Milano, 19 mar. (askanews) – È morto nella sua Varese, Umberto Bossi. Il fondatore della Lega, l’inventore della Padania, l’uomo che ha attraversato e segnato 40 anni di politica italiana, anticipando linguaggi e modalità espressive. A partire da quel rapporto diretto con gli elettori che oggi i politici inscenano sui social ma che lui praticava quotidianamente e concretamente negli angoli più sperduti del suo Nord.
Studente non proprio brillante, col diploma alla Scuola Radio Elettra e gli studi di medicina appena accennati, arriva alla politica dopo aver tentato (nome d’arte Donato) la carriera del cantante. Lo fa insieme a Roberto Maroni, che abbandonerà la carriera di avvocato pur di seguirlo nell’avventura politica, inseguendo il sogno dell’autonomia del Nord, declinata in mille modi: come Picasso, c’è il periodo secessionista, quello autonomista, la Devolution, la Padania e le Macro-Regioni.
Ma più che la teoria, era l’istinto politico che lo guidava, e che gli ha fatto inventare un substrato culturale che spaziava da Alberto da Giussano alla battaglia di Lepanto contro gli Ottomani, fino agli indiani d’America (“Non hanno fermato l’immigrazione, ora vivono nelle riserve”, recitava un vecchio manifesto). È Tangentopoli a dargli l’occasione di entrare in Parlamento, e lì i suoi agitano il cappio sugli scranni, unica punizione possibile per i corrotti di Roma Ladrona. Pochi anni dopo Silvio Berlusconi gli dà l’opportunità di andare al governo. Bossi manda il fido Maroni, il volto istituzionale del Carroccio. Lui preferisce restare nel personaggio del barbaro: a villa Certosa si presenta in canottiera, e a “Berluskaiser” dà il benservito nel giro di pochi mesi, facendo crollare il suo primo esecutivo.
Ci tornerà nel 2001, ma sempre con Berlusconi e Alleanza Nazionale. Dimenticando le accuse di mafia, le liti e gli insulti, i “mai con i fascisti”. E mettendo nel cassetto una stagione fatta di ampolle, riti celtici e Dio Po, fino ai trecentomila bergamaschi armati pronti a calare su Roma. Restando sempre il capo indiscusso del suo movimento, facendo e disfando amicizie e carriere. Fino all’ictus che lo colpisce nel 2004 e da cui non si riprenderà. La presa sul partito si allenta, ai triumviri che assumono la reggenza (Maroni, Calderoli e Castelli) si oppone quello che viene chiamato il “cerchio magico”, un gruppo di persone che lo affianca e che finisce col filtrare i suoi rapporti con il resto del mondo. Toccherà ancora a Maroni rompere quella sorta di incantesimo e chiudere un’epoca, prendendo il posto del Capo come segretario federale.

