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”Ai Kol-Moon’s Lake”: giovani sguardi femminili sull’Asia Centrale

”Ai Kol-Moon’s Lake”: giovani sguardi femminili sull’Asia Centrale

Un racconto di esplorazioni sospeso tra ascolto, poesia e immagini

Milano, 16 gen. (askanews) – ‘Ai Kol – Moon’s Lake’ è un libro dalla struttura aperta e volutamente non lineare, lontano sia dal reportage sia dal diario di viaggio tradizionale. Fin dalle prime pagine dichiara la propria idea di viaggio: ‘Alcuni viaggi non iniziano su una mappa, si aprono nello spazio tra i gesti’. Da qui prende forma un’opera costruita su frammenti, appunti e immagini, in cui il paesaggio non è semplice sfondo ma elemento che orienta sguardo e tempo. Il libro nasce da una spedizione tutta al femminile tra le montagne del Kirghizistan e del Kazakistan, avvenuta nell’estate 2025, che ha coinvolto atlete e ricercatrici provenienti da mondi diversi, unite dal desiderio di trasformare l’esplorazione in una pratica anche culturale. Firmato da Naomi Oke, che cura i testi e l’impianto concettuale, e da Sofia Blu Cremaschi, autrice delle fotografie, il progetto si colloca all’incrocio tra viaggio e ricerca sul campo, in dialogo con comunità che custodiscono saperi ancestrali, in gran parte trasmessi dalle donne.

‘Il nostro viaggio è nato dall’esigenza di stare tra amiche, di fare questa esperienza tra donne. L’idea iniziale era di lasciarci attraversare da quello che incontravamo poi, una volta tornate, abbiamo deciso di ‘scriverlo’. Sofia è fotografa, io ho dato una chiave di lettura, e insieme abbiamo partorito questo progetto, che è un insieme di sensorialità: c’è la parte visiva, la parte olfattiva e c’è del materiale raccolto durante il viaggio. Abbiamo voluto riportare un mix di sensazioni, un linguaggio molto poco accademico e molto più sensoriale, personale, figlio di un occhio pronto a osservare e ad ascoltare senza il bisogno di documentare’ racconta ad askanews la 30enne milanese Naomi Oke.

‘È iniziato così: ci siamo dette ‘cosa facciamo quest’estate’ e la risposta di tutte e due è stata ‘andiamo lontano per tanto tempo e cerchiamo di raccogliere quello che vediamo’. Avevamo proprio bisogno di cose nuove’ aggiunge Sofia Blu Cremaschi, 29enne fotografa meneghina, spiegando che ‘siamo state via un mese, in quattro per i primi dieci giorni e poi solo io e Naomi per gli ultimi venti’.

La scrittura procede per sottrazione e per evocazione. I testi non spiegano e non guidano il lettore lungo un percorso prestabilito ma suggeriscono una postura, un modo di stare nei luoghi, trasformando il viaggio in un esercizio di presenza e consapevolezza, in cui l’esperienza percettiva prevale sulla cronaca. In questo quadro la montagna emerge come figura centrale e simbolica. Il testo la evoca come presenza femminile, ‘forti, silenziose, custodi di gesti antichi’, restituendo un rapporto con il paesaggio che è insieme fisico e immaginativo. La natura non è idealizzata ma riconosciuta come soggetto dotato di memoria e di ascolto, tanto che ‘le rocce ricordano, l’acqua ascolta’, un’immagine che ritorna anche nelle fotografie. Libertà, in questo contesto, appare come un privilegio che comporta anche una responsabilità, inscritta nel modo in cui ci si muove e ci si relaziona ai luoghi attraversati.

‘Una delle esperienze più forti è stata Kol Suu Lake, un lago alpino nel Kirghizistan a circa 3.500 metri di quota, vicino al confine con la Cina. Un posto in cui non c’era nulla. All’ultimo momento abbiamo deciso di piazzare la tenda vicino al lago perché aveva un’energia incredibile e volevamo provare l’emozione di aprire la tenda e trovarci davanti le montagne: sembrava che avessero gli occhi, erano proprio dei mostri. È stato emozionante perché cogli totalmente l’essenza della piccolezza: eravamo lì solo con la nostra tendina, io e lei, e basta. Un’altra cosa molto forte è stata un’altra notte in tenda, quando abbiamo sentito gli ululati dei lupi, è stato davvero bellissimo’ ricorda Naomi, mentre Sofia cita come esperienza indimenticabile ‘quando abbiamo conosciuto la cultura del feltro: abbiamo fatto una sorta di laboratorio con le donne dell’associazione Altyn-kol nella regione kirghiza di Naryn Oblast, a cui tra l’altro andrà il 30% dei proventi del libro. È stato molto emozionante perché era qualcosa che ammiravamo da un sacco di tempo e vederla dal vivo, sentendo la loro spiegazione, il loro racconto, tutta l’importanza culturale e la simbologia che c’è dietro, è stato molto forte. Nel cuore mi è rimasta anche una valle che si chiama Sary Mogol, ai piedi del massiccio del Lenin Peak, non lontano dal confine con il Tagikistan. Siamo partite da circa 3.500 metri e siamo arrivate per la prima volta tutte insieme a 5.000 metri: è stato molto fisicamente pesante ma anche super appagante’.

