La plastica ha un talento particolare: riesce a sopravvivere al prodotto che contiene. Una bottiglia può durare pochi minuti. Una vaschetta ancora meno. La confezione di uno snack si apre in un attimo. Poi comincia la seconda vita del contenitore, quella che non interessa più a chi l’ha comprato ma interessa molto a chi deve raccoglierlo, trasportarlo, riciclarlo o smaltirlo. In Sicilia il problema ha ancora il rumore delle discariche, dei camion e degli impianti che mancano. A Tokyo ha un aspetto quasi opposto: la spazzatura si vede poco, gli impianti funzionano e l’incenerimento è parte strutturale del sistema.
Due territori lontanissimi. Due modelli diversi. Ma la stessa domanda. Che fine fa davvero la plastica dopo che la buttiamo?
Gestione della plastica, in Sicilia la differenziata cresce ma la discarica non può ancora scomparire
Partiamo da casa nostra. Nel 2024 la Sicilia ha prodotto 2.168.221 tonnellate di rifiuti urbani, con una produzione pro capite di 453,7 chilogrammi per abitante all’anno (dati Catasto Rifiuti Ispra, ndr). La raccolta differenziata ha raggiunto il 55,5%, contro il 55,2% dell’anno precedente. In termini assoluti, significa oltre 1,2 milioni di tonnellate raccolte separatamente.
Il dato racconta una Sicilia che, lentamente, sta cambiando passo. Ma dietro quella percentuale c’è un’isola a velocità molto diverse. Nel 2024 Trapani ha raggiunto il 77% di raccolta differenziata, mentre Palermo si è fermata al 36,9%. Catania è arrivata al 55,4%. La distanza tra i territori resta quindi enorme. La Sicilia, insomma, non è una sola nemmeno quando si parla di rifiuti.
E la plastica? Nel 2024 rappresentava circa l’8,8% della raccolta differenziata regionale. Nel 2023 erano state intercettate separatamente oltre 104mila tonnellate di plastica. Attenzione però a un dettaglio che sembra tecnico e invece cambia il significato del numero. L’8,8% è la quota della plastica all’interno della raccolta differenziata, non la percentuale di tutta la plastica presente nei rifiuti siciliani. È quella che siamo riusciti a intercettare con la differenziata e non necessariamente tutta quella che abbiamo prodotto.
Ancora tanta strada da fare
La raccolta differenziata è soltanto una tappa. Nel 2024 in Sicilia sono state smaltite in discarica 730.209 tonnellate di rifiuti urbani. Una quantità enorme, nonostante la crescita della raccolta differenziata. Ed è qui che emerge uno dei problemi storici dell’Isola: non basta raccogliere meglio se poi il sistema non dispone di una rete sufficiente di impianti per trattare ciò che viene raccolto.
La Regione ha indicato tra gli obiettivi del proprio Piano di gestione dei rifiuti proprio la riduzione del ricorso alla discarica e il rafforzamento del recupero di materia ed energia. Sono previsti anche due termovalorizzatori, a Palermo e Catania, destinati a cambiare il destino della frazione di rifiuto che non può essere recuperata come materia.
Tokyo, la città dove la spazzatura sparisce
Se dalla Sicilia si passa al modello Tokyo, si notano le differenze. Le 23 circoscrizioni speciali di Tokyo hanno raccolto nel 2024 2.452.604 tonnellate di rifiuti, in calo dell’1,3% rispetto all’anno precedente. Il dato comprende sia i rifiuti raccolti direttamente dalle circoscrizioni sia quelli conferiti direttamente agli impianti.
È una quantità complessiva dello stesso ordine di grandezza della produzione urbana siciliana, ma distribuita su una popolazione molto più numerosa. Il confronto, quindi, non va preso come una gara tra tonnellate. Conta soprattutto come quei rifiuti vengono gestiti.
