Home » Province » Catania » La sete di vendetta dopo la gambizzazione: “Fanno bene se gli sparano in faccia… a tutti quanti”

La sete di vendetta dopo la gambizzazione: “Fanno bene se gli sparano in faccia… a tutti quanti”

La sete di vendetta dopo la gambizzazione: “Fanno bene se gli sparano in faccia… a tutti quanti”
Tentato omicidio a Paternò: le immagini della sparatoria

La ricostruzione del regolamento di conti e della sparatoria a Paternò

“Fanno bene se gli sparano in faccia, a madre e figlio! A tutti quanti, padri, figli, zii, nipote, chi ha ha”. Dopo essere stato gambizzato la notte fra il 29 e il 30 agosto scorso a Paternò, Michele Gabriele Giacoponello meditava vendetta. E con lui il padre Andrea, forte della parentela con il boss Salvatore Assinnata. A rivelarlo è un’intercettazione raccolta dagli inquirenti pochi giorni dopo l’aggressione che aveva spedito Giacoponello in ospedale con ferite d’arma da fuoco alla gamba destra. L’1 settembre la compagna della vittima commentava con l’uomo i violenti propositi pronunciati dal fratello di quest’ultimo – “tuo fratello ieri era agguerrito, era agguerrito” – ottenendo da Giacoponello ampio supporto.

Un mese dopo, a presentarsi nell’officina del padre di Alberto Forte, colui che aveva sparato a Giacoponello, non è stato però il fratello ma il padre. E con lui altri quattro uomini, tutti arrestati ieri dai carabinieri. Per il tribunale, il gruppo – presentatosi con una pistola e una mazza – avrebbe messo in conto la possibilità di uccidere Forte ed è per questo che per tutti l’accusa è di tentato omicidio.

Settimane calde

A fiutare nell’aria una possibile vendetta da parte dei parenti di Giacoponello era stato anche il padre di Forte, l‘autore della prima sparatoria. L’uomo, nelle prime settimane di settembre, avevano tentato di dissimulare la presenza del figlio a Paternò, decidendo di tenerlo nella propria abitazione. “Non lo dica a nessuno che è a casa da me. Capito? Perché sanno che è fuori”, diceva a un conoscente, il quale prometteva di tenere la bocca chiusa. “Un lucchetto con tutti”.

Alla fine, però, Alberto Forte era tornato nell’officina meccanica del genitore ed è lì che ha rischiato di rimetterci la vita. L’1 ottobre, infatti, le telecamere di sorveglianza installate all’esterno registrano l’arrivo di cinque uomini: oltre ad Andrea Giacoponello, il padre di Michele Gabriele, a presentarsi sulla soglia dell’attività sono stati anche Vincenzo Di Mauro, Antonio Di Cavolo, Giuseppe Romeo e Giorgio Castorina. Quest’ultimo, in particolare, è entrato puntando un’arma ad altezza d’uomo ed esplodendo tre proiettili.

L’azione è durata pochi secondi, poi subito dopo l’equilibrio si è ribaltato: il gruppo ha iniziato a fuggire fuori, inseguito da Alberto Forte a propria volta armato. Forte ha sparato diversi colpi andati tutti a vuoto. Una reazione avvenuta subito dopo essere stato ferito alla mano.

“Mi hanno preso nella mano mentre scappavo per prendere la pistola. Ho preso la pistola, li ho rincorsi e sono scappati”, è il commento a caldo che Forte fa al padre poco dopo i fatti.

Gli arresti

Le misure cautelari eseguite ieri arrivano dopo che a fine novembre a essere arrestato era stato lo stesso Forte, ritenuto l’autore del ferimento di Michele Gabriele Giacoponello. Nella coincisa ordinanza cautelare firmata dalla giudice per le indagini preliminari Marina Rizza, si specifica il motivo per cui l’accusa di tentato omicidio rivolta dalla procura abbia trovato accoglimento.

“Malgrado la circostanza che gli indagati si fossero recati presso l’officina armati di una pistola e di una mazza appaia sintomatica del preordinato intento di arrecare a quest’ultimo lesioni anche gravi piuttosto che di ucciderlo (non comprendendosi, in tale seconda ipotesi, la presenza della mazza, che Di Mauro portava con sé evidentemente allo scopo di utilizzarla) – si legge – è evidente che i compartecipi ad una spedizione punitiva la cui materiale esecuzione preveda anche l’eventuale utilizzo di un’arma da fuoco e il cui destinatario sia pur esso prevedibilmente armato (dato questo certamente noto ai primi per avere il secondo utilizzato la sua arma proprio nel tentato omicidio che aveva costituito la scaturigine dell’azione criminosa da essi stessi intrapresa) non possono che essere animati dall’atteggiamento psicologico che consta nella consapevolezza e conseguente volontà, imposte dalle contingenze dell’azione, della duplice possibilità di provocare la morte o il ferimento del destinatario”.

Iscriviti gratis al canale WhatsApp di QdS.it, news e aggiornamenti CLICCA QUI