La Regione Siciliana ha riaperto i termini per la presentazione delle istanze relative al reddito di libertà, la misura di sostegno destinata alle donne vittime di violenza, con o senza figli, che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità economica.
Il provvedimento, adottato dal dipartimento regionale della Famiglia e delle politiche sociali, dispone la riapertura dell’avviso pubblico a sportello e fissa in 30 giorni dalla pubblicazione del decreto il nuovo termine per la presentazione delle domande.
La Regione prosegue nel contrasto alla violenza sulle donne, riaperti i termini per il reddito di libertà
“Con la riapertura dei termini – dichiara l’assessore regionale alla Famiglia e alle politiche sociali Nuccia Albano – vogliamo raggiungere tutte quelle donne che, pur avendone i requisiti, non hanno ancora avuto la possibilità di presentare la propria istanza. Il sostegno economico è un tassello importante di un percorso più ampio che deve coinvolgere i servizi sociali, i centri antiviolenza e tutta la rete territoriale. Non lasciare sole le donne significa anche metterle nelle condizioni di scegliere liberamente il proprio futuro. Continueremo a lavorare per rafforzare la rete di protezione e gli strumenti di sostegno, perché l’autonomia economica rappresenta una componente fondamentale nel percorso di liberazione dalla violenza”.
L’intervento è rivolto alle donne già prese in carico dai centri antiviolenza o dalle strutture di accoglienza a indirizzo segreto, residenti in Sicilia, in condizioni di fragilità economica e che non beneficiano del reddito di libertà nazionale erogato dall’Inps, contribuendo così a dare una risposta alle richieste rimaste escluse dal finanziamento statale. I progetti personalizzati potranno sostenere spese per l’autonomia abitativa e lavorativa, il pagamento dei canoni di locazione, l’acquisto di attrezzature per l’avvio di attività professionali, percorsi formativi, utenze, servizi e iniziative finalizzate all’inserimento lavorativo e al reinserimento sociale. Sono inoltre ammissibili interventi a favore dei figli minori o con disabilità, nell’ambito del loro percorso scolastico e formativo. Le domande potranno essere presentate dai Comuni siciliani, in collaborazione con i Centri antiviolenza e le strutture di accoglienza accreditate, entro il prossimo 30 ottobre. L’avviso è consultabile a questo link
Violenza contro le donne, in Sicilia oltre 1.100 chiamate al 1522: più che raddoppiate nella seconda metà del 2025
A proposito di emergenza e rafforzare le “reti” di protezione. Per decifrare i numeri delle segnalazioni giunte al numero antiviolenza 1522 in Sicilia nel 2025, il dato aggregato delle telefonate non basta. Nel corso dell’anno le chiamate da utenti provenienti dall’Isola sono diminuite, passando dalle 2.483 del 2024 alle 2.173 del 2025, ma nello stesso periodo sono aumentate in maniera marcata le chiamate effettuate da persone che si sono dichiarate vittime di violenza, da 819 a 1.167. Un andamento apparentemente contraddittorio, che diventa significativo proprio perché le due tavole misurano fenomeni differenti: da una parte infatti, l’insieme delle chiamate provenienti dalla regione, dall’altra quelle riconducibili direttamente alle vittime.
Il dato siciliano non descrive quindi soltanto il volume delle richieste rivolte al numero antiviolenza, ma permette di osservare come cambia la domanda di aiuto. Nel 2025 – considerando il rapporto tra le chiamate da vittime e il totale delle chiamate da utenti provenienti dalla Sicilia – le prime rappresentano il 53,7% del totale: poco più di una chiamata su due. Il dato segnala il peso assunto dalle richieste di aiuto diretto all’interno del flusso di chiamate provenienti dall’Isola, pur trattandosi di una proporzione calcolata attraverso l’incrocio dei dati delle due tavole Istat.
