Agricoltura, lo zio d'America esiste e adesso... importa fichidindia - QdS

Agricoltura, lo zio d’America esiste e adesso… importa fichidindia

redazione web

Agricoltura, lo zio d’America esiste e adesso… importa fichidindia

lunedì 26 Ottobre 2020 - 00:10
Agricoltura, lo zio d’America esiste e adesso… importa fichidindia

In aereo da Santa Margherita di Belice a New York per essere venduta nel Queens la prima tonnellata e mezza di frutti prodotti da una giovane coppia che, rimandato il matrimonio causa coronavirus, si è buttata a capofitto nell'impresa agricola di famiglia

Una tonnellata e mezza di fichidindia ha già preso il volo con destinazione New York e altre quattro dovranno essere spedite entro la fine di ottobre sempre per il mercato del Queens, dove sono noti come cactus pear, le pere del cactus.

Sembra una moderna favola quella che ha per protagonisti da una parte due giovani imprenditori di Sambuca di Sicilia, Giovanni Bonanno e Licia Armato Barone, e dall’altra l’immancabile “zio d’America”, che non solo esiste – si chiama Filippo Barone – e lotta con noi, ma importa pure fichidindia.

Da anni emigrato negli States, lo zio di Licia nella “Grande mela” è un affermato imprenditore, proprietario di una grande attività commerciale di ortofrutta e non solo.

In questa vicenda, poi, le caratteristiche della una favola emergono anche da altre peculiarità: i due giovani avevano in programma di sposarsi nello scorso mese di luglio.

“Ma per colpa del coronavirus – spiega Giovanni – abbiamo dovuto rimandare tutto al settembre del 2021”.

Così si sono gettati anima e corpo nel lavoro dell’azienda agricola di dieci ettari della quale sono proprietari, “La Baronessa del Belice”, in omaggio al cognome di Licia, che produce ogni anno circa settanta tonnellate di ottimi fichidindia.

O, se preferite, di cactus pears.

Chissà se, sbucciandoli per gli acquirenti del Queens lo zio Filippo reciterà, coltello in mano, la filastrocca che si pronuncia in questi casi: “Tàgghici ‘a testa, tàgghici ‘a cura, ca appoi nesci ‘na bedda signura”.

Ossia la “ficalinna munnata”, il ficodindia sbucciato.

Ma ficodindia si chiama anche la pianta che dà il frutto: l’Opuntia ficus-indica è alta fino a cinque metri, con rami (i cladodî) formati da articoli globosi, appiattiti e carnosi, detti pale, di foglie piccole che cadono presto e spine danno fiori con una corolla vistosa e spinosi frutti a bacca.

Il ficodindia, originario del Messico, nell’Ottocento ebbe una grande diffusione in Sicilia dove veniva utilizzato per creare barriere che consentivano di proteggere da quel vento dannoso per le coltivazioni agrumicole, i giardini di arance e limoni.

“La Baronessa del Belice” è nata quattro anni fa grazie a una “start up”, ma la terra apparteneva prima al nonno e poi al padre della giovane imprenditrice, che, laureatasi in Economia a Palermo, piuttosto che emigrare al nord, ha deciso di mettere a frutto sul proprio territorio competenze acquisite.

“Quest’anno – spiega Licia – abbiamo avuto un calo del trenta per cento, ma confidiamo che nel 2021 le cose andranno meglio”.

Il lavoro viene svolto tra la campagna e un capannone dove viene effettuata la spazzolatura dei frutti e da dove i fichi d’India vengono preparati per essere spediti.

E tra i prossimi obiettivi dei due giovani imprenditori – oltre al matrimonio, s’intende – c’è l’utilizzo del fico d’India anche per la trasformazione agroalimentare, dai succhi di frutta alle confetture.

“Nel nostro futuro – spiega la coppia – c’è di certo l’ampliamento del commercio all’estero ma anche la diversificazione delle lavorazioni dei frutti che normalmente scartiamo. I frutti che rimangono piccoli, dalla dimensione normalmente non richiesta dal mercato, sono comunque perfetti per realizzare succhi o marmellate. Su questo aspetto contiamo di operare presto”.

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