restare con i piedi per terra, pensando che, prima o poi, tutto sarebbe finito. Non immaginavo neanche lontanamente di arrivare a cinquant’anni di carriera e di trovarmi ancora qua, con un successo addirittura maggiore”.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di lasciare tutto?
“No, mai. Però all’inizio soffrivo perché tutti mi giudicavano soltanto per il caschetto. Da una parte mi regalava una popolarità enorme, dall’altra finiva per nascondere quello che avevo dentro: le mie idee, le mie capacità, il mio desiderio di fare altro. Molti pensavano che da me potessero arrivare solo canzoncine”.

Che cosa le hanno insegnato gli anni che il successo, da solo, non avrebbe potuto insegnarle?
“Ho imparato il valore del desiderio. Non conta soltanto avere qualcosa, ma desiderarla e conquistarsela. È proprio in quel percorso che si trova la vera felicità”.

Quando ha capito di essere diventato un simbolo?
“A dire il vero non l’ho ancora capito. Però oggi mi accorgo che la gente mi guarda con occhi diversi, con maggiore stima. Ha compreso il lavoro che c’è stato dietro tutti questi anni e tutti i cambiamenti che ho affrontato. Se non cambi, resti indietro. Io ho avuto anche il coraggio di togliere il caschetto, che era il simbolo di quel ragazzino degli anni Ottanta. A un certo punto bisogna arrendersi al tempo. Ma quel ragazzo con il caschetto continua a vivere dentro di me e non se ne andrà mai”.

C’è un incontro con un fan che porta ancora nel cuore?
“Sì. Ricordo un ragazzo di Genova che era entrato in coma poco prima di venire a un mio concerto. D’accordo con la famiglia e con i medici, andai in ospedale a trovarlo e gli feci ascoltare la mia musica, quasi come un esperimento. Vedere in lui tornare la forza di vivere è stata un’emozione indescrivibile. Ancora oggi, quando ci penso, mi vengono i brividi”.

Quale eredità umana vorrebbe lasciare, oltre a quella artistica?
“C’è un comandamento che non fa parte dei dieci, ma che secondo me dovrebbe essere il primo: ama il prossimo tuo come te stesso. Oggi la gente deve riscoprire l’amore per gli altri, perché la vita è una sola e si vive in comunità. È una parola che amo profondamente. Io sono cresciuto in una comunità: nel palazzo dove sono nato vivevano la mia famiglia, i miei amici, la mia gente”.

Dopo una vita trascorsa a emozionare milioni di persone, come vorrebbe essere ricordato tra cinquant’anni?
“Vorrei che la gente si ricordasse di me come una brava persona. Non esiste premio più bello. Significa aver fatto qualcosa per gli altri, essersi comportati bene, senza togliere niente a nessuno e conquistando tutto con il proprio lavoro. È così che vorrei essere ricordato: come lo scugnizzo che ero, che sono e che sarò per sempre”.