In Sicilia più richieste di aiuto diretto
Nel dettaglio, le chiamate da utenti provenienti dalla Sicilia erano state 1.868 nel 2023, sono salite a 2.483 nel 2024 e sono poi scese a 2.173 nel 2025. Se però si considera esclusivamente la tavola relativa alle chiamate effettuate da vittime, la traiettoria è opposta: 682 nel 2023, 819 nel 2024 e 1.167 nel 2025. In un solo anno l’aumento è stato quindi del 42,5%, mentre rispetto al 2023 le chiamate sono cresciute del 71,1%.
Anche la distribuzione durante il 2025 mostra un cambiamento. Nei primi sei mesi dell’anno le telefonate da vittime provenienti dalla Sicilia sono state 387, mentre nella seconda metà sono diventate 780. Il salto più netto avviene tra il secondo e il terzo trimestre, quando si passa da 220 a 399 chiamate, per arrivare a 381 nell’ultimo trimestre. Nel 2024, nello stesso periodo, i valori erano più ravvicinati: 247 nel primo trimestre, 177 nel secondo, 198 nel terzo e 197 nel quarto. Nel 2025, dunque, la crescita delle chiamate da vittime si concentra soprattutto nella seconda parte dell’anno, con il terzo trimestre che registra il valore più alto dell’intero periodo considerato.
Il confronto con le altre regioni permette di collocare il dato siciliano. La Sicilia, con 1.167 chiamate da vittime, resta distante dai valori della Lombardia, che raggiunge 3.537 telefonate, del Lazio, con 2.367, e del Veneto, con 1.784, ma supera la Puglia, ferma a 1.007, e si colloca poco sopra la Toscana, che registra 1.144 chiamate. Nel Mezzogiorno il dato siciliano è secondo soltanto a quello della Campania, che raggiunge 1.609 contatti, e precede nettamente la Calabria, con 411, la Sardegna, con 395, e la Basilicata, con 111. I numeri assoluti, naturalmente, risentono delle diverse dimensioni demografiche delle regioni e non permettono da soli di stabilire dove il fenomeno sia più diffuso: misurano piuttosto il volume delle richieste rivolte al 1522 e il peso assunto dalle singole regioni all’interno di questa domanda di aiuto.
La differenza emerge anche nel rapporto con il dato aggregato: le 1.167 telefonate provenienti dalla Sicilia rappresentano circa il 4,5% delle 25.970 chiamate registrate nel 2025 a livello nazionale.
Cosa raccontano le chiamate in tutta Italia
Nel 2025 il numero di pubblica utilità 1522 ha registrato 72.410 contatti complessivi, di cui 61.303 considerati validi; tra questi, 25.970 riguardano persone che hanno dichiarato di essere vittime di violenza. La richiesta di aiuto è la motivazione più frequente e rappresenta il 42,3% delle chiamate valide, seguita dai contatti fuori target e dalle richieste di informazioni generali sul servizio.
Il modo in cui le donne arrivano al 1522 racconta anche un percorso di ricerca dell’aiuto spesso autonomo. Internet è il principale canale di accesso indicato, con il 12,8% dei contatti, seguito dalle campagne di comunicazione istituzionale, al 10,4%. Molto più ridotto è invece il peso di amici, forze dell’ordine, strutture sanitarie, televisione e social network. Il primo passo verso l’aiuto, quindi, passa spesso dalla ricerca individuale di informazioni, prima ancora del contatto con una rete istituzionale o con una persona vicina.
Anche il momento in cui si chiede aiuto non è casuale: le telefonate si concentrano soprattutto nelle ore diurne, con un picco tra le 9 e le 11, mentre la notte rappresenta una fascia residuale. Il lunedì è il giorno con il maggior numero di contatti, pari al 15,9%, seguito da martedì e mercoledì; nel fine settimana, invece, le chiamate diminuiscono. È un andamento che mostra quanto la possibilità concreta di trovare uno spazio e un momento per parlare possa incidere sull’accesso al servizio.
Non un episodio isolato, ma una violenza che si ripete
È soprattutto guardando al tipo di violenza e alla sua durata che i numeri smettono di essere semplici percentuali. Nel 2025 le 25.970 vittime hanno indicato complessivamente 47.081 occorrenze: significa che una stessa donna può raccontare più forme di abuso contemporaneamente e che, nella maggior parte dei casi, la violenza non si esaurisce in un singolo episodio.
