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Abusi edilizi e costruzioni invasive sulle coste. Così l’erosione ha spianato la strada a Harry

Abusi edilizi e costruzioni invasive sulle coste. Così l’erosione ha spianato la strada a Harry
Danni del ciclone Harry a Catania

Per decenni la cementificazione selvaggia e le opere rigide lungo i litorali siciliani hanno alterato il naturale equilibrio delle spiagge. I dati lo dicevano da tempo: oggi il conto arriva con eventi estremi sempre più violenti

La furia della natura, secondo diversi studi resa più violenta dai cambiamenti climatici, non si può fermare. Si conosce, però, da anni cosa fare per mitigarne l’impatto. In Sicilia, invece, si è fatto l’opposto: un intreccio sregolato di abusivismo edilizio, costruzioni lungo le coste che hanno alterato il trasporto litoraneo dei sedimenti (impedendo alle spiagge di rinnovarsi e riequilibrarsi naturalmente), distruzione della vegetazione esistente, ha totalmente sguarnito i centri abitati.

Così Harry ha avuto gioco facile, come se gli avessimo detto vedendolo arrivare: “Prego, si accomodi”.

Eppure nessuno può dire che non se lo aspettava. Sono decenni che l’Isola si “restringe” di qualche metro ogni anno. Secondo un dossier realizzato da Legambiente nel 2024, attingendo al Piano di assetto idrogeologico della Regione siciliana, oltre il 75% della costa isolana è a rischio erosione. In particolare, il 43,6% è a rischio elevato e il 32,9% è addirittura in pericolo “molto elevato”. Una condizione, scrivevamo in un’inchiesta del 20 novembre 2024, che si traduce “in possibili danni – anche gravi – per l’edilizia e la vita umana”.

Danni ambientali e responsabilità politiche

Ora, per fortuna, di vite – grazie al rispetto delle opportune ordinanze sindacali che chiedevano ai cittadini di rimanere in casa nei giorni dell’allerta – non ne sono state spezzate, ma i danni agli immobili e alle attività produttive sono stati stimati nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Questo dovrebbe ricordare ai decisori politici che i dati, i report dei vari osservatori, le statistiche dei ricercatori non sono carta straccia, ma una bussola capace di orientare le loro scelte.

Un altro studio del 2024 che ha visto la collaborazione tra le università di Palermo e Cantabria, ripreso recentemente dal Sole 24 ore, ha ricordato come tra il 1988 e il 2022 le superfici urbanizzate lungo la fascia costiera dell’Isola sono aumentate del 47% e questo, contro ogni logica, nonostante sia diminuita la popolazione e contestualmente non si sia assistito a una crescita del realtà produttive, dei servizi o dell’occupazione qualificata.

Le oltre 117 mila immagini satellitari mensili delle missioni Landsat e Sentinel, su cui si basa la ricerca, raccontano la modifica di un territorio che spesso è stato alterato nel segno dell’illegalità. Secondo Openpolis la Sicilia nel 2021 è stata la quarta regione italiana per tasso di abusivismo edilizio (46 abitazioni realizzate senza un permesso ufficiale, su 100 regolari) dietro a Calabria (48), Basilicata (48) e Campania (49).

Abusivismo edilizio e perdita delle spiagge

Ma la massiccia edificazione presente sulle nostre coste risale a un tempo ancora più antico, agli anni ’60-’70 quando, per soddisfare la richiesta di abitazioni, porti e strutture balneari, chilometri di costa sono stati privati di sabbia, pietrisco e ghiaia da unire al calcestruzzo per le costruzioni.

E così oggi circa il 67% dei comuni costieri siciliani presenta una grave perdita di spiaggia, con valori di erosione che in alcuni casi, nella costa meridionale e nel Canale di Sicilia, superano l’8%. Anche la vegetazione non è stata risparmiata: tra il 1988 e il 1992 la quota di verde è scesa dal 54 al 39%. Tutto questo ha ridotto notevolmente la capacità dei litorali di frenare l’energia delle onde.

Rinaturalizzazione delle coste e rigenerazione urbana

Questi numeri dovrebbero fare riflettere sulle scelte del passato e come “rivederle”, anche a costo – come ha dichiarato nei giorni scorsi sulle colonne di questo giornale il presidente di Legambiente Sicilia, Tommaso Castronovo – di delocalizzare alcune abitazioni, laddove è palese che lì, dove sono state travolte dal ciclone, non potevano e non dovevano starci.

Proprio in questi giorni alcuni professori dell’Università di Catania hanno chiesto, con un articolo pubblicato da Micromega sul caso della frana di Niscemi, di evitare l’inutile costruzione di (spesso orrende) new town, ma provvedere alla rigenerazione del patrimonio esistente, costruendo quella che hanno definito green city.

Parliamo di casi diversi. Eppure lo stesso modo di agire, il cambio di paradigma, andrebbe adottato anche per la ricostruzione lungo le coste, dove la parola d’ordine dovrebbe essere “rinaturalizzare”.

Cementificazione del litorale e futuro delle città costiere

Suona come profetica, a questo proposito, un’intervista che rilasciò al QdS il 29 gennaio 2025, un anno prima che la furia di Harry devastasse le coste della Sicilia, il professore Paolo La Greca, allora vicesindaco di Catania (oggi è consulente del Comune per la pianificazione urbanistica) e tra i docenti firmatari della proposta per Niscemi.

Hanno fatto il giro del mondo le immagini di Catania con il lungomare sventrato in alcuni punti. Ecco cosa rispondeva il prof. La Greca alla domanda se fosse necessario rinatulizzare alcuni tratti del fronte mare etneo: “Quel sistema di cementificazione di fatto non è più sostenibile. Negli anni cinquanta venne realizzato il lungomare sulla scogliera. Si tratta di opere precedenti al Piano Piccinato che prevedeva una strada più a monte di quella attuale. Ora è chiaro che quell’idea di versare cemento sugli scogli non è più necessaria e utile”.

Si parla di Catania, ma lo stesso ragionamento si potrebbe fare per altre decine di centri siciliani. Insomma non si può più far finta di non vedere.

Innalzamento del mare e rischio inondazioni in Sicilia

Anche perché intanto, un altro fenomeno preme sui litorali, ovvero quello dell’innalzamento del Mediterraneo provocato dal riscaldamento globale. Secondo i calcoli dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile (Enea), il livello del Mare nostrum si sta innalzando continuamente, con una previsione compresa tra “0,94 e 1,035 metri (modello cautelativo) e tra 1,31 metri e 1,45 metri (su base meno prudenziale)” entro il 2100.

In Sicilia, le aree maggiormente esposte al rischio inondazione sono quella di Pantano Logarini a Ragusa e quelle di Trapani e Marsala.