Le fotografie non svolgono una funzione meramente illustrativa ma costruiscono un racconto autonomo che dialoga con il testo. Paesaggi di alta quota, laghi immobili, cieli notturni e vallate aperte si alternano a dettagli minimi: mani che tengono pietre, impronte disposte in cerchio, una piuma isolata, una tenda illuminata nel buio. L’uso di sequenze e ripetizioni trasforma l’atto fotografico in un gesto quasi rituale, come se lo sguardo tornasse più volte sullo stesso punto per imparare a vedere diversamente. Fotografare diventa un modo per restituire attenzione a ciò che spesso resta invisibile, fermando tracce di gesti quotidiani e rituali antichi prima che si dissolvano. La presenza umana è volutamente decentrata. I corpi appaiono di spalle o frammentati, raramente protagonisti assoluti dello spazio. Gambe in cammino, attrezzature, posture di attesa davanti a una yurta o a un lago restituiscono una misura fragile dell’essere umano dentro un ambiente vasto e silenzioso. Anche gli animali assumono una funzione simbolica. ‘Le aquile ci hanno fatto alzare lo sguardo, insegnandoci a cambiare prospettiva’ è una frase che trova un riscontro diretto nelle immagini di uccelli in volo, sospesi tra cielo e montagna, e rimanda a un continuo invito a spostare il punto di vista.

Un’altra linea significativa del libro è dedicata ai gesti quotidiani e alle pratiche della vita nomade incontrata lungo il viaggio. La preparazione del cibo, i tempi della fermentazione, gli strumenti e le mani al lavoro vengono osservati senza enfasi, con attenzione alla durata e alla ripetizione. Qui il valore risiede nel fare e nel condividere, dentro comunità che conservano saperi artigianali trasmessi nel tempo, spesso da una generazione di donne alla successiva. ‘Ogni passo diventa una conversazione tra la pelle e la terra’: il corpo come misura e tramite, non centro.

‘Credo che la differenza stia molto in come ti approcci ai posti in cui sei. Prima di tirare fuori la macchina fotografica o la penna cerchiamo sempre di parlare con le persone e di conoscerle’ mette in risalto Sofia, spiegando che ‘l’elemento libro è molto importante perché permette di avere qualcosa di materico che ti porti a casa, che puoi sfogliare, sporcare, usare, buttare, amare, odiare. È qualcosa che tocchi e leggi, e che porta una storia che poi puoi rimasticare nel tempo. Il medium del libro e della scrittura, accompagnare le foto con la scrittura e con un pensiero critico di quel tipo, per me è fondamentale. Quando lo fai – precisa – cerchi di non spiegare qualcosa ma di condividerla con uno sguardo dolce, che non vuole dare una lezione ma condividere un’esperienza fatta insieme. Non volevamo fare le occidentali che vanno in un posto e spiegano a chi ci vive come devono fare le cose’.

Dal punto di vista editoriale, il volume lavora molto sul ritmo: l’equilibrio tra testo, immagini e ampi spazi bianchi costruisce una lettura per soste e riprese, più simile a una camminata che a una narrazione continua. Ne deriva un libro che chiede al lettore di accettare un ritmo diverso e di rallentare, adottando una postura di ascolto più che di controllo. ‘Invitiamo chi guarda a disarmarsi, a lasciare andare il giudizio e a permettere a ciò che appare di attraversarlo’. ‘Ai Kol – Moon’s Lake’ non offre risposte né spiegazioni ma costruisce uno spazio di attenzione, dove immagini e parole restano aperte nel tempo e continuano a dialogare con chi guarda.

La mostra fotografica è ora ospitata nella community room del negozio Arc’teryx Milano Brera, dove è possibile anche acquistare il libro, in vendita anche allo Spazio Milesi di via Felice Casati, dove l’esposizione è stata inaugurata. ‘Con Arc’teryx il rapporto è nato in Italia: volevamo vedere se ci fosse la possibilità di collaborare con qualche brand outdoor e loro ci hanno aiutato con l’equipaggiamento e poi hanno supportato l’intera produzione del progetto. Abbiamo avuto la totale libertà di fare quello che volevamo, senza alcun paletto’ dice Sofia ad askanews, sottolineando che ‘è molto importante questo approccio da parte dei brand, dare spazio a progetti più editoriali, di creare comunità e un racconto da altri punti di vista. Arc’teryx supporta progetti meno commerciali e più legati all’avventura’.

Sofia adesso è volata in Giappone insieme con un’altra ragazza per un viaggio ‘da cui potrebbe nascere qualcosa di interessante’. Naomi invece si appresta a partire per la prima volta per la Nigeria, terra natale di suo padre, ‘per mettere un pezzettino del puzzle della mia vita’. Due viaggi separati, prima di altro viaggio insieme che presumibilmente sarà l’estate prossima. ‘Dove? Siamo molto impulsive su queste cose, quindi decideremo all’ultimo, senza fare grandi piani’. (Alessandro Pestalozza)