A Tokyo il sistema è costruito come una grande catena: raccolta, trasporto, trattamento intermedio, incenerimento e infine smaltimento di ciò che resta. La stessa amministrazione metropolitana spiega che i rifiuti vengono sottoposti a incenerimento o frantumazione prima di arrivare alla discarica, proprio per ridurne il volume. È una macchina che ingloba la spazzatura, la prende in carico appena viene raccolta e la accompagna lungo tutto il percorso, fino a lasciare alla discarica soltanto ciò che non può essere ulteriormente trattato.
E i risultati si vedono. Rispetto al picco raggiunto alla fine degli anni Ottanta, il volume dei rifiuti delle 23 circoscrizioni si è quasi dimezzato, mentre il volume destinato alla discarica è stato ridotto di circa il 90% rispetto al 1989. La discarica, a Tokyo, è diventata l’ultima fermata.
Tokyo non manda semplicemente tutto all’inceneritore. Prima c’è la raccolta. Poi la separazione. Poi il trattamento. Ma l’incenerimento rimane il cuore del sistema.
Nel 2024 le 23 circoscrizioni hanno prodotto circa 2,45 milioni di tonnellate di rifiuti e il sistema ha continuato a fare largo uso degli impianti di trattamento termico. La logica è semplice: ridurre il volume dei rifiuti, recuperare energia e limitare la quantità che deve essere conferita alla discarica. È una macchina industriale sofisticata. Ma resta una macchina che, per funzionare, deve bruciare qualcosa. E qui arriva il problema della plastica.
Il paradosso del “thermal recycling”
In Giappone si parla da tempo di “thermal recycling”, riciclo termico, per indicare il recupero energetico ottenuto dalla combustione dei rifiuti plastici. Nel 2024 il Giappone ha prodotto circa 9,11 milioni di tonnellate di rifiuti plastici.
L’89% è stato classificato come “effective utilization”, cioè plastica sottoposta a forme di utilizzo o valorizzazione. Ma dentro quel numero la parte più grande non è il riciclo di materia: circa il 20% è riciclo meccanico, il 3% riciclo chimico e il 67% recupero energetico. Il famoso 89%, quindi, non significa che nove chili di plastica su dieci siano tornati a essere nuova plastica. In molti casi sono stati bruciati per produrre energia.
E qui il linguaggio conta. Nella gerarchia europea dei rifiuti, il recupero energetico non coincide con il riciclo. Se una bottiglia diventa nuova materia prima, la plastica resta nel ciclo produttivo. Se viene bruciata, si recupera soprattutto il suo contenuto energetico.
Gestione della plastica tra Sicilia e Tokyo: due sistemi, due problemi
Il confronto con la Sicilia diventa quindi più interessante se si smette di chiedersi quale dei due sistemi sia “migliore”. La Sicilia ha un problema soprattutto a valle: deve aumentare la raccolta differenziata, migliorare gli impianti e ridurre il peso delle discariche. Tokyo ha già una macchina che ingloba milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, ma ha bisogno di ridurre la quota di plastica destinata al forno e aumentare quella che può tornare materia, per evitare di perdere la materia e generare emissioni di CO₂. Non a caso Tokyo punta a ridurre del 40% entro il 2030, rispetto al 2017.
Quindi i numeri ci restituiscono due fotografie molto diverse: in Sicilia, 2,168 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti nel 2024, 55,5% di raccolta differenziata e oltre 730mila tonnellate smaltite in discarica. A Tokyo, 2,453 milioni di tonnellate di rifiuti gestiti nel 2024 dalle 23 circoscrizioni, con un sistema che ha ridotto di circa il 90% il volume destinato alla discarica rispetto al 1989.
Il problema comincia prima del rifiuto. Basta entrare in un convenience store giapponese. Un bento può avere la sua vaschetta, il coperchio, una pellicola, una bustina per la salsa e un involucro esterno. Una bottiglia ha il contenitore, il tappo, l’etichetta. Uno snack può avere una confezione dentro un’altra confezione. Il Giappone è molto bravo a organizzare la raccolta. Ma l’efficienza della raccolta non dice automaticamente nulla sulla quantità di imballaggi che entrano nel sistema. È la differenza tra gestire bene il rifiuto e produrne poco.