La forma più frequente è quella psicologica, indicata come violenza principale nel 36,1% dei casi e registrata complessivamente 17.032 volte. Seguono quella fisica, con 12.492 occorrenze, le minacce, con 7.063, e lo stalking, con 4.537. Il dato mostra una dinamica che spesso si costruisce attraverso comportamenti diversi e che può protrarsi nel tempo, invece di manifestarsi come un’unica aggressione.
Solo il 6% delle donne riferisce infatti un episodio avvenuto una sola volta. Nel 36,5% dei casi la situazione va avanti da anni, mentre nel 19,6% dura da diversi mesi. È proprio la reiterazione a spiegare perché il problema non possa essere ridotto alla singola aggressione: per una parte consistente delle vittime, la violenza è una condizione che si inserisce nella vita quotidiana e continua nel tempo.
La casa resta il luogo più esposto
Il luogo in cui l’abuso si verifica più frequentemente conferma questa dinamica: nel 43,7% dei casi viene indicata l’abitazione della vittima, mentre tutte le altre singole ubicazioni – dalla strada al luogo di lavoro fino agli spazi pubblici – rimangono sotto il 3%. Il dato sposta quindi l’attenzione dalla figura dell’aggressore occasionale a relazioni nelle quali vittima e autore condividono spesso una parte importante della propria vita.
Anche l’identità degli autori lo conferma: il coniuge è indicato nel 21,9% delle segnalazioni, seguito dall’ex partner al 13,1%, dal partner attuale al 10,6% e dal convivente al 10,1%. Le figure più vicine alla vittima sono dunque anche quelle che compaiono con maggiore frequenza nelle segnalazioni.
Quando la violenza entra nella vita dei figli
Il fenomeno non riguarda inoltre soltanto la donna che chiama. Nel 2025 il 37,3% delle vittime – pari a 9.686 donne – dichiara di avere figli e in 6.286 casi si tratta di minori. Tra le donne con figli, il 59% riferisce che i bambini assistono agli episodi di violenza subiti dalla madre. Nel 18,6% dei casi i minori sono inoltre coinvolti direttamente.
La presenza dei figli cambia quindi la portata della dinamica: l’aggressione non rimane confinata al rapporto tra partner, ma entra nell’ambiente familiare e può trasformare i minori in testimoni, destinatari diretti degli abusi o persone costrette a vivere quotidianamente dentro una situazione di paura e conflitto.
Il passo più difficile resta quello verso la denuncia
Il 1522 rappresenta infine, per molte donne, un passaggio verso una rete di aiuto più ampia: nel 68,4% dei casi la telefonata si conclude con il trasferimento attivo della vittima a un servizio specializzato. Diverso è il momento in cui entra in gioco la denuncia formale.
Il 43,6% delle vittime dichiara di non aver denunciato, mentre l’8,4% ha presentato un esposto e l’1,2% lo ha successivamente ritirato. La quota di chi ha intrapreso un’azione legale arriva quindi al 9,6%, ma il dato più difficile da interpretare è quello delle mancate risposte: il 45,5% delle donne non fornisce alcuna indicazione sulla propria posizione rispetto alla denuncia.
Quel silenzio non può essere automaticamente interpretato come una rinuncia, ma segnala quanto sia complesso trasformare la richiesta di aiuto in un percorso formale. Tra la consapevolezza di vivere una situazione di violenza e la decisione di denunciare esiste infatti uno spazio nel quale entrano paura, dipendenza, presenza di figli, necessità di protezione e difficoltà concrete. Ed è proprio in quello spazio che i numeri del 1522 mostrano la parte meno visibile del fenomeno: molte donne arrivano a chiedere aiuto prima ancora di essere pronte, o di sentirsi abbastanza sicure, per compiere il passo successivo.
Segui tutti gli aggiornamenti di QdS.it sui canali WhatsApp e Telegram

