L’Etna non si può fermare. La cenere vulcanica non si può prevedere con certezza e la sicurezza dei voli viene prima di tutto. Ma quando un aeroporto chiude, la domanda principale è un’altra: quanto è organizzato il sistema per permettere ai passeggeri di arrivare comunque a destinazione? È questo il punto sollevato dalla testimonianza di una giovane passeggera che, nei giorni dell’ennesima emergenza sull’aeroporto di Catania, si è ritrovata a dover reinventare completamente il proprio viaggio per riuscire a tornare in Sicilia.
La situazione dello scalo etneo è tutt’altro che episodica. Negli ultimi giorni le attività di volo sono state sospese più volte a causa dell’emissione di cenere vulcanica e della chiusura degli spazi aerei interessati. Il 26 settembre, ad esempio, il Nucleo di coordinamento operativo aveva disposto lo stop agli arrivi e alle partenze dopo la chiusura del settore C1; diversi voli erano stati dirottati verso Palermo, Trapani e Comiso. Il 28 settembre la sospensione è stata ulteriormente prorogata fino alle 23.59.
Emergenza Etna, “volo cancellato quando eravamo già in viaggio”
“L’aeroporto era già chiuso, ma il volo è stato cancellato quando eravamo già in viaggio verso lo scalo di partenza”, racconta la giovane al QdS.it, spiegando di aver acquistato un volo serale per Catania. Un viaggio programmato, pagato e necessario, legato anche a un importante impegno universitario.
La cancellazione è arrivata poche ore prima della partenza, quando già i passeggeri stavano recandosi in aeroporto. “Mi pongo una domanda molto semplice: se lo scalo Fontanarossa era già interessato da una situazione di chiusura e forte limitazione operativa, perché il passeggero deve arrivare fino all’aeroporto prima di conoscere definitivamente le sorti del proprio volo?”.
Vero che la stessa SAC, in occasione delle sospensioni, invita i passeggeri a verificare con la compagnia aerea lo stato del proprio volo prima di recarsi in aeroporto. Tuttavia, una cancellazione dell’ultimo momento o una mancata comunicazione tempestiva da parte della compagnia aerea di riferimento può significare ore aggiuntive di viaggio e centinaia di euro di spesa in più.
Il paradosso: essere dirottati è una “fortuna”
Uno degli aspetti più surreali raccontati dalla passeggera al QdS.it riguarda i dirottamenti. Molti voli vengono spostati su aeroporti alternativi. È successo con Comiso, Palermo e Trapani più volte e succede anche in queste ore. E paradossalmente a volte può essere una fortuna, anche se arrivare in certi scali è meglio che raggiungerne altri.
“A questo punto speri quasi che il tuo aereo venga mandato a Reggio Calabria”, racconta la ragazza. Perché? Perché raggiungere Catania da alcuni aeroporti alternativi può trasformarsi in un viaggio estremamente complesso. Trapani, in particolare, si trova dall’altra parte della Sicilia rispetto a Catania. E se l’arrivo avviene in piena notte, il passeggero può trovarsi senza un collegamento pubblico immediato verso la destinazione finale.
La situazione non è soltanto teorica. Nei mesi scorsi, durante altre emergenze legate all’Etna, passeggeri dirottati a Trapani avevano denunciato gravi difficoltà negli spostamenti e costi aggiuntivi.
Le spese aggiuntive e i problemi che rimangono
Il problema, dunque, non finisce quando l’aereo atterra. Anzi, può cominciare proprio lì. Un passeggero che arriva a Trapani nel cuore della notte deve trovare autonomamente un modo per raggiungere Catania. E in assenza di collegamenti adeguati, le alternative possono diventare estremamente costose.
La ragazza racconta di aver preso in considerazione anche questa possibilità e di aver verificato personalmente quanto sarebbe potuto costare un trasferimento privato. “In situazioni del genere – spiega ancora la passeggera – si rischia di trovarsi davanti a un paradosso: il volo è stato garantito fino alla Sicilia, ma la destinazione finale rimane irraggiungibile senza ulteriori spese e organizzazione personale”. Così un volo di poco più di un’ora può trasformarsi in una sequenza quasi infinita di autobus, taxi, traghetti, aliscafi e treni.