Dal luglio 2020 il Giappone ha introdotto il pagamento dei sacchetti di plastica monouso nei negozi, con una conseguente forte riduzione del loro utilizzo. Ma il sacchetto è soltanto una parte del problema. Ridurre la busta non significa automaticamente ridurre la vaschetta. E ridurre la vaschetta non significa automaticamente ridurre la bottiglia. La vera partita si gioca molto più a monte, nella progettazione del prodotto.
Il Giappone ha prodotto nel 2024 38,11 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, pari a 839 grammi per abitante al giorno. Il tasso nazionale di riciclo è stato del 19,3%, mentre il 99,2% dei rifiuti è stato sottoposto a processi di trattamento finalizzati alla riduzione del volume. Il Paese disponeva di 991 impianti di incenerimento. Di questi, 710 utilizzavano il calore residuo e 415 disponevano di sistemi per la produzione di energia elettrica. La macchina funziona molto bene, ma il dato sul riciclo dice che non basta.
Il Giappone è riuscito a costruire un sistema capace di gestire enormi quantità di rifiuti senza affidarsi principalmente alla discarica. Non ha però eliminato il problema della plastica. Lo ha, in molti casi, spostato dal terreno al forno.
È anche per questo che dal 2022 il Giappone ha il Plastic Resource Circulation Act, una legge che interviene sull’intero ciclo di vita della plastica: progettazione, produzione, consumo, raccolta e riciclo. Il Paese punta a ridurre progressivamente la plastica monouso e ad aumentare il riciclo e il riutilizzo degli imballaggi. La direzione è chiara: non basta costruire impianti efficienti, ma bisogna fare in modo che una parte del materiale non arrivi proprio all’impianto. Ed è una sfida che riguarda anche la Sicilia, seppure da un punto di partenza molto diverso.
La lezione siciliana e quella di Tokyo
Il 55,5% racconta una cosa precisa: più della metà dei rifiuti urbani siciliani viene raccolta in modo differenziato. Ma non dice ancora quanto di quel materiale torni effettivamente a essere nuova materia, quanto venga avviato ad altre forme di trattamento e quanto resti fuori dal circuito del recupero. È questo il passaggio che conta. Separare un rifiuto, infatti, non significa automaticamente riciclarlo. Su questo fronte, la Sicilia deve fare un salto di qualità: non soltanto raccogliere meglio, ma capire quanto di ciò che raccoglie torna davvero a essere materia.
Tokyo, da questo punto di vista, offre una lezione diversa. Ha costruito un sistema capace di prendere in carico enormi quantità di rifiuti e ridurne drasticamente il volume prima della discarica. Ma proprio quell’efficienza porta alla domanda successiva: se il rifiuto viene gestito sempre meglio, possiamo anche fare in modo che ne arrivi meno? Perché un inceneritore efficiente può ridurre il volume dei rifiuti, recuperare energia e limitare ciò che finisce in discarica, ma non può intervenire sul momento in cui quella plastica viene prodotta.
Ed è lì che la storia torna al punto di partenza. Una bottiglia, una vaschetta, una confezione possono essere raccolte perfettamente. Possono essere riciclate o, quando non è possibile, trattate e trasformate in energia. Ma prima di tutto sono state prodotte. La vera sfida, per la Sicilia come per Tokyo, comincia quindi un passo prima dello smaltimento: capire quanta plastica serve davvero e quanta, invece, possiamo evitare. Per la Sicilia la priorità resta costruire un sistema che funzioni. Per Tokyo, che quel sistema lo ha già costruito, la sfida successiva è farlo lavorare sempre meno. Perché il modo più efficiente di gestire un rifiuto resta, alla fine, quello più semplice: non produrlo.
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