"Ad astra", un "Cuore di Tenebra" ai confini del Sistema Solare - QdS

“Ad astra”, un “Cuore di Tenebra” ai confini del Sistema Solare

Francesco Torre

“Ad astra”, un “Cuore di Tenebra” ai confini del Sistema Solare

giovedì 10 Ottobre 2019 - 00:00
“Ad astra”, un “Cuore di Tenebra” ai confini del Sistema Solare

Mantenendo la propria cifra stilistica, il regista James Gray realizza un film esteticamente cupo, giocato sulle sfumature del grigio, spesso claustrofobico. Brad Pitt in rotta verso Nettuno alla ricerca del padre

AD ASTRA
Regia di James Gray. Con Brad Pitt (Roy McBride), Tommy Lee Jones (Clifford McBride), Donald Sutherland (Tom Pruyt)
Usa/Brasile 2019, 124’.
Distribuzione: 20th Century Fox

Più lontana è la meta, più profondo lo scavo dentro di sé. James Gray (“Two Lovers”, “C’era una volta a New York”) scrive e dirige il suo “Cuore di Tenebra” spostando l’immaginario conradiano ai confini del Sistema Solare, e trasformando l’evocato “orrore” in una rinnovata fiducia per la vita.

Scampato per miracolo all’ultima missione spaziale, il Maggiore Roy McBride viene incaricato di svolgere un lavoro top secret che metterà a dura prova la sua disciplina e la sua etica professionale: rintracciare il padre sulla rotta per Nettuno, verificare che il campo elettrico che sta distruggendo la Terra provenga dalla sua navicella ed eventualmente distruggerla.

Mantenendo la propria cifra stilistica, Gray realizza un film esteticamente cupo, giocato sulle sfumature del grigio, spesso claustrofobico. Ritmi lenti, si respira a fatica e solo nel confronto tra i campi ravvicinati e l’infinito galattico, laddove il piano del racconto si sposta dal particolare all’universale. Più fertile in questo senso la prima parte, che cerca (e trova) felicità espressiva in inquadrature geometriche e solidità strutturale nell’identificazione del cerchio come strumento di rappresentazione della rigenerazione e insieme della fallibità umana.

Il genere fantascientifico ben si presta alla realizzazione di opere di grande impatto visivo e profonda indagine esistenziale, e in quest’ottica Gray sembra volersi proteggere più dagli spiriti guida di Tarkovskij e Nolan che da quelli di Kubrick e Cuaron.

Già inquinato da una voce narrante esterna che impone un approccio didascalico al racconto, il film però nella seconda parte perde equilibrio, si abbandona a svolte drammatiche poco plausibili, decide di abbandonare il rigore filosofico e l’ambizione universale per abbracciare in concitate scene d’azione l’intima angoscia di un singolo. Con un uso intelligente del fuori fuoco, il cerchio narrativo si chiude ma l’ansia del traguardo del terzo atto nell’ottica del “viaggio dell’eroe” di vogleriana memoria mina la maturità espressiva di un’opera che non supera mai i confini del convenzionale.

Voto: ☺☺1/2☻☻

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