“Ho speso più di 150 euro per tornare a casa”, aggiunge la ragazza, spiegando di aver optato per l’acquisto di un nuovo volo per Reggio Calabria. Un costo aggiuntivo di circa 110 euro, al quale si sono aggiunte le spese per raggiungere Villa San Giovanni, attraversare lo Stretto e proseguire in treno verso Catania. Il risultato? Più di 150 euro complessivi spesi nell’immediato, oltre alle ore di viaggio aggiuntive. Le compagnie aeree offrono delle alternative – riprogrammazioni su un altro volo o rimborso, in genere -, ma spesso queste non risolvono l’urgenza dei passeggeri di raggiungere la destinazione nei tempi previsti o comunque poco dopo. “Io dovevo essere necessariamente a Catania oggi e con un volo riprogrammato non sarei tornata prima di lunedì. Per questo la scelta di acquistare un nuovo volo”, ha spiegato la giovane studentessa.
“Se uno ha un’emergenza, come fa?”, commenta ancora. Il problema – aggiunge – “non riguarda soltanto i turisti”. I disagi aeroportuali non fanno perdere solo giorni di vacanza ai turisti ma anche una delle principali porte d’accesso all’Isola per chi studia, lavora o vive lontano dalla propria famiglia. C’è poi chi deve spostarsi per assistere un familiare o per motivi di salute, per emergenze varie.
“Non ci stanno impedendo soltanto di fare turismo. Ci stanno rendendo difficile tornare a casa nostra”, è, in sintesi, il sentimento espresso dalla ragazza.
Emergenza Etna, alla ricerca di un piano B
Un altro interrogativo riguarda l’aeroporto di Comiso. Lo scalo ragusano viene già utilizzato come aeroporto alternativo in occasione delle criticità di Catania. Nei giorni scorsi alcuni voli sono stati effettivamente dirottati proprio lì. La domanda che la giovane pone attraverso il QdS.it è: questa possibilità si può trasformare in un vero piano d’emergenza, organizzando per tempo – ad esempio – collegamenti terrestri dedicati ai trasferimenti tra scali?
“L’Etna non è prevedibile, l’emergenza sì?”. È questo il cuore della questione. “Nessuno può accusare il vulcano di creare disagi. E nessuno può pretendere che un aeroporto faccia decollare o atterrare un aereo quando le condizioni dello spazio aereo non lo consentono. Ma la gestione delle conseguenze dell’emergenza è un’altra questione. Le autorità aeroportuali possono decidere di chiudere lo scalo per ragioni di sicurezza. Le compagnie possono cancellare o riprogrammare i voli. Ma resta il problema di ciò che accade al passeggero quando il suo itinerario viene interrotto. E qui la domanda diventa inevitabile: quanto deve essere lasciato sulle spalle del singolo passeggero?”, si chiede la giovane passeggera.
“Se fosse successo altrove, forse ci saremmo organizzati diversamente”, aggiunge, non nascondendo la propria amarezza. È una percezione personale e come tale viene presentata. Tuttavia, presenta una considerazione che soprattutto chi viaggia da/per Catania si pone oramai piuttosto spesso: non si può chiedere all’Etna di smettere di eruttare, ma si possono costruire “procedure più rapide e coordinate per evitare che ogni passeggero debba trasformarsi nel proprio organizzatore di emergenza”.
Bisogna ragionare sui due aspetti principali aspetti dell’emergenza. Il disagio dei passeggeri e i rischi per l’immagine di Catania – e della Sicilia, in generale – come destinazione turistica. Pagano i consumatori – che rischiano di perdere non solo soldi, ma anche appuntamenti e impegni importanti – e paga il territorio.
Per chi vive sull’Isola, un volo cancellato non significa semplicemente perdere un volo. Può significare perdere un esame, saltare un turno di lavoro, arrivare tardi da un familiare, spendere uno stipendio per rientrare. L’Etna continuerà a essere imprevedibile. La cenere continuerà, quando le condizioni lo richiederanno, a imporre limitazioni al traffico aereo. E la sicurezza dovrà necessariamente rimanere la priorità. Ma l’emergenza non dovrebbe iniziare e finire con la cancellazione di un volo. “La vera sfida è costruire un sistema nel quale il passeggero non sia lasciato solo nel momento in cui il piano A salta”, questa la considerazione della giovane testimone dopo la sua disavventura per il rientro.
“Qual è il piano B?”, la domanda finale della studentessa. Domanda rivolta a tutti, consumatori, compagnie aeree, aeroporti, istituzioni e sistema dei trasporti siciliano.
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